
La risposta di Mosè a Giosué risuona come un monito: «Non è il grido di chi canta: “Vittoria!”. Non è il grido di chi canta “Disfatta!”. Il grido di chi canta a due cori io sento» (Es 32,18). La sosta di Mosè sulla vetta del Sinai per ricevere in dono le «tavole» (32,16) dell’Alleanza lo rende ancora più sensibile a ciò che si può agitare nel cuore dei suoi fratelli in cammino dalla schiavitù dell’Egitto alla terra della libertà. Mosè, anche a partire dalla sua sofferta esperienza, sa quanto la libertà sia difficile da comprendere e ancora meno facile da vivere. Mentre Giosué pensa al «rumore di battaglia» (32,17), Mosé riconosce subito che qualcosa si è degradato nel popolo mentre se ne stava presso l’Altissimo per tutto il tempo necessario perché le parole di Dio si trasformassero in traccia sicura per guidare il cammino dell’uomo. Aronne, da parte sua, non fa che confermare la diagnosi, senza essere stato però capace di farsi medico dei cuori: «tu stesso sai che questo popolo è incline al male» (32,22). Giosué, Mosè, Aronne, il popolo e quel «vitello» (32,24) forgiato per evitare la disperazione del popolo ci invitano a riflettere sulla nostra capacità di vera libertà. In assenza del suo condottiero, lontano per troppo tempo, il popolo risente il dramma di un abbandono insopportabile: «perché a Mosè, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto» (32,23). Nel deserto, alle falde del Sinai, si respira un’aria di incertezza e di sfiducia. Sono proprio l’incertezza e la sfiducia a spingere Aronne ad assecondare il desiderio del popolo di non aspettarsi più nulla se non quello che possono fabbricarsi con le loro mani, illudendosi che qualcuno o qualcosa possa placare l’ansia e lenire l’angoscia. Il «grande peccato» (32,30), da cui prendono origine tutti i peccati che feriscono la nostra vita e l’ammalano, va ricondotto alla paura di essere abbandonati. Dal senso di abbandono viene scatenato il bisogno di arrangiarsi, che si fa grido disperato prima di camuffarsi in canto di soddisfazione: «Fa’ per noi un Dio che cammini alla nostra testa…» (Es 32,23). Non ci sembra troppo lontano dalla nostra esperienza quasi quotidiana ciò che viene duramente vissuto dal popolo nel deserto fino a mettersi in pericolo. Mosè riconosce da lontano il baratro di idolatria in cui il popolo si è cacciato, ma comprende molto bene le ragioni remote di questa caduta, tanto da essere doppiamente severo. Certo, severo con il popolo, ma severissimo con il Signore Dio: «Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato… Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto!» (Es 32,32). Con le sue parabole, il Signore Gesù ci insegna la via per evitare il «grande peccato». Si tratta di crescere nella fiducia come fa il seme con la terra e la terra con il seme: si danno reciprocamente tempo e non si fanno fretta. Non è immediato che il seme diventi «un albero» (Mt 13,32), eppure abbiamo tutti i motivi per crederlo. Proprio come ci vuole calma perché il «lievito» (13,33) possa far lievitare la pasta e già si può pregustare il profumo fragrante che verrà dal forno in cui il pane cuocerà. Possiamo credere e sperare in quelle cose «nascoste fin dalla fondazione del mondo». Proprio quelle cose su cui non abbiamo nessun controllo sono in grado di farci vivere in pace la nostra umana avventura.