
Una cosa che impariamo ben presto sia sulla nostra pelle, che nelle prime lezioni che ci addestrano ad abitare il mondo è l’importanza fondamentale del più primordiale degli istinti, che è quello della sopravvivenza. Eppure il Siracide ci esorta vivamente: «Non seguire il tuo istinto e la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore» (Sir 5,2). Secondo Ben Sirach ciò che rischia di renderci succubi del nostro istinto di sopravvivenza, impedendoci di dare spazio la desiderio di una vita piena, sono due illusioni sempre in agguato. La prima è la stupida quanto infondata pretesa di poter dire: «Basto a me stesso» (5,1)! La seconda è l’altrettanto inammissibile immaginazione di poter dire: «Chi mi dominerà?» (5, 3). Questo modo di pensare non può portare lontano perché, in realtà, separa la nostra vita e il nostro cuore da quel legame con la fonte della vita senza il quale non possiamo che intristire o perdere il meglio della nostra umanità. Per questo ci viene ricordato che non dobbiamo mai abusare nemmeno della «compassione» divina, nella consapevolezza che «presso di lui c’è misericordia e ira» (5,6). Il Signore Gesù radicalizza ulteriormente le esortazioni del Siracide mettendo in crisi in modo ancora più forte l’istinto di conservazione che ci portiamo dentro come un salvavita e arriva a dire ciò che sembra esattamente il contrario: «Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala… E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo… E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via…» (Mc 9,43.45.47). All’istinto di sopravvivenza e al bisogno di conservazione di se stessi, il Signore Gesù ci chiede di sostituire il desiderio di essere in grado di prenderci cura degli altri e, in modo particolare, di quei «piccoli che credono in me» (9,42). Dicendo questo non bisogna pensare tanto alla fede in termini dogmatici, ma alla fiducia che i poveri e i piccoli non possono che riporre in Dio, non potendo in alcun modo presumere di bastare a se stessi, costretti come sono ogni giorno a fare i conti con la loro assoluta vulnerabilità. Come ricorda il cardinale Walter Kasper: «Davanti a Dio, nostro Padre celeste, noi tutti siamo e rimaniamo dei piccoli. Per questo è l’infanzia che è determinante per l’esistenza adulta, e non l’inverso. I piccoli sanno che non possono fare tutto da soli e che la vita è un dono. Ciò che vuol dire Gesù quando afferma che bisogna diventare come i bambini è la necessità di fare l’esperienza di come ogni cosa è un dono». Il Vangelo ci esorta ancora una volta ad assumere come guida della nostra vita e delle nostre scelte non l’istinto di autoconservazione, ma il desiderio di crescere e di sperare insieme a tutti e sempre a partire dagli ultimi. Questa visuale ci permette di capire meglio il detto del Signore che conclude la lettura del Vangelo: «Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. Buona cosa il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore?» cui segue una conclusione che richiede tutta la nostra attenzione: «Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9,49-50). Per gli antichi il sale era necessario non solo a insaporire, ma, soprattutto, a conservare le derrate. Il Signore Gesù ci ricorda che ciò per cui dobbiamo spenderci è la conservazione della «pace» tra noi, che significa la cura della vita di tutti perché ci sia gioia per tutti.
