
La parola che risuona nel Sinedrio potrebbe fare da sfondo a una fiction televisiva dei nostri giorni con una toccante suspense: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione» (Gv 11,47-48). Queste parole tradiscono ed esprimono la disperazione dei notabili del popolo, i quali non riescono più ad arginare il “fenomeno Gesù di Nazaret” perché tocca il cuore della gente e destabilizza le abitudini e le pretese dei potenti, mettendo a rischio i loro privilegi. Normalmente la paura o è un sano istinto di preservazione della vita, oppure è una invenzione per il mantenimento dei propri privilegi a scapito di un bene maggiore e, soprattutto, più condiviso con tutti. La reazione a questo timore di destabilizzazione che fa immaginare lo scenario più temibile per il sinedrio, che sarebbe la distruzione del Tempio con un enorme danno ai “sacri commerci” delle famiglie sacerdotali, diventa una condanna a morte pronunciata come una santa necessità: «Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!» (Gv 11,50). Come sempre, quando prevalgono la paura e il bisogno di autoconservazione si arriva a far passare per vero ciò che è falso, tacitando in modo tremendo la voce della propria coscienza: «Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo» (11,53). La decisione è ormai presa, si tratterà ora di trovare il modo e di continuare a soffiare sul fuoco della paura con il vento della menzogna, senza più nessuno scrupolo. Quando il pericolo di perdere ciò cui non si vuole rinunciare per nulla al mondo viene accettato come principio assoluto, allora tutto diventa non solo possibile, ma persino augurabile e perseguibile. Così la condanna a morte di Gesù nell’intimità sacrale di una sessione del sinedrio diventa il simbolo di tutte quelle situazioni in cui il potere decide di annientare qualunque minaccia alla propria conservazione senza badare a spere e a cuor leggero, perché si impone per necessità. In realtà, non si difende il tempio del Signore, ma gli interessi che il tempio del Signore assicura a quanti forse neppure credono che sia abitato dal Signore. Le parole del profeta Ezechiele suonano ancora più amare alla vigilia della Domenica della Passione del Signore: «In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Le nazioni sapranno che io sono il Signore che santifico Israele, quando il mio santuario sarà in mezzo a loro per sempre» (Ez 37,27-28). Mentre i notabili del popolo decidono di togliere di mezzo il Signore Gesù, il popolo avverte che la sua presenza è una dilatazione del mistero del tempio del Signore e non certo una sua profanazione: «molti dei Giudei che erano venuti da Maria credettero in lui» (Gv 11,45). Il mistero di Betania, come cifra di un tempio domestico in cui la presenza di Dio si rivela nell’amicizia, è una forma di insurrezione dell’amore che permette già di sperimentare la risurrezione. Tutto cio consola i poveri, ma spaventa i potenti. Proprio a Betania il Signore Gesù prepara la sua Pasqua e si prepara alla sua Pasqua anticipando con la sua risposta vissuta la domanda ricorrente: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?» (Gv 11,56). Per Gesù la Pasqua non sarà una festa, sarà un’esperienza nel cui dinamismo siamo invitati a entrare come Lazzaro, l’amico del Signore.