
Per realizzare una «totale adesione» (cf. Colletta) al Natale del Signore manca al mosaico d’Avvento un’ultima, preziosa tessera, in grado di conferire coesione a tutto l’itinerario compiuto in questo tempo forte. Si incarica di porgerla alla nostra meditazione quest’ultima domenica, nella quale proviamo a fare un tuffo dentro il cuore in festa di Maria, la giovane donna che per prima ha saputo offrire una libera e piena accoglienza alla gioia del Vangelo. Era già scritto nei libri profetici: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore di Israele» (Mi 5,1). Il Messia doveva nascere in una piccola borgata, famosa solo per aver dato i natali a Davide, il piccolo pastore divenuto l’indimenticabile re di Israele. Eppure, queste parole non autorizzavano a coltivare solo la speranza che Dio avrebbe fatto qualcosa di straordinario per garantire al suo popolo la prosperità e la pace. Dicevano anche che l’attesa dei tempi messianici si sarebbe compiuta quando la nostra umanità avrebbe finalmente accettato quel destino di fecondità iscritto nella sua natura creata a immagine e somiglianza di Dio: «… fino a quando partorirà colei che deve partorire» (Mi 5,2). Prima di poterci «concepire» come padri e madri, è necessario accettare il fatto che siamo un corpo, maturando uno sguardo riconciliato su quello che siamo e, soprattutto, su quanto ci è capitato di essere, molte volte nemmeno per nostra volontà. Altrimenti, presto iniziamo a sentirci sotto pressione, a vedere il cielo come un tetto ostile, che ci impone «sacrifici» e «olocausti» (Eb 10,6) assurdi, anziché esaudire i desideri del nostro cuore. L’autore della lettera agli Ebrei capovolge questa deformata visione della realtà, spiegandoci il motivo per cui Cristo ha voluto entrare con gioia «nel mondo» (10,5), consapevole di dover tracciare una via nuova sulla quale tutti potessero camminare: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. […] Allora ho detto: “Ecco, io vengo”» (Eb 10,5.7). Durante l’Annunciazione Maria ha compreso che Dio non viene a togliere nulla, ma a dare tutto. Questa notizia è stata per lei sufficiente per offrire liberamente la propria corporeità alla volontà di Dio, diventando «cantico di lode» (cf. Colletta) dell’umanità ferita dal peccato originale. Dopo aver accettato la sconcertante proposta di Dio, superando dubbi e paure, Maria si scopre piena di una felicità che non può tenere per sé, ma che deve condividere «in fretta» (Lc 1,39). Dopo aver ricevuto il saluto di Maria, Elisabetta comincia a parlare mossa dallo Spirito Santo: «Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,44-45). L’umile fanciulla di Nazaret è divenuta grembo di Dio perché ha creduto a ogni parola ascoltata nella profondità del suo cuore. Prepararsi al Natale significa riattivare i canali della nostra capacità di ascolto. Fermarsi, fare silenzio, imparare a leggere le cose in tutta la loro profondità, fino a riconoscerle come tessere di un meraviglioso disegno di Dio a cui siamo chiamati a partecipare. Aprirsi alla logica dell’Incarnazione del Verbo vuol dire guardare con stupore i sentieri interrotti, le domande senza risposta, le scelte non ancora raggiunte e credere che dietro a ognuna di queste cose ci sia una parola di Dio che vuole dialogare con la nostra libertà e costruire la salvezza del mondo. Credere che ci sarà – presto – un compimento per la parola di Dio significa scegliere di abolire quel «primo sacrificio» che siamo sempre tentati di fare – dove al centro ci siamo ancora troppo noi stessi – per imparare a «costituire quello nuovo» (Eb 10,9), che si compie solo «per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo», il Dio che è con noi e con tutti «per sempre» (10,10).
