
Leggendo la prima lettura di quest’oggi verrebbe da dire: «ha vinto il popolo», visto che Samuele alla fine «prese l’ampolla dell’olio e la versò sulla testa di Saul» (1Sam 10,1). La lettura dell’instaurazione della monarchia all’interno del popolo di Israele, che culminerà con l’unzione e l’ascesa del pastorello Davide, comincia con una storia alquanto curiosa: le asine del padre di Saul – «prestante e bello» (1Sam 9,2) – si smarrirono ed è proprio al futuro re che viene affidato il compito di ritrovare gli animali smarriti. Il testo mette in evidenza due elementi che fanno di Saul il futuro primo re di Israele: la sua prestanza – «superava dalla spalla in su chiunque altro del popolo» (9,2) – e la sua costanza nel cercare “per mari e per monti” le asine di suo padre. Quando Samuele riconosce, su indicazione dell’Altissimo, in questo uomo bello e valoroso il prescelto, gli chiede indirettamente di sottostare a una prova che non ha nulla a che vedere né con la prestanza fisica, né con una volontà caparbia. Ciò che il veggente chiede a Saul prima di ungerlo re è una cosa assai semplice e banale: «Precedimi su, all’altura» (1Sam 9,19). E Saul non se lo fa ripetere due volte. Nonostante tutte le peripezie del regno di Saul e il suo complesso rapporto con Davide suo successore o soppiantatore, possiamo ammirare in quest’uomo una certa docilità alla parola di un altro di cui non chiede spiegazione, ma a cui dà fiducia. Non è diverso quello che avviene a Cafarnao. Quando lo sguardo penetrante del Signore Gesù «vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì» (Mc 2,14). Da parte di Levi non ci sono domande e non ci sono commenti, ma una reazione di docilità in cui manifesta una fiducia profonda. Forse da tempo, come il paralitico che è appena tornato a casa sua con il lettuccio sotto il braccio, Levi aspetta che qualcuno gli rivolga una parola che lo liberi dalla sua catena. Ciò che gli scribi e i farisei non capiscono è proprio questo sollievo interiore che permette di cambiare profondamente lo sguardo sulla propria vita, pur continuando a vivere con le persone di sempre. Il Signore si presenta come un «medico» (2,17) che, per dovere di professione, deve necessariamente rischiare la diagnosi e la terapia per dare una speranza di guarigione ai propri pazienti. Con la chiamata di Levi, il gruppo dei discepoli diventa un manipolo il cui numero rimanda alle dita di una mano. Un gruppo minuscolo, ma che pure può operare secondo il cuore dell’insegnamento del Signore Gesù che tanto sconvolge gli scribi e i farisei, destabilizzati dalla libertà così liberante di questo stile assolutamente nuovo. Alla coppia di fratelli scelti per la loro capacità di lavorare insieme, si aggiunge un quinto elemento che spariglia le coppie e obbliga a nuove aperture per creare nuovi equilibri. Il mistero della Chiesa nasce così: come una scommessa sulle persone. Non vengono scelte perché hanno talento, ma perché sanno accettare di lasciarsi indicare un percorso, fino a lasciarsi precedere in un cammino imprevisto e forse persino temuto: «Samuele prese l’ampolla dell’olio e la versò sulla testa di Saul»!
