Pubblicato in: Riflessioni personali

Tutti risorti!

La prima lettura ci mette di fronte, per la prima volta in modo così intenso, non solo al dramma della persecuzione, ma anche a quella che potremmo definire la grazia della persecuzione. La morte di Stefano rappresenta, nella storia della Chiesa, a partire da ciò che è stato vissuto dalla prima comunità cristiana, un momento importantissimo: ai discepoli è riservata la stessa sorte del loro maestro e questo invece di indebolire non fa che rafforzare ulteriormente la loro testimonianza e il loro entusiasmo. Se le prime parole evocano la «violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme» (At 8,1), le ultime parole sono invece: «E vi fu grande gioia in quella città» (At 8,8). Tra la persecuzione e la gioia. Forse sarebbe meglio dire che la gioia è frutto della persecuzione nella misura in cui si sa accogliere il mistero della dispersione, che diventa una sorta di necessità e quasi condizione per l’ampliarsi dell’evangelizzazione: «Quelli però che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola» (8,4). Il vento della Pentecoste sembra che continui a spazzare il cielo della storia attraverso il vento della persecuzione che permette comunque, in un modo o nell’altro, che il polline del Vangelo fecondi i fiori della nostra umanità, sempre più lontano e sempre più in alto, diventando promessa di un raccolto più che abbondante. Il Signore Gesù si fa nutrimento della nostra gioia e della nostra pienezza di vita: «E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno» (Gv 6,39). Il destino di risurrezione è il desiderio del Padre per ciascuno dei suoi figli, pertanto questa risurrezione non è rimandata in un lontano futuro, ma è l’esperienza di una relazione con Cristo Signore che ci fa partecipi della stessa vita divina. Sembra che il Signore Gesù abbia bisogno di ribadirlo: «Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,40). La salvezza si riceve da un altro come un sorriso, perché radica nella stessa vita della Trinità e sgorga dalla stessa intimità divina: è relazione, dialogo, condivisione, comunione allo stesso pane, fraternità che nasce e si rafforza nella condivisione dei propri bisogni e delle proprie necessità. Essere salvati ed essere inondati di gioia è semplice come un “buongiorno” o un “ciao” pieno di allegra tenerezza. La gioia pasquale è come il lievito impastato con la nostra vita quotidiana e persino banale, perché la nostra esistenza sia contrassegnata da una libertà capace di dilatare gli spazi della comunione e della condivisione. La gioia è più che un sentimento, è il frutto di un lungo lavoro su se stessi il quale comincia sempre con l’aratro di una volontà che sa sarchiare la terra del cuore per fare spazio a solchi capaci di accogliere e custodire il seme del Vangelo come premessa necessaria per il raccolto di una carità sempre più ampia e autentica. Gioia non è che il volto di un amore sempre più dato, persino nella persecuzione dell’incomprensione o del rifiuto.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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