Di certo non è solo questione di lingua, eppure la propria lingua porta il segno del proprio mondo e del proprio modo di stare al mondo. Non è passato molto tempo dall’esperienza mattinale di Pentecoste, in cui il segno di una nuova effusione dello Spirito è proprio quello di una rinnovata capacità e possibilità di capirsi, ed ecco che sorge un conflitto all’interno di una comunità fondamentalmente segnata e ricolmata dei doni del Risorto. Questo inatteso scompiglio sembra legato, come spesso avviene, al fatto che la comunità vada «aumentando», tanto che «quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica» (At 6,1). È bene non dimenticare che questo è successo nella prima comunità cristiana, perché ciò ci aiuta a non scandalizzarci delle difficoltà e delle incomprensioni che insorgono, e insorgeranno ancora, in seno alla comunità dei credenti di ogni tempo e del nostro tempo. Per evitare il peggio sarà bene sapere e credere che lo Spirito ci è stato dato, e ci viene continuamente dato, proprio per andare oltre e trovare sempre la parole e i modi giusti. Sembra che il conflitto, che evidenzia ancora una volta una sofferenza, abbia aguzzato l’ingegno della comunità e, prima di tutto, degli apostoli che si sentivano responsabili della comunione fra tutti e della pace di tutti. La bontà della scelta viene confermata dalla conclusione del discorso di Pietro, che non fa che riprendere, in modo ancora più profondo, l’introduzione del testo: «e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede» (At 6,7). Ci sono dei momenti nella nostra vita personale e comunitaria in cui sembra farsi particolarmente «buio» (Gv 6,17), ed è proprio in quei frangenti che possiamo contare su un passaggio di Gesù che si avvicina al nostro cuore «agitato». La reazione dei discepoli e la loro interiore trasformazione sono per noi, non solo un monito, ma una vera fonte di speranza. L’evangelista Giovanni non ci dice nulla riguardo alle parole che si sono scambiate il Maestro con i suoi discepoli, ma ci mette di fronte alla reazione immediata che segue quel senso di sollievo che li conquista interiormente: «Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti» (Gv 6,21). Tutta la vita e tutta la storia della Chiesa sono segnate e impegnate in questa navigazione interiore verso l’altro: un’avventura che ci induce a conoscere lidi mai visti né pensati, fino a desiderare di essere compresi nella nostra lingua, facendo tutto lo sforzo di capire, fino in fondo, la lingua dell’altro. Nelle situazioni che ci sembrano le più difficili e insormontabili, spesso sentiamo risuonare la voce inattesa del Risorto: «Sono io, non abbiate paura» (Gv 6,20). Non c’è nessuna difficoltà – sia personale che comunitaria – che possa impedire allo Spirito del Signore di suggerire percorsi e di aprire nuove soluzioni: «Piacque questa proposta a tutto il gruppo» (At 6,5).
La vita di Caterina da Siena, così legata alle alterne e, talora, così inquiete vicende del suo tempo, è immersa – continuamente e quietamente – nella stessa vita di Dio. Sin da giovane, il sogno di Caterina fu quello di farsi una «piccola cella interiore nel suo cuore». Proprio per la sua continua cura dell’interiorità, questa donna assomiglia così tanto a quei «piccoli vasi» (Mt 25,4) di cui sono provviste le vergini sapienti. Si potrebbe dire che Caterina è un piccolo vaso che ha saputo raccogliere, custodire e distribuire l’olio dello Spirito di Cristo. Proprio a partire da questa capacità di interiorità, si spiega e si dispiega tutto l’agire e l’intervenire così risoluto e deciso di Caterina, la quale non teme di rivolgersi al papa con un’autorevolezza magnifica. In un’epoca come la nostra, in cui siamo tentati di cedere o all’eccessivo attivismo oppure a un comodo quietismo, Caterina ci indica la strada maestra dell’immersione contemplativa nel mistero di Dio, che «è luce e in lui non ci sono tenebre» (1Gv 1,5). Da questa serena e vitale immersione nasce ogni azione, che ha come fonte e fine niente altro se non la vera «comunione con lui» (1,6). Solo questa profonda comunione, cercata e coltivata, permette di trovarsi all’interno e non all’esterno della vita stessa di Dio. Il vangelo ci fa sentire con un certo timore il rumore che attraversa i cuori quando «la porta fu chiusa» (Mt 25,10). In quel momento è necessario ed è bello trovarsi dentro e mai fuori, per dedicarsi alla conversazione interiore che crea le condizioni della personale conversione. Solo una conversione profonda può essere la premessa più sicura e promettente di ogni cambiamento e miglioramento esteriore. Quando – ventenne – Caterina ricevette l’anello invisibile che la rendeva sposa di Cristo, pensò che questo dovesse comportare una maggiore separazione, mentre il Signore le fece intendere che voleva stringerla a sé «mediante la carità del prossimo», cioè mediante la mistica della contemplazione come fonte di un dinamico amore sempre più audace. Come spiega Giovanni Paolo II: «L’impulso del maestro divino svelò in lei come un’umanità di accrescimento». Possiamo chiedere alla patrona d’Italia e copatrona della nostra vecchia giovane Europa proprio il dono di un accrescimento di umanità attraverso l’amore di Cristo e dei fratelli. Che non ci capiti, proprio per mancanza di umanità, di sentirci dire, dall’interno della casa in festa per la ritrovata intimità con lo Sposo: «In verità vi dico: non vi conosco» (Mt 25,12). E, nel medesimo capitolo del vangelo di Matteo, la conoscenza di Cristo come Signore della nostra vita è legata alla capacità – quasi irriflessa – di riconoscerlo e di servirlo nei «fratelli più piccoli» (25,45). Per questo, un’altra cosa possiamo chiedere per il nostro Paese e per i popoli della nostra Europa: avere occhi e cuore per quei «fratelli più piccoli» che bussano alla porta delle nostre nazioni per condividere la nostra vita e per crescere con noi verso un accrescimento di umanità. Sapremo così accogliere chiunque, portando in mano e nel cuore quel ramoscello di ulivo con cui Caterina sfidò gli odi e le chiusure del suo tempo, non escluse quelle della Chiesa dei suoi giorni. Non ci resta che invocare dal profondo del nostro cuore: Santa Caterina prega per questa Europa martoriata dal conflitto e dell’egoismo.
Nel dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo risplende una luce particolare attraverso una parola che non solo ci interroga, come l’intero discorso fatto dal Signore al suo interlocutore, ma pure ci chiede di aprire gli occhi su un modo di essere di Dio che forma il nostro stesso modo di pensare e di agire. Di tutto ciò si fa interprete lo stesso Giovanni Battista, che sembra continuare e confermare quanto il Signore ha appena annunciato a Nicodemo: «Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero» (Gv 3,33). Potremmo dire che il fondamento della verità divina è ciò che viene detto solennemente subito dopo: «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3,35). Si tratta non di una verità dogmatica, ma di una verità di relazione che si attua in un dono continuo e assoluto che diventa il fondamento stesso di ogni obbedienza che sia secondo il Vangelo. Alla luce di questa rivelazione della stessa vita intima di Dio, possiamo comprendere il senso profondo della reazione degli apostoli alle ingiunzioni del Sinedrio: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini» (At 5,29). Questa parola degli Apostoli potrebbe essere intesa così: “Bisogna obbedire come Dio!”. Se contempliamo in modo attento il mistero della vita intima di Dio, ci rendiamo conto che a presiedere la vita divina è un gioco infinito di dono: «Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito» (Gv 3,34). A questa logica di comunicazione non solo continua, ma pure assoluta, si oppone l’ingiunzione e la lamentela del Sinedrio: «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo» (At 5,29). In questo, l’atteggiamento del Sinedrio non è affatto «veritiero» (Gv 3,33) perché si sottrae al confronto leale e aperto con la storia, preferendo la via dell’oblio e dell’occultamento. Diverso è il cammino di testimonianza dei discepoli del Risorto, chiamati continuamente a lasciarsi rischiarare dalla luce di una relazione che “fa verità” nella e sulla propria vita, e per questo è capace di ordinare ogni cosa e ogni relazione perché sia manifestazione ed espressione di una relazione più profonda ed essenziale. La verità non è un concetto astratto che rischia di diventare persino un’arma contro gli altri, ma è un atteggiamento di obbedienza alla vita che ha bisogno di una crescente e sempre più matura capacità di mettersi in ascolto con ambedue le orecchie del cuore e dell’anima: una tesa verso l’altro della relazione con Dio e l’altra ricettiva di tutto ciò che ci raggiunge e ci interpella attraverso le esigenze dei nostri compagni di cammino. La «conversione e perdono dei peccati» (At 3,31) si invera in un atteggiamento di ascolto e di obbedienza non servile, ma creativo e inventivo, che non può certo entusiasmare quanti fondano le loro relazioni di potere sulla paura: «All’udire queste cose essi si infuriarono e volevano metterli a morte» (At 3,33).
La seconda domenica di Pasqua è ancora centrata sull’annuncio che Cristo è risorto, che l’amore vince la morte. In particolare, il testo evangelico ci pone di fronte al rapporto tra la parola e la resurrezione. Gesù ha detto: “Viene l’ora in cui i morti udranno la voce del figlio di Dio e quanti l’avranno ascoltata vivranno” (Gv 5,25). La parola di Gesù è “Spirito e vita”, è parola che contiene la forza dell’amore che ha guidato e ispirato la vita di Gesù, e l’amore è potenza divina di resurrezione. Il vangelo presenta anche la parola scritta del vangelo come forma della parola che dà vita e opera resurrezione. Il brano evangelico termina attestando la potenza del vangelo scritto che trasmette ai contemporanei dell’evangelista come ai futuri lettori del vangelo che in esso è contenuta una potenza vitale che può operare cambiamenti esistenziali, resurrezioni: “Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,30-31). Leggere i vangeli è operazione che tende alla trasformazione del cuore del lettore, a trasfondere nel lettore-ascoltatore l’energia vitale che ha guidato Gesù nella sua vita e che è stata energia di amore, di amore più forte della morte, di amore che ha combattuto la morte nelle tante forme in cui essa serpeggia tra i vivi: odio, ingiustizia, disprezzo, emarginazione, violenza, esclusione. In Gesù la resurrezione è stata una pratica di vita, una prassi esistenziale. E questa pratica è l’amore come Gesù l’ha vissuto ogni giorno fino alla fine, fino ad amare il nemico, fino a perdere la vita per amore. Per il credente la fede nella resurrezione diviene prassi quando si crede che si ha veramente solo ciò che si dona. O meglio, che non è perso solo ciò che si dona. O meglio ancora, che solo ciò che si dona ci potrà essere restituito in abbondanza nel modo e nella misura che solo il Signore conosce: la resurrezione è il centuplo di vita donato a colui che ha dato e perso la vita per amore. Ma il vangelo presenta anche un’altra forma della parola che annuncia la resurrezione: la parola dei testimoni, dei discepoli di Gesù che annunciano a Tommaso di aver visto il Signore ma non sono creduti. È la parola dei fratelli nella comunità. Ma la parola si scontra con la non fiducia e diviene impotente scontrandosi con la non-fede. Dalla centralità della parola passiamo così all’essenzialità dell’ascolto: l’ascolto può rendere efficace la parola della promessa, del vangelo, ma il non-ascolto può renderla impotente. Questa parola, così potente, non è però magica, ma coinvolge la libertà dell’uomo e la sua disponibilità a cambiare la propria vita e ad amare fino a perdere la vita, ad amare anche il nemico, anche chi nemmeno si rende conto di tale amore, e ancor meno se ne mostra grato: allora sì che la resurrezione diviene in noi vittoria della vita di Cristo sulla nostra morte. Allora la nostra vita è davvero da con-risorti con Cristo. Rileggiamo dunque questa pagina evangelica che ogni anno il lezionario ci presenta come vangelo della II domenica di Pasqua, lasciandoci guidare da una domanda: come si manifesta l’amore in questa pagina? Come Giovanni, l’evangelista dell’amore, ha narrato l’amore anche in questa pagina al termine del suo vangelo? Anzitutto, la prima scena: i vv. 19-23. Gesù è morto, è stato sepolto e da questi eventi sono trascorsi alcuni giorni. I discepoli che, a parte il discepolo amato, erano scomparsi al momento della crocifissione, ora sono rinchiusi in un luogo a porte chiuse in preda alla paura. Se è stato messo a morte la loro guida e maestro, anche i discepoli possono temere per la loro vita. Ma ecco che Gesù li raggiunge e si fa loro presente. Gesù non abbandona chi l’ha abbandonato. L’amore di Gesù è unilaterale, è obbediente non a una logica di reciprocità e soprattutto non dipende dal comportamento di altri, ma corrisponde con amore al non amore di altri. Il che significa che l’amore di Gesù non è una reazione o una risposta, ma un’azione e un’affermazione continua, mai fermata neppure dal non amore. Essa costituisce la via dritta che Gesù ha deciso di percorrere fino alla fine. Che il Risorto si manifesti con le parole “Pace a voi” (v. 19), dice che il comportamento dei discepoli è coperto unilateralmente dall’amore di Gesù. Essi, che si erano dileguati nell’ora della passione e morte di Gesù, ora vedono che la loro colpa non impedisce loro il futuro e non abolisce la relazione. E questo significa che essi si scoprono perdonati. Il primo saluto “Pace a voi” si accompagna all’ostensione delle proprie ferite da parte di Gesù. “Mostrò loro le mani e il fianco”. Gesù mostra le ferite dell’amore, le ferite che gli ha procurato il suo amare fino alla fine, mostra il suo corpo ferito, quel corpo con cui aveva amato i discepoli fino a inginocchiarsi davanti a loro per lavare i loro piedi, deponendo le vesti, segno della deposizione della vita. Infatti, l’eloquenza ultima dell’amore è la morte, la morte per amore. Anche la muta morte diviene parola che parla di amore. Anche la morte può esprimere amore quando è stata preceduta da una vita che ha sempre parlato la lingua dell’amore. Gesù mostra le ferite, fa vedere ai discepoli cosa può provocare il non amore, il non riconoscere e il non credere all’amore. Ma a questo fa seguire nuovo amore. Chi ama non incolpa gli altri delle ferite che gli sono state inflitte, anzi Gesù abilita e incoraggia i discepoli ad amare in modo analogo, cioè a perdonare. Gesù, mostrando mani e fianco, fa anche delle ferite ricevute un dono: ecco il perdono. Un amore che non si lascia frenare o inibire dal non amore. Con il secondo saluto “Pace a voi” Gesù dona anche il suo soffio, il suo spirito, ovvero invita i discepoli a entrare nel suo modo di vita, a perdonare. Ad accogliere anche le ferite che altri potranno loro infliggere come occasione di ulteriore dono, come occasione di amore. Anzi, come responsabilità di amore. Accordando il potere di rimettere i peccati, il Risorto accorda una responsabilità ai discepoli. Si tratta di potere sul male commesso, sui peccati, ma di responsabilità verso gli uomini. Non il contrario. Non è potere sulle persone, così che uno decide arbitrariamente se perdonare o meno. Non perdonare non è un potere spirituale, ma un peccato. Le parole di Gesù suonano come avvertimento: “a chi non rimetterete i peccati resteranno non rimessi”. E potremmo aggiungere: sarà vostra responsabilità avere tenuto il peccatore nella prigionia del male commesso, averlo reso ostaggio del proprio passato. Io non ho fatto così: Gesù questo non lo dice, ma lo ha appena narrato con il gesto dell’ostensione delle mani e del fianco. Nella scena successiva, i vv. 24-25, il lettore viene informato che uno dei Dodici, Tommaso, non era insieme con gli altri quando il Signore si presentò in mezzo a loro. I discepoli gli danno l’annuncio: “Abbiamo visto il Signore”, ma Tommaso non crede alle loro parole e anzi pone condizioni al suo credere al Risorto: il vedere e constatare di persona. Nei vv. 26-29, Gesù si manifesta di nuovo in mezzo ai discepoli e tra di loro c’è anche Tommaso. Per la terza volta Gesù si presenta con il saluto benedicente “Pace a voi” e poi si rivolge a Tommaso accondiscendendo alle richieste, anzi alle pretese che egli aveva avanzato. E stavolta la reazione di Tommaso è radicalmente diversa da quella precedente. Perché? Perché Tommaso si scopre accolto anche nella sua pretesa, nella sua sfiducia, nel suo non credere alla parola dei fratelli. Tommaso si scopre amato anche nella sua incredulità e perdonato. Questo è ciò che vince le sue resistenze. Gesù non mette in atto strategie di convinzione, ma accondiscende a ciò che Tommaso aveva preteso mostrando di conoscere in profondità il cuore di questo discepolo. Tanto che Tommaso non sente nemmeno più il bisogno di mettere il dito nelle ferite, di stendere la mano e metterla nel fianco, di guardare le mani. Tommaso non compie i gesti che pure aveva solennemente posto come condizioni del suo credere, ma subito perviene alla confessione di fede in Gesù quale Signore e Dio. Tommaso ora crede all’amore e se ne lascia vincere. E rinuncia a se stesso, accettando anche di fare la figura di chi smentisce se stesso. Tommaso diviene figura di chi si pente, mostrando che, a volte, credere è anche ricredersi. Tommaso si accetta accettando e riconoscendo di essere amato. Allora Gesù pronuncia la beatitudine per coloro che crederanno senza avere visto. Seguono le parole dell’evangelista sul vangelo scritto: vangelo che contiene la narrazione dell’amore di Dio e della prassi di amore di Gesù. Beato dunque chi crederà all’amore attraverso la mediazione del vangelo, così come attraverso la mediazione di una comunità cristiana. La comunità riunita “otto giorni dopo” è rinvio alla comunità cristiana che nel tempo della chiesa si raduna settimanalmente per l’eucaristia domenicale: ormai i luoghi che narrano sacramentalmente l’amore di Dio sono la comunità cristiana, l’eucaristia, il vangelo. Senza vedere, senza prove tangibili, ma nella certezza della fede, questi tre luoghi sono tre testimonianze dell’amore che ci dicono che siamo amati, che possiamo imparare ad amare e possiamo diventare persone capaci di amare.
La liturgia ci chiede oggi di guardare al mistero della risurrezione da un altro punto di vista, quello di quanti ne sono profondamente disturbati e infastiditi. Si tratta, naturalmente, dei capi, gli anziani e gli scribi che, dopo aver pensato di aver risolto il caso “Gesù”, si ritrovano a gestire, come spesso accade, un problema ancora più grande. Devono misurarsi non solo con la «franchezza di Pietro e di Giovanni» (At 4,13) ma, ancor più gravemente, devono fissare lo sguardo su chi sta «in piedi, vicino a loro». Si tratta dell’«uomo che era stato guarito» e i notabili, abituati a tenere sempre le fila del discorso, «non sapevano che cosa replicare» (4,14). Situazione più che imbarazzante per quanti hanno fatto di tutto per sbarazzarsi di Gesù nel modo più radicale possibile. Il risultato di tutto ciò è che Pietro e Giovanni non solo non si lasciano intimidire, ma arrivano persino a reagire con una parola che segna la fine di un’era e l’inizio di un nuovo modo di concepire il rapporto con Dio. Non solo, un nuovo modo di relazionarsi con quanti pensano di rappresentarlo sulla terra, talora eliminandone la presenza e il profumo dal cuore dei suoi figli: «Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,19-20). L’ultima cosa che i discepoli hanno visto è ciò che il nome di Gesù è capace di fare: rimettere e far restare «in piedi» un uomo da sempre costretto a trascinarsi più come una bestia che come una creatura umana. Lo stare «in piedi» è il segno caratteristico degli umani e, soprattutto, è il modo umano di relazionarsi riconoscendosi reciprocamente dignità, fiducia, rispetto, credibilità. La risurrezione del Signore Gesù dai morti non è un miracolo che semplicemente lo riguarda e lo riscatta, è un assoluto capovolgimento delle umane sorti, per cui il mondo non si divide più in chi deve sempre obbedire e chi si sente autorizzato a comandare, sempre abusando del nome di Dio. Nel Cristo, risollevato dalla prostrazione della morte, ogni uomo è radicalmente «guarito». Siamo abituati a pensare che siano le malattie a propagarsi e a contaminare seminando sempre più ampiamente tristezza e morte. Con la risurrezione del Signore Gesù dai morti, è la vita a propagarsi in modo incontrollabile, come un riso incontenibile che attraversa il corpo dell’umanità da cima a fondo. I discepoli ormai non hanno più paura di stare in piedi davanti al Sinedrio, senza sentirsi in dovere di tenere gli occhi bassi e la lingua rigorosamente annodata. Sì, è vero, sono «persone semplici e senza istruzione» (4,13), ma aver ritrovato tutta la ricchezza del loro essere «stati con Gesù» non solo li rende coraggiosi, ma fa loro sentire la necessità di dare la medesima possibilità di stare in piedi e di sentirsi guarito anche a chi ha teso la mano verso di loro, chiedendo l’elemosina di un aiuto. Si compie così la consegna del Risorto ai suoi discepoli prima di ritornare al Padre suo e rimettere le sorti della storia nelle nostre mani, affidandola alle nostre cure: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mt 16,15).
Gli apostoli non si lasciano intimidire ed è proprio Simon Pietro, che non aveva resistito alle illazioni di una serva fino a rinnegare il suo Maestro, a essere ora capace di mettere le cose in chiaro: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo…» (At 4,8-9). Nel cuore degli apostoli è viva la memoria di tutto ciò che hanno vissuto con il Signore prima e dopo la sua Pasqua e ancora più pungente è il ricordo struggente della loro assenza durante la celebrazione esistenziale della Pasqua del Maestro. Ciò che resta è una sensazione profonda di essere stati beneficati, di essere stati rimessi sul sentiero della speranza e della vita anche quando tutto sembrava essere dominato dalla delusione e da un senso palpabile di morte della speranza: «ma quella notte non presero nulla» (Gv 21,3). Eppure, nonostante tutto quello che è avvenuto, nel cuore dei discepoli sopravvive, per così dire, una docilità che permette comunque di ricominciare: «La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci» (Gv 21,6). Uno dei messaggi più forti e più importanti del mistero della risurrezione, che stiamo celebrando in questi giorni di letizia pasquale, è la rinnovata speranza che tutto può sempre ricominciare. Pietro lo ricorda con forza nel Sinedrio: Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,11-12). Le parole di Pietro non fanno che confermare un’esperienza che è quella mirabilmente vissuta dal discepolo amato. Questi è capace di riconoscere il Signore a distanza fino a indicarlo agli altri discepoli. Quando si è imparato a conoscere il Signore, lo si può sempre riconoscere nonostante gli annebbiamenti del cuore e i turbamenti della storia: «E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore» (Gv 21,12). Questa certezza nasce proprio dal riconoscimento di questi gesti di cura e di amore che sono inconfondibili e fanno sentire il «beneficio» (At 4,8) della presenza ritrovata del Signore, il quale continuamente rinnova l’invito materno: «Venite a mangiare» (Gv 21,12). Ancora una volta si ricomincia dal quotidiano… il Signore Gesù raggiunge i suoi discepoli nel luogo a loro proprio e si accompagna al loro lavoro abituale. Anche dopo la risurrezione, il Signore non smette il suo grembiule di servitore, tanto che colui che ha lavato i piedi ai suoi discepoli prima della Pasqua, ora fa arrostire il pesce e improvvisa del pane cotto sulla brace, per riprendere così il filo dell’amore attraverso i gesti consueti dell’intimità. Per questo bisogna gettare la rete «dalla parte destra» (21,6) ossia dalla parte giusta, tenendo conto della presenza e della parola del Signore e non affidandosi al caso e a noi stessi che, spesso, accecati dalla paura, rischiamo di sbagliare verso, per andare incontro alla corrente e al flusso della vita.
Incontrare il Risorto non significa soltanto vederlo e gioire del fatto che «il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù» (At 3,13). Tutto questo sarebbe vano se non avessimo in noi il dono del Risorto che «aprì la loro mente all’intelligenza delle Scritture» (Lc 24,45). La tenebra del Venerdì Santo è sempre in agguato nel nostro cuore! Ciò che induce a fare come i nostri padri – di cui Pietro dice: «voi avete consegnato e rinnegato… avete ucciso l’autore della vita» (At 3,13-14) – è proprio l’ignoranza delle Scritture o, più precisamente, l’incapacità ad aprire questo libro, comprendendone fino in fondo il senso che illumina e ci fa prendere in carico il mistero della nostra vita. È questa la prima nota che fa pure l’evangelista Giovanni proprio all’aurora di Pasqua «di buon mattino» (Gv 20,1): «non avevano infatti ancora compreso la Scrittura» (Gv 20,9). Noi tutti siamo nella condizione di coloro cui Pietro rivolge la sua parola: «io so che voi avete agito per ignoranza» (At 3,17), Anche noi siamo nella condizione dei discepoli davanti al «Fantasma» Gesù: «Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?» (Lc 24,38). L’ignoranza e il dubbio non sono però motivi per giustificarci né davanti alla durezza del nostro cuore né, tantomeno, davanti alla strettezza della nostra mente. L’ignoranza e il dubbio sono realtà che esigono da parte nostra una reazione e una scelta: aprirci o chiuderci a ciò che ignoriamo e a ciò che non vogliamo conoscere. E il contenuto fondamentale della conoscenza di Dio è il mistero della sua croce: «il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno» (Lc 24,46). Davanti alle Scritture – ossia dinanzi alla Parola di Dio che interpreta e orienta la nostra vita – abbiamo la tendenza a chiudere il libro per chiudere la nostra mente e il nostro cuore a quel cammino ulteriore che Pietro riassume nelle parole: «Pentitevi e cambiate vita» (At 3,19). Il Risorto ci chiede ogni giorno di fare un passo in più come i discepoli di Emmaus, ma camminare – fare un passo – è sempre un aprire la mente e il cuore oltre tutto ciò che abbiamo già conquistato con la mente e il cuore. Riconoscersi ignoranti e dubbiosi, rimanere davanti al Risorto «stupiti e spaventati» (Lc 24,37) può trasformarsi nell’inizio di una nuova storia, segnata da due parole del Risorto: «Pace a voi» (Lc 24,36) e «voi siete testimoni» (Lc 24,48). Pertanto, la pace interiore e la testimonianza esteriore sono possibili solo a partire da un’apertura totale e sempre aperta a ciò che sconvolge i nostri parametri mentali e di cuore. Il Risorto è colui che apre ma, soprattutto, è colui che ci mantiene aperti: «quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre» (Ap 3,7). Ci sono, infatti, persone apparentemente aperte – come un fantasma senza carne né ossa (Lc 24,39) – rinchiuse però nella propria autodeterminazione e insensibili a ogni appello a ulteriori aperture. Il Risorto, invece, rende aperti nella mente per donarci un cuore spalancato, che non ha paura delle proprie ferite, ma le trasforma in feritoie per vedere la luce pasquale di un cuore che accetta il rischio di farsi toccare: «Toccatemi e guardate» (Lc 24,39). Si tratta di entrare nel mistero di una vita che si fa condivisione: «mangiò davanti a loro» (Lc 24,43) così che «possano giungere i tempi della consolazione» (At 3, 0) in cui si possa dire: «Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere» (Ap 3,8). Questa porta siamo noi stessi in Cristo Gesù.
Siamo noi i due discepoli che alla sera di Pasqua se ne tornano a Emmaus a testa bassa. L’evangelista Luca ci dice che i due discepoli «erano in cammino» (Lc 24,13), soprattutto ci ricorda magnificamente che «Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro» (Lc 24,15). Il messaggio è chiaro: solo la compagnia del Risorto permette ai discepoli, e a noi come loro e con loro, di smettere di camminare a testa bassa, per riprendere la nostra strada come il paralitico di cui ci parla sempre Luca negli Atti degli Apostoli: «Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e, balzato in piedi, si mise a camminare: ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio» (At 3,7-8). Perché il paralitico possa riprendere a camminare fino a essere capace persino di saltare, è necessario che si consumi un vero incontro tra quest’uomo abbandonato «ogni giorno presso la porta del tempio detto Bella» (3,2) e gli apostoli. Pietro e Giovanni non si accontentano di dargli una distante elemosina e proseguire per la loro strada, per penetrare nel Tempio ove incontrare l’Altissimo, ma sanno prendere tutto il tempo fino a perdere tempo al fine di incontrare quest’uomo in un modo così profondo da rimetterlo in cammino verso la vita e restituirlo alla sua dignità di persona: «Lo prese per la mano destra e lo sollevò» (At 3,7). Proprio come si invita una persona a danzare con sé in modo gentile, galante, coinvolto e, necessariamente, gioioso. Il lungo racconto del Vangelo di Emmaus ci mette di fronte alla scoperta del Signore Gesù come di colui che con grande pazienza aiuta i discepoli a rialzarsi dalla loro prostrazione e a ritrovare fiducia nella vita. Il primo passo per incontrare il Risorto è, in realtà, la capacità e la volontà di voler incontrare di nuovo qualcuno: «Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». La reazione del Signore è semplice ed immediata: «Egli entrò per rimanere con loro» (Lc 24,9). Questo versetto del vangelo di Luca è un condensato del mistero della risurrezione come mistero di relazione. Solo nella misura in cui si rende di nuovo possibile l’incontro, da persona a persona, è possibile sperimentare nella propria vita una forma adeguata e unica di risurrezione. La risurrezione non è un “miracolo”, è un processo interiore che esige la partecipazione piena della propria persona, accettando di lasciarsi incontrare e interrogare. Il pane che è la presenza del Risorto nelle nostre vite non è un pane di elemosina come quello che si aspettava il paralitico alla porta del tempio, ma è un pane sostanzioso per il cammino e non per accomodarci o peggio ancora per immobilizzarci. Si tratta per questo di rinfrescare la memoria ripercorrendo, attraverso le Scritture, la nostra stessa vita. Il Signore, dopo la sua Pasqua e prima di tornare al Padre, desidera condividere con noi la “sua” lettura esistenziale delle Scritture a partire dalla sensibilità del suo cuore di Figlio, che ci riapre la strada di un’autentica fraternità. Le ultime parole del Vangelo evocano il «pane», ma non si tratta di un pane per accomodarsi, bensì di un pane per camminare, proprio come avviene per il paralitico posto alla porta Bella, proprio come avviene per i discepoli, i quali dal camminare a testa bassa riprendono la strada con una gioia rinnovata e un entusiasmo ritrovato.
La domanda che sorge spontanea dal cuore trafitto del popolo, che si lascia raggiungere dalle parole di Pietro, è una guida per entrare nel mistero di Pasqua in modo non astratto, ma concreto perché sia vitale: «Che cosa dobbiamo fare fratelli?» (At 2,38). Il racconto della visita mattutina di Maria di Magdala nel giardino dove si trova la tomba del Signore può essere una sorta di traccia di ciò che potremmo definire l’arte di non arrendersi mai alla logica della morte e di credere oltre ogni disperazione. Il Signore Risorto sembra passeggiare nel giardino aspettando i suoi amici. Siamo di nuovo nel giardino della creazione, ma siamo già nel giardino delle delizie del Cantico dei cantici: l’amore è sempre possibile e pronuncia il nome dell’amato in modo inconfondibile tanto da suonare come una incoronazione della relazione ritrovata: «Gesù le disse: “Maria”» (Gv 20,16). Il rischio è che le nostre lacrime non ci permettano di vedere mentre ci sforziamo di guardare, mentre l’amore si lascia guardare fino a vedere l’impensato impensabile. Nel linguaggio della risurrezione, sembra che vedere e testimoniare siano la stessa cosa! Un lungo testo di Gregorio Palamas può guidarci nella meditazione gioiosa di questa giornata pasquale: «Fuori regnava l’oscurità, non era ancora giorno, ma quella grotta era piena della luce della risurrezione. Maria ha visto quella luce per grazia di Dio: il suo amore per Cristo è diventato più vivo, ha avuto la forza di vedere angeli che le hanno detto: “Donna, perché piangi?”. Vide il cielo in questa grotta o piuttosto un tempio celeste al posto di una tomba scavata per essere prigione. “Perché piangi?” Fuori, il giorno ancora incerto, il Signore non manifesta lo splendore divino che l’avrebbe fatto riconoscere anche in mezzo al dolore. Maria non lo riconosce dunque. Quando ha parlato e si è fatto riconoscere, anche allora pur vedendolo vivo, lei non ha percepito la grandezza divina e gli si è rivolta come a un semplice uomo di Dio. Nello slancio del suo cuore, vuole inginocchiarsi e toccargli i piedi. Ma lui le dice: “Non toccarmi, poiché il corpo di cui sono ora rivestito è più leggero e mobile del fuoco; può salire al cielo fino al Padre mio, nel più alto dei cieli. Non sono ancora salito da mio Padre, perché non mi sono ancora mostrato ai miei discepoli. Va’ da loro; sono fratelli miei, poiché siamo tutti figli di un unico Padre”. La chiesa in cui siamo è simbolo di questa grotta. Ne è ancor più che un simbolo: è per così dire un Santo Sepolcro. Vi si trova il luogo dove si depone il corpo del Maestro; vi si trova la santa mensa. Chi dunque corre con tutto il cuore verso questa divina tomba, vera dimora di Dio, vi imparerà le parole dei libri ispirati che lo istruiranno come gli angeli sulla divinità e l’umanità del Verbo, la Parola di Dio incarnata. E vedrà così il Signore stesso, senza possibilità di errore. Poiché chi guarda con fede la mistica mensa e il pane che vi è deposto, vi trova nella sua realtà il Verbo di Dio che si è fatto carne per noi e ha stabilito la sua dimora in mezzo a noi (Gv 1,14). E si fa degno di riceverlo, non solo lo vede, ma partecipa del suo essere; lo riceve in sé perché dimori in lui».
Al mattino dopo quel primo mattino che segue il grande Sabato è come se rimpiombassimo a valle della storia. L’evocazione delle guardie ancora una volta prezzolate e l’inizio della lettura annuale degli Atti degli Apostoli sono il modo efficace con cui la Liturgia ci tiene sulla corda… sulla corda della storia. La risurrezione di Cristo Signore non rappresenta una comoda fuga dalla storia né, tantomeno, una sorta di sogno per tenere buone le coscienze. La risurrezione è un fuoco gettato sulla terra per impedire in tutti i modi che si sprofondi nella dimenticanza di come la forza che viene da Dio – lo Spirito Santo evocato con così grande forza da Simon Pietro – è all’opera in misura proporzionale allo spazio che gli diamo dentro la nostra vita concreta. Nemmeno la risurrezione può mai essere un’evidenza che costringe a credere, ma è una porta che permette e obbliga ciascuno a scegliere. Questo è avvenuto al mattino di Pasqua, questo avviene ogni mattina in cui la nostra umanità si rimette in cammino sulla strada della vita, scegliendo di farsi pagare o accettando di pagare. La lettura degli Atti degli Apostoli ci aiuterà a comprendere come la risurrezione si fa storia nella vita delle prime comunità di discepoli in modo incarnato, concreto, con momenti di grande luminosità e momenti terribilmente umbratili. Ancora una volta, gli uomini da una parte e le donne dall’altra! Neppure la luce pasquale può evitarci il dramma della scelta, che non si impone mai come un’evidenza che non lasci scampo alla nostra libertà, ma la impegna radicalmente, tanto che nessuno – nemmeno l’Altissimo – può scegliere al nostro posto o prendere posizione davanti alla storia sollevandoci dal peso della nostra responsabilità, dalla gioia di dare una risposta alla storia anche quando sembra che tutto sia finito e i giochi definitivamente conclusi. Da una parte gli uomini – i discepoli e i soldati – si nascondono a se stessi per evitare fastidi, mentre le donne si fanno incontrare realmente dal Risorto e in modo nuovo, proprio perché si erano levate di buon mattino per andargli incontro a loro modo. Messesi in cammino per seguire il loro cuore, le donne hanno la grande sorpresa di poter ritrovare il Signore, tanto che «si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono» (Mt 28,9). L’apostolo Pietro, al mattino di Pentecoste, ritrova se stesso e si sente animato da un coraggio che non gli appartiene, ma che gli viene donato: «Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» (At 2,24). Sarebbe meglio tradurre la parole di Pietro con doglie del parto poiché il termine greco indica i legami e le doglie. Paolo usa questo termine per indicare la nascita di un mondo nuovo nella creazione nuova. La storia, ogni storia piccola o grande, rilevante o sconosciuta, può riprendere il suo cammino solo nella misura in cui qualcuno – come le donne al mattino di Pasqua – accetta di rischiare la speranza e non – come i soldati – di barattarla con la rassicurazione di essere liberati da «ogni preoccupazione» (Mt 28,14).