
La Parola di Dio che la Liturgia ci offre quest’oggi ci permette e ci richiede di vivere generosamente una necessaria chiarificazione nel nostro cammino quaresimale, che diventa icona del nostro ben più ampio cammino discepolare: «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica» (Dt 4,1). Possiamo ben immaginare il giovane Gesù che passa il suo tempo migliore a leggere e meditare il Deuteronomio, di cui la sua predicazione è impregnata profondamente proprio come quella dei profeti da lui più amati, come Osea e Geremia. Il Deuteronomio è stato capace non solo di rianimare ma quasi di rifondare la fede di Israele nel Dio dell’alleanza. A partire da questo testo non si può per nulla immaginare un rapporto con Dio se non nel segno di una fedeltà che ha continuamente bisogno di dichiararsi e di dimostrarsi in quella magnifica ossessione per i dettagli che è propria degli innamorati: «Vedete, io vi ho insegnato leggi e norme come il Signore, mio Dio, mi ha ordinato, perché le mettiate in pratica nella terra in cui state per entrare per prenderne possesso» (4,5). Quando si ama si ha bisogno di rinnovare continuamente il dono di una presenza reciproca fatta di parole e di gesti che dicono quanto e come l’altro stia al cuore della propria vita. Allora l’invito finale della prima lettura assume tutta la sua bellezza e la sua profondità: «Ma bada e te e guardati dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto, non ti sfuggano dal cuore per tutto il tempo della tua vita» (Dt 4,9). A partire da queste parole del Deuteronomio, tanto esigenti ma così cariche di passione, possiamo ben immaginare che il primo passo per metterle in pratica sia proprio un lavoro del cuore completamento intento a custodire con cura i segni di un amore che non si vuole dimenticare, ma coltivare con amore. In questo contesto, la parola del Signore Gesù si riallaccia a quella di Mosè in una continuità fedele e creativa al contempo: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17). Per il Signore Gesù, formato – per così dire – alla scuola deuteronomista attraverso i profeti, il mettere in pratica non corrisponde più semplicemente all’osservanza scrupolosa e precisa dei precetti, ma si indentifica con un processo di compimento. Si potrebbe dire che il Signore non smette di prendersi cura dei minimi dettagli della Torah, ma si preoccupa di non perdere di vista minimamente il fine di questa osservanza, che è in vista di una relazione crescente con Dio e con gli altri. Per due volte, alla fine della pericope evangelica di quest’oggi, si evoca «il regno dei cieli» (5,19). Mettere in pratica con fedeltà e passione i precetti, le tradizioni, i riti… ha senso nella misura in cui dilata lo spazio della collocazione del proprio cuore a misura di quel Dio che, attraverso tutte le osservanze, si cerca di mettere al cuore della propria vita come misura e ispirazione di tutti i propri gesti, seppur «minimi» (5,19) e apparentemente trascurabili. Per il Signore Gesù la sfida per ogni discepolo è di costruire, giorno dopo giorno, uno spazio di relazione autentica e vivificante che comincia qui e ora, ma è già parte del regno di Dio che si costruisce e, in certo modo, si avvera già nel cuore di chi è fedele senza accontentarsi mai di essere solo preciso.