Pubblicato in: Riflessioni personali

Lasciarsi contaminare

Il testo evangelico di oggi ci descrive Gesù che dopo aver pronunciato sul monte le sue «dieci parole», nelle beatitudini poi approfondite e spiegate nei versetti seguenti della prima grande sezione del suo Vangelo, compie “dieci gesti” che di queste parole – più precisamente e profondamente, di questa logica – sono l’esplicitazione. Quest’uomo che si avvicina a Gesù e che è un «lebbroso» (Mt 8,1) apre il ciclo dei gesti di guarigione di Gesù con una domanda che tutti li ricapitola: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi» (Mt 8, 2). Il Signore, dice Matteo, «tese la mano e lo toccò dicendo…» (8,3): la prima e la fondamentale reazione del Signore Gesù è di profondo coinvolgimento. Non solo si lascia interrogare dal bisogno di quest’uomo, ritualmente impuro ed escluso, ma più profondamente si lascia coinvolgere dal suo dolore e dalla sua sofferenza dichiarando – col suo gesto prima che con la sua parola – la sua disponibilità a lasciarsi “contaminare” pur di non rimanere estraneo al suo cammino. Il fatto poi che ad aprire questa sezione sia un «lebbroso», che sarà subito seguito da un «centurione» (8,5), come pure il rimando chiaro «al secerdote» (8,4) e alla funzione del tempio, sottolinea come il primo ambito in cui c’è bisogno di purificazione e di salvezza è proprio Israele, potremmo dire – da parte nostra – è prima di tutto la Chiesa, chiamata a lasciarsi profondamente guarire prima di farsi sacramento di guarigione e di salvezza per gli altri. Il «lebbroso» che vediamo nel Vangelo è un uomo malato, ma profondamente consapevole: si distacca dal resto della «molta folla» (8,1) con fare chiaro e avveduto, come pure sembra ben conscio e in modo non passivo, come avviene con l’indemoniato di Cafarnao nel vangelo di Marco, della potenza di salvezza di cui Gesù è portatore: «Signore se vuoi, puoi…» (8,2).  «E colui che mi aveva illuminato tocca con le sue mani i miei legami e le mie ferite; là dove la sua mano tocca e il suo dito si avvicina, subito cadono i miei legami, scompaiono le ferite, e ogni sporcizia. L’impurità della mia carne scompaia… sicché egli la rende simile alla sua mano divina. Strana meraviglia: la mia carne, la mia anima e il mio corpo partecipano della gloria divina» (Simeone il Nuovo Teologo, Inni, 30). La prima lettura, in cui ci viene crudamente rapportato il resoconto di uno dei momenti più tristi della storia di Israele, quando la regalità davidica viene rovesciata da Nabucodonosor che, con la sua sentenza, in realtà esprime la colpa del popolo sordo ai richiami del profeta Geremia, ne rivela la colpa profonda: «fece cavare gli occhi a Sedecia» (2Re 25,7) rivelando così il peccato di accecamento spirituale che aveva portato persino all’incendio e alla profanazione del «tempio del Signore» (25,9).

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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