Pubblicato in: Riflessioni personali

Scrutare l’orizzonte

La Liturgia della Parola che ci accompagna alla fine di questa tappa del nostro cammino quaresimale ci chiede un impegno di intelligenza rigoroso e rischioso. La Parola di Dio, in questo nostro cammino verso la Pasqua, segna la nostra identità di discepoli del Signore e per questo ci chiede di porci seriamente una domanda: «Quale immagine di Dio custodiamo e coltiviamo nel nostro cuore?». Se la domanda non ci sembra poi così urgente, allora diventa necessario prendere coscienza di come e di quanto l’immagine di Dio che ci portiamo dentro è il calco della nostra modalità di essere uomini e donne, credenti pur in modi diversi, comunque fratelli e sorelle. Il profeta Michea ci introduce nella lettura della parabola della misericordia con raro rigore: «Quale dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità?». Alla domanda segue subito una riposta che dovrebbe essere assunta come l’architrave di ogni costruzione dogmatica, morale e spirituale: «Egli non serba per sempre la sua ira, ma si compiace di manifestare il suo amore» (Mi 7,18). Questa domanda, con la conseguente affermazione del profeta, sarebbero sufficienti per nutrire la nostra meditazione non solo nel tempo propizio della quaresima, ma per tutta la nostra vita di discepoli in ascolto del Vangelo. Oggi la Parola di Dio ci porta al cuore pulsante del Vangelo: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Lc 15,20). Ecco l’immagine di Dio perennemente padre che il Signore Gesù ci ha rivelato nelle sue parole, nei suoi gesti, nella sua Pasqua. Tutte le volte che siamo in difficoltà a reperire un’immagine di Dio capace di illuminare il nostro cammino discepolare per ritrovare, sicuramente e durevolmente, il nostro essere «ad immagine» (Gen 1,26) di Dio, non ci resta che masticare questo versetto lucano fino a metabolizzarlo così profondamente da farlo diventare vita della nostra vita. Certo, sempre ci chiediamo se la nostra condizione assomiglia di più a quella del figlio minore o all’arroganza indispettita del figlio maggiore. In realtà, il nostro vero dilemma non è quello di chiederci a chi assomigliamo di più tra i due fratelli della parabola, ma quanto siamo in cammino per somigliare il più possibile al padre misericordioso. La grandezza e la bellezza di questo padre sta proprio nel fatto di non avere bisogno di preferire un figlio all’altro, perché il suo cuore è talmente grande di avere spazio per l’uno e per l’altro senza mai cedere alla tentazione di ridurre le drammatiche differenze. Questo padre accetta, invece, di portare le differenze come conseguenza della propria fecondità. Essere fecondi non significa creare dei replicanti né di noi stessi né delle persone con cui ci relazioniamo. Ciò che oggi la Liturgia ci aiuta a comprendere è che l’immagine di Dio è quella di un padre che non si replica nei propri figli, ma è capace di fare posto alla vita sorprendente della propria «eredità» (Mi 7,14) portando amorevolmente il peso della diversità. Per questo il padre continua a ripetere a ciascuno di noi: «Figlio tu sei… questo tuo fratello» (Lc 15,31-32).

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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