
Con una certa commozione ogni anno ritroviamo nel tempo di Quaresima il racconto di Susanna. Si tratta di un lungo racconto che pure si riascolta con quei sentimenti con cui ci piace risentire le storie e le fiabe della nostra infanzia. Il racconto di Susanna rimanda alle tante storie di ingiustizia, di oppressione, di menzogna di cui è intessuta la nostra storia di umanità in piccola e grande scala. Sin dalle prime battute del racconto, il testo ci rivela dove sta il nocciolo del problema: «L’iniquità è uscita da Babilonia per opera di anziani e di giudici, che solo in apparenza sono guide del popolo» (Dn 13,5). Nel dramma vissuto da Susanna, accusata ingiustamente e quasi giustiziata per una colpa mai commessa, anzi per una virtù custodita con coraggio, siamo messi di fronte all’origine segreta di tanti mali e di tante sofferenze: coltivare l’apparenza, senza curare le proprie ferite. Leggere questo testo all’indomani della quinta domenica di Quaresima, che quest’anno ci ha fatto contemplare il Signore Gesù che scrive pensoso «col dito per terra» (Gv 8,6), mentre gli scribi e i farisei cercano di metterlo in difficoltà per via di quella «donna sorpresa in adulterio» (8,3), è ancora più toccante. La parola che abbiamo ascoltato ieri è rivolta a ciascuno di noi: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (8,7) oggi si trasforma in un’affermazione. Diventa così un principio di discernimento: «Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno» (Gv 8,15). Mentre vediamo i due anziani che pateticamente accusano Susanna di aver giaciuto con un giovane, che nel loro immaginario perverso è la proiezione di ciò che loro non sono più, il Signore Gesù ci aiuta a guardare nel nostro cuore. Anche noi, ciascuno di noi è chiamato a leggersi dentro per comprendere da dove nasce il desiderio di accusare, di mettere in evidenza il male che c’è negli altri, vero o presunto. L’atteggiamento del Signore Gesù non è di accusa, bensì di rivelazione. Per questo dice proprio ai farisei: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (8,12). La luce di cui parla il Signore Gesù non è un riflettore accecante puntato sulla vita delle persone per smascherarle e svergognarle, è invece un raggio gentile di consapevolezza che nasce da una relazione profonda: «Voi non conoscete né me né il Padre mio, se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio» (Gv 8,19). L’antidoto a ogni forma di apparenza e di violenza verso gli altri per mascherare le proprie povertà è coltivare una relazione intima come quella che Gesù vive con il Padre. Solo in questo tipo di relazione terapeutica possiamo prendere contatto con il vero di noi stessi e imparare a portare il vero della vita degli altri… con leggera compassione. Ciò che manca ai farisei di tutti i tempi è la leggerezza, e questo a motivo del peso di un’apparenza e di un apparato che rischia di schiacciare l’umanità fino a snaturarla. Non ci resta che sperare in un «giovanetto» (Dn 13,45)! Daniele, nella freschezza e audacia di chi ancora crede nella vita e sogna un mondo non di apparenza, ma di autenticità, si mette a «gridare» per prendere le distanze da ciò che sembra evidente ed è, invece, falso. Per dire con Daniele «Io sono innocente del sangue di lei!» (13,46) bisogna, come il Signore Gesù, essere capaci di ritrovare il lato di innocenza e di bellezza che permane in ogni uomo e in ogni donna, nonostante tutto e malgrado tutto. Questo perché per noi e per gli altri la cosa più importante non è sapere o scoprire che cosa non funziona nella nostra vita, ma la consapevolezza del mistero di amore di cui siamo comunque e sempre parte. Ci sia concesso di dire fieramente e umilmente con il Signore Gesù: «so da dove sono venuto e dove vado» (Gv 12,14).
