
La parola che il Signore rivolge ad Abramo inaugura la parte più “storica” della storia della salvezza. Con il racconto della costruzione e della distruzione della torre di Babele si conclude la parte più “mitica” per cominciare a raccontare il cammino, circostanziato e complesso, del nostro padre nella fede. La rilettura del cammino di fede di Abramo ci ricorda quali siano le condizioni assolute e necessarie per ogni cammino di alleanza e di sequela: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre» (Gen 12,1). L’invito rivolto dal Signore ad Abramo si pone agli antipodi della tentazione messa in scena dal serpente nel giardino di Eden. Il tentatore istiga l’uomo a mangiare dell’albero per sedentarizzarsi in una vita comoda e rassicurante. Il Signore chiede ad Abramo di mettersi decisamente in cammino. Proprio come già aveva chiesto ad Adamo ed Eva quando li scaccio dall’Eden non tanto per punirli, ma per costringerli a vivere e non a illudersi semplicemente di essere in vita. In una manciata di versetti, la prima lettura più volte evoca l’elemento caratterizzante e specifico del nostro compito di umanità: metterci e rimanere sempre in cammino. L’agiografo non mette sulle labbra di Abramo nessuna risposta, ma semplicemente una reazione fisica, in cui si manifesta il suo pieno consenso interiore: «Allora Abram partì… allora si incamminarono… levò la tenda» (Gen 12,4.5.9). Possiamo chiederci dove mai Abramo è chiamato ad andare? La risposta è precisa: «verso la terra che io ti indicherò». Dio invita Abramo a riprendere il cammino e gli assicura di essere con lui e di indicargli il luogo. La terra verso cui Abramo deve finalmente andare è la terra della relazione, del dialogo, del’IO-TU, È questa la terra promessa. Dio chiede ad Abramo di allontanarsi da ciò che conosce e da come lo conosce per aprirsi a nuovi incontri attraverso cui potrà crescere, maturare e dilatarsi in umanità. Il primo comandamento per assicurare la vita e arginare la morte fu di «lasciare il padre e la madre» (2,24) per fare spazio alla fecondità. Ad Abramo viene chiesto di fare un passo in più, ancora un passo oltre verso la terra dell’altro, dove è promessa una benedizione chiamata a diventare una fonte di benedizione «per tutte le famiglie della terra» (12,3). Il viaggio di Abramo è lo stesso per ciascuno di noi: ogni giorno chiamati a un esodo ben più faticoso di cambiare territorio o levare la tenda per piantarla altrove. Si tratta del viaggio interiore di rispetto e di comprensione del mistero dell’altro, anche quando ai nostri occhi resta incomprensibile e comunque complesso, se non persino fastidioso. La parola del Signore Gesù si offre come una bussola per non sbagliare direzione ed è una sorta di guardrail per evitare di far precipitare pericolosamente le nostre relazioni: «Non giudicate, per non essere giudicati» (Mt 7,1). Verrebbe da chiedersi quale verbo possiamo sostituire a «giudicare»? Il verbo potrebbe essere «benedire»! Ad Abramo il Signore chiede di mettersi in cammino verso la terra dell’altro nel segno della benedizione. Per dire bene è necessario fare esattamente un’operazione di sgombero mentale: «Togli prima la trave dal tuo occhio» (7,5) per non guardare di traverso quanti siamo invece chiamati ad accompagnare nei loro cammini. Per fare questo, dobbiamo appartarci e, davanti allo specchio della nostra coscienza, liberare il nostro sguardo per camminare più liberi.