Pubblicato in: Riflessioni personali

Esercitare la profezia

San Gregorio Magno nelle sue omelie per l’Avvento si pone una serie di domande rileggendo il testo evangelico che la Liturgia ci propone per nutrire la nostra attesa in questo tempo di Avvento: «Come può subire violenza il regno dei cieli? Chi può farla questa violenza? E se il regno dei cieli può essere esposto alla violenza, perché lo è solo dal tempo del Battista e non da prima?». Ed è lo stesso papa che offre una possibile risposta: «Fratelli carissimi… riflettiamo anche noi su tutto il male che abbiamo fatto: impadroniamoci dell’eredità dei giusti attraverso la penitenza. Il Signore vuole accettare questa violenza da parte nostra. Egli vuole che ci impadroniamo in tal modo del Regno che non ci era dovuto in base ai nostri meriti» . Per meriti sono da intendere proprio la nostra risoluzione a entrare e rimanere nel numero di quei piccoli di cui il Signore Gesù ci parla nel Vangelo: «ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,11).Non possiamo nascondere un certo imbarazzo davanti a questa sorta di elogio della «violenza» che si fa quasi invito a diventare «violenti» (11,12). Eppure, proprio il riferimento a Giovanni Battista ci aiuta a comprendere il senso profondo di questo invito del Signore: si tratta di esercitare il dono profetico che abbiamo ricevuto nel battesimo, per essere capaci di prendere posizione e di non lasciare nessuno spazio alle ambiguità del desiderio del cuore. Il profeta Isaia ci aiuta a prendere coscienza del nostro bisogno di essere rassicurati e sostenuti per non demordere mai dal grande compito della speranza, da coltivare appassionatamente per noi stessi, ma pure per gli altri e persino a favore e in nome di tutta la creazione. Ogni volta che decidiamo di dare il nostro contributo per aprire un varco al regno di Dio che irrompe nella storia, abbiamo bisogno di una buona dose di coraggio. Per questo il profeta non solo ci conforta, ma ci sostiene: «Non temere, io ti vengo in aiuto» (Is 41,13). Il Signore ci viene in aiuto per sostenere e incoraggiare la nostra decisione e il nostro impegno a lavorare sempre perché la vita e la speranza si dilatino: «Farò scaturire fiumi su brulle colline, fontane in mezzo alle valli» (41,18). Il dono che ci viene da Dio non ci esime dal nostro impegno vigoroso per eliminare tutti gli ostacoli che si frappongono all’insorgere di una vita piena per tutti: «Ecco, ti rendo come una trebbia acuminata, nuova, munita di molte punte» (Is 41,15). Siamo come dei contadini intenti a dissodare i campi per potervi piantare i semi che daranno il futuro raccolto. Dissodare è un lavoro duro che esige non di accarezzare la terra, ma di farle una certa violenza perché si apra all’accoglienza del seme e se ne faccia grembo fecondo. Ogni giorno dobbiamo dissodare la terra del nostro cuore e per questo abbiamo bisogno della giusta dose di violenza perché la terra del nostro cuore «ascolti» (Mt 11,15).

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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