
Così si conclude la prima lettura di quest’oggi: «Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia» (Gc 3,18). Alle falde del monte della trasfigurazione sembra proprio che le cose non vadano esattamente in questo senso visto che, alla luce e al calore di quanto è appena avvenuto sul monte, corrisponde, a valle, un certo trambusto: «e arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro» (Mc 9,14). All’atmosfera circonfusa di pacifica luce succede una situazione in cui dominano l’agitazione e un certo scompiglio. Da parte sua il Signore, per nulla estraniato dall’esperienza appena vissuta, non solo si interessa, ma persino interroga: «Di che cosa discutete con loro?» (Mc 9,16). Il seguito del racconto, che permette di cogliere ancora più in profondità il mistero di quella luce che ha sfolgorato sul monte, conferma ancora una volta che il Signore Gesù non è venuto per “discutere”, né tantomeno per essere motivo di discussione, ma per essere rivelazione di salvezza in un modo diverso dal nostro modo di immaginare e di pensare e totalmente ispirato «a mitezza e sapienza» (Gc 3,13). Non sappiamo bene quali siano stati i tentativi con cui i discepoli, in assenza di Gesù, abbiano cercato di liberare questo ragazzo, forse ripetendo dei gesti e delle formule cui erano soliti ricorrere gli stessi scribi con i quali si intrattengono a discutere. Fatto sta che il padre di questo ragazzo constata con una certa amarezza: «Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti» (Mc 9,18). Il racconto ci mostra questo ragazzo che viene portato fino a Gesù e «alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo…» (9,20). Dopo il momento centrale della trasfigurazione, in cui si riprende e si rafforza la teofania del battesimo nel Giordano, ancora una volta il male è costretto – come già nella sinagoga – a prendere posizione di fronte alla forza di pace che annienta ogni disordine e che emana dalla persona del Signore, percepita come manifestazione della divina presenza. L’insegnamento finale di questo passo è pronunciato «in casa» (9,28) ed è rivolto particolarmente ai discepoli, richiamati alla potenza della preghiera con una sorta di avviso da parte del Maestro: «Questa specie di demoni non si può scacciare, in alcun modo, se non con la preghiera» (Mc 9,29). Non si tratta della preghiera delle formule, bensì di un modo di porsi interamente accanto alla sofferenza, fino ad assumerla e fino a portarla oltre se stessa. Il «modo» di Gesù non è quello cui sono abituati gli scribi e da cui i discepoli non hanno ancora preso a sufficienza le distanze. Il primo segno di differenza è che il Maestro parla e interroga il dolore: «Da quanto tempo gli accade questo?» (9, 21) e, per certi aspetti, ne radicalizza le conseguenze, tanto che molti dicevano «È morto» (9,26). Solo dopo si aggiunge che «Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi» (Mc 9,27). Ciò che è stato profetizzato e prefigurato sul monte non riguarda solo Gesù riconosciuto come «Figlio amato», ma riguarda ogni «figlio» (9,17) chiamato a passare dalla morte alla vita, dall’«incredulità» (9,24) a una rinnovata fiducia, che non è il frutto della discussione, ma dell’amore. Avviene alle pendici del monte della trasfigurazione ciò che già era avvenuto alle falde del Sinai, ove il popolo, mentre Mosè conversava con Dio sul monte, cercò di aggiustarsi erigendo il vitello. La domanda ritorna: «Fratelli miei, chi tra voi è saggio e intelligente?» (Gc 3,13).
