Pubblicato in: Riflessioni personali

I venti della paura

Le parole con cui si apre la Liturgia della Parola sono capaci di aprire il nostro cuore a un modo di sentire la presenza di Dio nella nostra vita tanto da darle non solo lo spazio giusto, ma anche di lasciare che questa parola segni fino a trasformare radicalmente la nostra esistenza: «se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1Gv 4,11). Con queste brevi, ma densissime parole dell’apostolo siamo messi di fronte al compito di tutta la nostra vita credente, chiamata a essere una sorta di meditazione trasformante del mistero di Cristo, capace di segnare radicalmente la nostra vita. Meditare e contemplare il modo con cui siamo stati amati da Dio e la cui rivelazione è il mistero dell’incarnazione del Verbo è la via per accordare il nostro cuore a quello dell’Altissimo. L’apostolo Giovanni ci ricorda da una parte che «In questo l’amore ha raggiunto tra noi la sua perfezione» la cui conseguenza è, a dir poco, magnifica: «perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo» (1Gv 4,17). Leggendo queste parole, siamo posti di fronte alla vertiginosa vocazione di cui l’incarnazione del Verbo rende partecipe ciascuno di noi. Il Vangelo della carne del Verbo, se è una magnifica apertura sulla vita divina che viene travasata nella nostra vita e persino nella nostra carne, è anche un’esigenza di conversione continua, come quella richiesta agli apostoli, i quali «non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito» (Mc 6,52). Questa nota dell’evangelista Marco non riguarda solo gli apostoli, ma riguarda ciascuno di noi. Non basta entrare in contatto con la forza trasformante della compassione di Cristo, bisogna che questo contatto ci renda come lui, così che la sua logica di attenzione alle necessità dei più poveri continui attraverso la nostra stessa vita. Lo sguardo del Signore Gesù si sposta dalla folla ai discepoli colti nel loro essere «affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario» (6,48). Potremmo interpretare il mare come la vita quotidiana in cui cerchiamo di lasciarci guidare dalle esigenze del Vangelo, e il vento contrario come tutto ciò che ci impedisce di acconsentire alla grazia di quella presenza di Dio dentro di noi, che ci fa capaci di vivere così come ci viene mostrato nelle parole e nei gesti del Signore. Perché questo avvenga, dobbiamo lasciarci andare al soffio sereno della fiducia e dell’amore, resistendo ai venti della paura perché «Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» (1Gv 4,18). L’Epifania del Signore non è dietro di noi, ma è sempre davanti a noi e la stella guida sempre i nostri passi nella fiducia di cammini inediti che aprono nuove piste di speranza. Quando la notte sembra farsi terribilmente buia e deserta di stelle, a guidare la nostra fiducia è una voce: «Coraggio, sono io, non abbiate paura» (Mc 6,50). Marco ci suggerisce l’antidoto alla paura e al timore: «E salì sulla barca con loro e il vento cessò» (Mc 6,51). Imbarchiamo il Signore e la barca, stranamente, sarà più leggera e veloce! Marco annota con forza che il Signore Gesù costringe i suoi discepoli in barca. Forse è per dare loro l’opportunità di trovarsi a loro volta nel bisogno e capire così, sulla propria pelle, il bisogno della gente che, poco prima, avrebbero – volentieri – mandato a cercare da mangiare senza troppo importunarli con i suoi bisogni.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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