
Ancora una volta, vediamo e contempliamo il Signore Gesù che si lascia toccare dal bisogno di tutti coloro che incrociano la sua strada e chiedono il suo aiuto. Il vangelo di quest’oggi ci offre due quadretti assai belli: uno più intimo, in cui vediamo Simon Pietro vacillante sulle acque, che si lascia afferrare dalla «mano» (Mt 14,31) del Signore, l’altro più popolare e che conclude la pericope odierna: «la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati, e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello» (Mt 14,35-36). Il Signore Gesù dà fiducia e aiuta tutti a prendere coscienza dei propri bisogni e ad assumere le proprie impotenze come luogo da offrire alla relazione con lui. Alla richiesta un po’ avventata di Pietro, il Signore risponde con estrema generosità: «Vieni!» (14,29). Al bisogno della folla che lo attornia, il Signore risponde con un sereno e pronto esaudimento: «E quanti lo toccarono, furono guariti» (14,36). Attorno al Signore si respira un’atmosfera di fiducia e di attenzione all’altro, che viene accolto con tutta la zavorra delle sue paure (14,30) e delle sue necessità. Ciò che scatena la gelosia di Aronne e Maria verso l’amatissimo fratello (cfr. Es 2,1-10 e 4,10-17) sembra il frutto di una scelta di Mosé non condivisa: «aveva sposato una donna etiope» (Nm 12,1). Non essendo rimasto quindi nel chiuso del clan, con tutti gli annessi e connessi, colei che lo ha accompagnato verso la salvezza – Maria – (Es 2,4) e colui che è stato per lui «come bocca» – Aronne – (Es 4,16) sentono talmente in pericolo il loro ruolo e la loro situazione di preferenza da reclamare un posto analogo, non potendo contare più sulla partecipazione piena: «Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè?» (Nm 12,2). In questo modo, Aronne e Maria si mostrano insensibili alla vita di Mosè e al suo personale cammino. Per questo la sorella si ritrova a essere «lebbrosa» (12,10). La malattia rivela esteriormente il male del suo cuore, incapace di accogliere l’altro in tutto il suo mistero, anche quando mi sfugge o mi turba. Malati cercano di fare i medici, ciechi cercano di fare da guide e «tutti e due cadranno in un fosso» (Mt 15,14), quel fosso che fa guardare all’altro come posto da un’altra parte e quindi potenzialmente contrario a me e di conseguenza nemico. Questo atteggiamento di invidia fa sì che «la nube si ritirò di sopra alla tenda ed ecco: Maria era lebbrosa» (Nm 12,10). La lebbra non fa altro che esternare lo stato del cuore di Maria, tanto che il suo essere, pensato per vivere in relazione, comincia a putrefarsi. San Gregorio Magno dice che «l’invidia è capace come la ruggine di consumare anche il ferro» e la sua origine è sempre da cercare nello sconcerto davanti al fatto che, oltre a noi stessi e a quelli che ci assicurano di essere noi stessi, vi sono pure gli altri, con cui ci si può persino “«sposare»” (12,1). Davanti a tutto ciò non c’è molto da fare né da dire, ma solo da gridare: «Dio, ti prego, guariscila!» (12,13). Ma prima di pregare per la guarigione degli altri dobbiamo cercare di non affondare noi stessi e, come Pietro, gridare: «Signore, salvami» (Mt 14,30). Si tratta di riconoscere – come la folla (Mt 14,35) – in Gesù la nostra salvezza.