Pubblicato in: Riflessioni personali

La vita divina dimora nel cuore

Al cuore del tempo pasquale il tono diventa sempre più intimo. La Liturgia ci fa riprendere i testi dell’ultimo dialogo del Signore Gesù con i suoi discepoli, che ha tutto il tono di una protesta d’amore nell’imminente esperienza dell’abbandono, del rinnegamento e del tradimento. Proprio nel momento in cui l’intimità e il calore del gruppo dei discepoli sta per essere profondamente ferita, la consapevolezza di ciò che sta per accadere, invece di far sprofondare il cuore di Cristo nell’amarezza, si fa più forte la tenerezza. Quando tutto quello che si è costruito giorno dopo giorno in termini di fiducia e complicità discepolare sta per crollare, il Signore ribadisce l’amore: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Non c’è nulla che possa interrompere il flusso dell’amore come rivelazione del modo proprio di essere di Dio riconosciuto, invocato e indicato come «Padre». Ciascuno a partire dal suo vissuto concreto è chiamato a lasciarsi accogliere nell’intimità di quella vita divina che diventa sorgente di uno stile di umanità riconoscibile e affidabile. In tal modo persino la sofferenza della separazione, del malinteso e del tradimento diventano solchi di possibile crescita in consapevolezza e responsabilità. Per questo la passione che Gesù assume su di sé, con i sentimenti del Servo del Signore profetizzato da Isaia, manifesta al mondo che il Figlio è maestro nell’amare anche quando l’amore è calpestato. La promessa rimane invariata, anzi è radicalmente confermata: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21). È come se il Signore, alla vigilia della sua passione, volesse piantare nel cuore dei discepoli quel seme di fiducia radicale in Dio che permetterà di ritrovare pure la fiducia tra di loro dopo la consumazione della Pasqua. Ciò che sta per avvenire renderà i discepoli più consapevoli del mistero di Gesù e della sua rivelazione di un volto di Dio che rifonda il nostro modo di sentirci umani. In questo contesto, la protesta di Barnaba e Paolo si manifesta in tutta la sua profondità: «Uomini, perché fate questo? Anche noi siamo essere umani» (At 14,15). Lo sforzo religioso di riconoscere negli altri delle caratteristiche divine che li allontanano dalla vita consueta di tutti, per il mistero pasquale di Cristo si trasforma nel gioioso riconoscimento che la nostra dimora di umanità condivisa è il luogo della nostra identità accolta e condivisa in una parità rasserenante. Il fatto che la vita divina sia ormai a «dimora» dentro il cuore di ciascuno permette di sentirci tutti a casa senza sognare nessun altro luogo di felicità e di salvezza se non quello delle nostre relazioni, segnate da una fraternità finalmente ritrovata «per la letizia dei vostri cuori» (14,17).

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

Rispondi