Site icon Fra' Claudio Passavanti

La solidarietà spaventa?

La profezia di Isaia non solo ci fa sognare ma corrobora la nostra speranza mettendo ali al nostro cammino che, per quanto possa essere in salita, si fa leggero e gioioso. La visione di un Dio che apparecchia la tavola, prepara il banchetto non senza preoccuparsi, prima di tutto, di asciugare «le lacrime su ogni volto» (Is 25,8), ci lascia senza fiato per lo stupore e la gioia. Tutto questo, e ancora di più, è possibile solo perché «la mano del Signore si poserà su questo monte» (Is 25,10). Il simbolo della mano rimanda alla potenza creatrice che comincia sempre con una funzione ordinatrice. Nel Vangelo vediamo come il Signore Gesù fa della sua mano un luogo di passaggio della grazia del dono di vita da condividere, creando una vera e propria catena – un passamano di «compassione» (Mt 15,32) – che sembra nascere nel cuore stesso di Cristo e, passando per quello dei discepoli formati ed educati alla condivisione, raggiunge ciascuno di noi e da noi deve potersi dilatare fino a raggiungere tutti. Papa Francesco commentava questo dinamismo, che si ritrova in un testo parallelo a quello che ci fa leggere oggi la Liturgia, come una realtà ineludibile ed essenziale, e lo faceva con queste parole: «Da dove nasce la moltiplicazione dei pani? La risposta sta nell’invito di Gesù ai discepoli “Voi stessi date…”, “dare”, condividere. Che cosa condividono i discepoli? Quel poco che hanno: cinque pani e due pesci. Ma sono proprio quei pani e quei pesci che nelle mani del Signore sfamano tutta la folla. E sono proprio i discepoli smarriti di fronte all’incapacità dei loro mezzi, alla povertà di quello che possono mettere a disposizione, a far accomodare la gente e a distribuire – fidandosi della parola di Gesù – i pani e pesci che sfamano la folla. E questo ci dice che nella Chiesa, ma anche nella società, una parola chiave di cui non dobbiamo avere paura è “solidarietà”, saper mettere, cioè, a disposizione di Dio quello che abbiamo, le nostre umili capacità, perché solo nella condivisione, nel dono, la nostra vita sarà feconda, porterà frutto. Solidarietà: una parola malvista dallo spirito mondano!» (Papa Francesco, Omelia del 30 Maggio 2013). Ogni giorno siamo chiamati a metterci in cammino – con la sua inevitabile fatica – verso il «monte» (Is 25,6) su cui il Signore stesso «si fermò» (Mt 15,29) e dove ciascuno di noi è chiamato a giocare in modo fattivo la propria «compassione». Ciò che ci viene ricordato dal Vangelo, e ripetiamo sempre durante l’Eucaristia, è quel dinamismo interiore che si fa visibile nella capacità di trasformare la nostra mano rendendola simile a quella di Dio: «li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla» (Mt 15,36). Spesso pensiamo alla nostra mano come a un membro del corpo che ci permette di prendere, e invece siamo chiamati a farne il luogo privilegiato del dare. Siamo noi e non solo noi quella folla di «zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati» da cui, piano piano, sale non solo l’odore della fatica per l’eccesso di sofferenza, ma pure la rinnovata respirazione della speranza. La reazione di «compassione» del Signore è un segno del realismo dell’incarnazione: il cuore di Cristo che conosce le delizie del cielo si è piantato sulla nostra terra, dove ha scelto di portare il suo frutto tra le nostre angosce quotidiane. Ora tocca a noi di incarnarci di compassione e di condivisione ricordando il monito del Maestro: «se la tua mano ti scandalizza tagliala»! In cielo il Signore ci servirà i piatti della compassione di cui già sentiamo l’inconfondibile profumo tra le nostre mense di umanità condivisa.

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