
Non possiamo nascondere il nostro stupore davanti alla conclusione del vangelo, ed è uno stupore pieno di ammirazione e di speranza: «A queste sue parole, molti credettero in lui» (Gv 8,30). La domanda si fa legittima: che cosa mai in queste parole del Signore Gesù quei «molti», di cui vorremmo far parte, hanno trovato una parola che li ha toccati così profondamente da aprirli a un’adesione di fede così pronta e semplice? I notabili ironizzano sull’orizzonte cui il Signore cerca di aprire le loro menti e i lori cuori e che si pone a un livello diverso da quello cui sono continuamente abituati: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: “Dove vado io, voi non potete venire”?». (Gv 8,22). La gente più semplice intuisce nelle parole del Signore il segno di qualcosa che trascende ogni paura e apre una possibilità reale di uscire dal circolo degli avvelenamenti quotidiani che ci tengono come crocifissi al «quaggiù» (8,23) di tutte quelle abitudini, usi, modi di fare che, in realtà, ci paralizzano come farebbe il veleno di «serpenti brucianti» (Nm 21,6). L’immagine del libro dei Numeri evoca tutto quello che dentro di noi brucia fino a ad avvelenarci e per molti aspetti, ucciderci: i nostri fallimenti, le nostre fragilità, il nostro rammarico, le nostre più o meno latenti patologie… in una parola la nostra realtà di limite che, se non assunta, diventa esperienza di peccato. Ora tutto ciò, invece di essere ignorato o eliminato viene, invece, dal Signore «innalzato» (Gv 8,28) poiché viene portato a un livello diverso, in cui ognuno di questi veleni può, attraverso un amore purificante, trasformarsi in un antidoto e in una vera medicina. La croce del Signore diventa così la ripresentazione del roveto ardente del deserto, in cui il Signore rivela a Mosè di non temere la sua debolezza e la sua paura che l’hanno fatto fuggire dall’Egitto, fino a trasformarle in strumento di salvezza non solo per se stesso, ma per tutto il popolo. I rabbini spiegano che il Signore Dio si rivelò in un roveto perché esso ha molte spine e queste rappresentano le sofferenze e le prove della vita umana. Il Signore Gesù contrappone, alle infinite discussioni accademiche degli scribi e dei farisei, se stesso quale uomo dei dolori che sarà innalzato sulla croce nudo, come un serpente, e coronato di spine, come un roveto ardente, il cui amore bruciante non si consuma, pur continuando a donarsi. Sulla croce la pienezza della Rivelazione di Dio si manifesta ancora una volta nel disarmo più totale, che diventa per ogni discepolo l’indicazione dell’unica strada e dell’unico modo per non cadere sotto l’autocondanna a morire nel proprio «peccato» (8,21), la cui radice è quella di non accettare di lasciarsi salvare da uno sguardo accolto e ricambiato. Sapremo resistere a fissare lo sguardo sull’Uomo dei dolori che ben conosce il patire e accettare che egli lo ricambi con il suo sguardo infuocato, che incenerisce tutto ciò che in noi è secco e spinoso? Il cammino verso la Pasqua può diventare per noi un vero processo interiore di riconciliazione con la nostra fragilità e vulnerabilità che possono così diventare un luogo non di maledizione, ma di relazione che fa crescere nella consapevolezza di sé e in una solidarietà sempre più dilatata e profonda.