Pubblicato in: Riflessioni personali

Perdere e ritrovare

Le parole dell’apostolo Paolo starebbero veramente bene sulla bocca del Signore Gesù: «Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore» (Fil 3,8). Possiamo immaginare, infatti, i sentimenti del pastore della parabola che si lancia alla ricerca della pecora «perduta» (Lc 15,4). Così pure possiamo immaginare i sentimenti e la decisione di quella donna che mette a soqquadro la casa pur di trovare una delle «dieci monete» (15,8) che ha smarrito. Per fare ciò, è necessario sentire di non poter perdere una delle pecore del gregge né tantomeno smarrire una delle monete, perché di queste si ha bisogno per vivere e non solo per sopravvivere. Questo perché, se la ricerca è frutto di un bisogno, è altresì l’espressione di una decisione, in quanto non si accetta in alcun modo di smarrire ciò a cui si tiene. Per lanciarsi in una ricerca così decisa e audace, è necessario nutrire un sentimento di fondo: non ritenere perduto ciò che si è smarrito e sentire, interiormente, di poterlo ritrovare. Prima di essere una questione di scelta, è l’espressione di un sentimento profondo. L’evangelista Luca ci ricorda il contesto preciso in cui il Signore Gesù racconta queste parabole, ed è quello della mormorazione dei farisei benpensanti i quali andavano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro» (Lc 15,2). Nella mentalità dei farisei, coloro che considerano “peccatori” sono delle persone perdute per sempre che, secondo il loro pensiero, non possono essere più ritrovate. L’attitudine del Signore Gesù è assolutamente diversa, in quanto non si concentra sulla disponibilità o meno dei peccatori di farsi ritrovare, ma sulla decisione di volerli cercare, offrendo loro la possibilità di sentirsi comunque amati e desiderati, così da rimettere in moto la loro stessa possibilità di scegliere. Il gesto del pastore che, trovata la pecora, «la carica sulle spalle» (15,5) e la reazione della donna che, una volta ritrovata la moneta, «chiama le amiche e le vicine» (15,9) ci fanno sentire il palpito del Signore Gesù, che non può rassegnarsi in nessun modo all’idea che qualcuno sia smarrito e perduto per sempre. Il grande annuncio del Vangelo sta proprio nella coscienza che, per quanto noi ci smarriamo e ci allontaniamo, il Signore non smetterà di cercarci e non si arrenderà fino a che non ci avrà ritrovati. Il nostro Dio «accoglie i peccatori e mangia con loro» (15,2) e ci chiede di fare altrettanto, ed è questo «il culto» che siamo chiamati a offrire ogni giorno, «mossi dallo Spirito di Dio» (Fil 3,3) senza più «porre fiducia nella carne» ma nell’amore. Prima di pensare agli altri e di adoperarci per gli altri, accettiamo di essere noi quella pecora smarrita che il pastore si carica sulle spalle e riconosciamo di essere noi quella moneta che, perduta, non serve più a niente. Solo così sarà possibile sottrarci alla trappola del fariseismo, lasciando che si formi in noi un cuore misericordioso, accogliente, aperto, segnato dalla speranza audace che nulla è perduto finché sarà cercato.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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