Pubblicato in: Riflessioni personali

Potenti briciole

Ogni volta che il Signore Gesù opera un miracolo di guarigione non possiamo non chiederci che tipo di malattia e che tipo di sofferenza ancora più grande richieda il suo intervento di Medico. La finale del testo odierno dice chiaramente che questa donna «Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato» (Mc 7,30). Si potrebbe così concludere che finalmente questa bambina ha potuto riposare ormai liberata da questo «demonio» che forse da lungo tempo impediva a questa «figlioletta» (7,25) di trovare riposo. Siamo profondamente colpiti dalla forza e dalla decisione con cui questa madre intercede insistentemente perché il Signore guarisca e liberi sua figlia. Si comporta in modo sfacciato e per certi aspetti senza nessuna «vergogna» (Gn 2,25) davanti al Signore Gesù che, invece, da parte sua cerca di «restare nascosto» (Mc 7,24). Questa donna «siro-fenicia» non si arrende e non si lascia nemmeno intimidire dalla risposta del Signore, che suona affatto gentile e in cui si rispecchia il disprezzo abituale che gli Israeliti hanno verso gli “altri”, che considerano come “cani” e che Gesù, da parte sua, addolcisce in «cagnolini» (7,27). La risposta di questa donna è talmente forte e intensa da meritare l’elogio, l’ammirazione e la risposta operativa del Signore Gesù: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli» (Mc 7,28). In questo senso la prima lettura, tratta dal libro della Genesi e che riguarda proprio la creazione della donna accanto all’uomo con quella che potremmo definire l’invenzione del loro mutuo donarsi nell’amore, è fortemente significativa. Infatti, la creazione della donna segue quella degli animali, per cercare in tutti i modi di dare una risposta a una presa di coscienza da parte di Dio stesso che dice tra sé: «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gn 2,18). Questa parola del Signore è di una forza travolgente poiché ci fa contemplare un Dio pensoso che accetta di portare le conseguenze della sua creazione e il fatto che egli – onnipotente – non può essere sufficiente alla gioia e alla pienezza dell’uomo appena creato. Dal giorno della creazione l’uomo può fare la terribile esperienza di Adamo che «non trovò un aiuto che gli corrispondesse» (2,20). E davanti a questa mancanza Dio, invece di proporsi come tappabuchi, si ripropone come creatore sempre più creativo e inventivo: «fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto» (Gn 2,21). Il Creatore e il Salvatore si assoggettano ai limiti della creazione e si limitano nei confini della mediazione salvifica, ma senza restarne imprigionati. Piuttosto, si dimostrano capaci di andare oltre se stessi per essere fedeli a se stessi e a quella pienezza di dono che è la divina essenza. Questa divina creatività fa nascere l’arte del canto nel primo Adamo e permette alla figlioletta di questa straniera svergognata, dal fatto di essere straniera, di cominciare a poter finalmente dormire in pace e, soprattutto, sognare. Ciò che Dio fece per Adamo, donandogli una creatura che gli «corrispondesse», è ciò che continuamente fa per ciascuno di noi, perché la nostra vita non intristisca accontentandosi delle «briciole» ma conosca la gioia che viene dalla pienezza di vita e dalla gioia di relazioni che siano all’altezza del nostro desiderio.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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