
Erode, annota l’evangelista Luca, «non sapeva cosa pensare» (Lc 9,7). Per Erode pensare è un’operazione che tradisce se stessa. Infatti, pensare è uno degli atti più umani e umanizzanti proprio perché, attraverso l’esercizio dell’intelligenza, la persona pensante si apre a un mondo ben più grande del suo stesso pensiero, aprendo orizzonti di comprensione da cui nascono scelte di compromissione e di condivisione. Erode, invece, quando pensa non fa che ripensare a se stesso con una ossessiva autoreferenzialità che lo rende cieco, mentre si illude di voler vedere per poter capire: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io» (9,9). Di fronte a questo narcisistico soliloquio di Erode risuona, per ben due volte, l’esortazione del profeta Aggeo: «Riflettete bene sul vostro comportamento» (Ag 1,5.7). Il profeta ci aiuta a capire che riflettere non può mai limitarsi a un’operazione intellettuale, per quanto geniale, ma è la premessa per compiere scelte operative, da compiere senza inutili rimandi: «Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa» (1,8). Potremmo dire che Erode secondo Luca assomiglia a Erode secondo Matteo: il figlio è in tutto simile al padre. Infatti, come Erode il Grande ai tempi della nascita di Gesù non si scomodò per andare a vedere il bambino, ma vi mandò i Magi prima e i suoi sicari subito dopo, per cercare di sbarazzarsi della minaccia di un Messia troppo atteso dal popolo e temuto da se stesso, così Erode Antipa non fa nulla per incontrare il Signore, per paura di essere veramente incontrato e smascherato. Quando Pilato gli servirà su un piatto d’argento la possibilità di incontrare Gesù appena prima di condannarlo su pressione dei notabili del popolo, neppure se ne accorgerà, troppo preso dalle sue fantasie. Forse Pilato aveva sperato che Erode arginasse l’astio del sinedrio contro Gesù… ma Erode stava pensando ad altro… come sempre a se stesso! Non possiamo sbarazzarci troppo in fretta di Erode: in realtà nel nostro cuore si nasconde un piccolo Erode che ci spinge a perderci nei nostri pensieri e a farci guidare dalle nostre paure. La sindrome di Erode è quella di chi «cercava di vederlo» ma senza fare nulla per vedere, senza minimamente esporsi e soprattutto senza assolutamente farsi interrogare da chi gli sta davanti. Per questo, pur ascoltando «volentieri» (Mc 6,20) il Battista, nondimeno, oltre a non fare minimante ciò che Giovanni gli chiede, non riesce neppure a opporsi al capriccio della sua decapitazione; così pure il giorno in cui Pilato gli manda il Nazareno veniamo a sapere che Erode, in realtà, «sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui» (Lc 23,8) e non potrà che rimanere deluso, fino a schernire e deridere colui che aveva da lontano ammirato (23,11). Desiderare di vedere Gesù senza essere disposti ad ascoltarlo è un vicolo cieco. Questa la sindrome di Erode da cui noi tutti rischiamo di essere affetti ogni volta in cui non diamo concretezza al nostro pensare, non riuscendo così a vedere e a farci vedere.
