
La parola del salmo ben traduce il sentimento profondo del nostro Dio: «Se ascoltaste oggi la sua voce!» (Sal 94,7). Nella tradizione più antica si cominciava sempre la Liturgia delle Ore usando, ogni notte, come invitatorio proprio questo salmo e, nei monasteri, tutti si mettevano in ginocchio mentre si cantavano le parole «Entrate: prostrati, adoriamo, in ginocchio, davanti al Signore che ci ha fatti» (94,6). Mentre procede il nostro cammino quaresimale, la Liturgia ci offre l’occasione di fare il punto sulla modalità e la qualità della nostra capacità di ascoltare, che significa sempre una rinnovata capacità e volontà di rientrare nel nostro cuore e farne un ambito di vero cammino e di profonda trasformazione. Si può ben dire che il lento maturare dell’ascolto corrisponde al crescere sereno dell’amore nell’intimo e nelle profondità della nostra esistenza, laddove avvengono le cose più vere, le più importanti, le più durature. Il profeta Geremia ci riporta la parola che lo stesso Signore Dio continuamente rivolge al suo popolo, rivolge a ciascuno di noi: «Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo; camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici» (Ger 7,23). È stupendo notare come per il profeta l’ascolto non è assolutamente qualcosa di passivo o di statico ma, al contrario, è legato al dinamismo più creativo che viene ben espresso dall’immagine del cammino. In una parola, potremmo riprendere le parole del salmo unitamente a quelle del profeta per concludere così: ascoltare è, dapprima, rientrare nella cella segreta del proprio cuore e, in seguito, mettersi in cammino per ritornare al centro del proprio essere viaggiando con leggerezza attraverso tutte le situazioni e gli incontri che la vita ci offre e ci chiede di ascoltare con attenzione condita di inesauribile amore. Sì, ascoltare è sempre amare, così pure amare è sempre ascoltare. Il Signore Gesù ha assunto la nostra condizione umana e si è fatto pellegrino in mezzo alle nostre situazioni con questo atteggiamento di ascolto totale dalle cui profondità scaturisce una capacità di accoglienza e di condivisione talmente grande da essere in grado di oltrepassare tutte le chiusure che la nostra umanità ferita e timorosa può frapporre, tanto che «il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore» (Lc 11,14). Allo stupore della folla si contrappone l’indignazione degli scribi e dei farisei, i quali non riescono a rallegrarsi del fatto che un loro fratello in umanità possa finalmente essere pienamente capace di umanità e tirano di mezzo persino «Beelzebùl» (11,15) pur di non riconoscere «il dito di Dio» (11,20). Certo, se il mondo fosse fatto di uomini muti, allora tutto sarebbe più semplice, perché si potrebbe vivere nell’illusione persino di essere capaci di dare ascolto al nostro prossimo, senza nessuna possibilità di riscontro. Invece il disegno di Dio esige che l’ascolto generi la parola e che ogni parola radichi in un profondo ascolto, un altro modo per dire che la vita esige scelte responsabili e limpide: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde» (Lc 11,23).