Pubblicato in: Riflessioni personali

Il volto del Padre

Signore, mostraci il Padre e ci basta (Gv 14,8). La domanda di Filippo, l’apostolo che oggi festeggiamo insieme a Giacomo di Alfeo, detto il Minore, ci offre un’immagine di quel desiderio presente nel cuore di ogni discepolo che, contemplando la relazione intensa e incondizionata tra Gesù e Dio, comprende quanto la conoscenza del Padre sia tutta «la verità» indispensabile alla «vita» (14,6). Le domande, niente affatto retoriche, attraverso cui il Signore Gesù risponde al discepolo sono un invito a non cercare il volto del Padre lontano da quella autorevole mitezza con cui egli ha deciso di manifestarsi nell’umanità del Figlio: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? […] Come puoi tu dire: ‘Mostraci il Padre’? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?» (Gv 14,9-10). Sappiamo bene come in noi sopravviva sempre un’assillante pretesa di avere ulteriori segni e conferme del bene che Dio – come Padre – nutre nei nostri confronti. A motivo di questa incessante aspettativa, ci rifiutiamo di accogliere tante occasioni che la vita ci offre come un appello a entrare nella vita adulta dei figli di Dio, non riuscendo a intuire che il momento di autenticare la speranza del Vangelo può essere offerto solo dal tempo presente. Il segreto che unisce il Figlio al Padre e il Padre al Figlio è il mistero di un rapporto paritario, seppure segnato da un’irriducibile diversità: «Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me» (14,11). Anche agli apostoli il Signore Gesù ha consegnato un invito a superare ogni timore di varcare le porte di una vita adulta, autonoma ma non indipendente: «In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14,12). Non è possibile guardare il volto del Padre senza accogliere il dinamismo della sua stessa vita che chiede di orientare tutto il nostro essere. La paternità di Dio non è l’ultima, divina rassicurazione con cui ci proteggiamo dai rischi dell’esistenza, ma il definitivo sprone a crescere «fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13), per diventare creature libere di ricevere e di restituire tutto ciò che sono e che hanno (ricevuto). In fondo questo – a noi – poteva davvero bastare: essere «salvati» (1Cor 15,1) dai nostri peccati (15,3), diventando figli del Padre e fratelli di ogni uomo. Ma – a Dio – questo non è stato sufficiente: ha voluto renderci «luce delle nazioni» (Is 49,6) per portare la «via» (Gv 14,6) del Vangelo «fino all’estremità della terra» (Is 49,6), la sua parola di salvezza fino «ai confini del mondo» (Sal 18,5).

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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