Pubblicato in: Riflessioni personali

Costruire bene

Il Signore Gesù richiama i suoi discepoli alla necessità di un’attesa che sia operosa e fattiva: «Non chiunque mi dice “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). La volontà del Padre, cui la parola del Signore rimanda il cammino personale e intimo di ogni discepolo, non è una realtà che ci sovrasta né tantomeno che ci umilia. Essa è l’oggetto di un canto e di un’ammirazione capace di dare una consistenza forte alla nostra vita: «Abbiamo una città forte; mura e bastioni egli ha posto a salvezza» (Is 26,1). La volontà del Padre non è un compito da eseguire, né tantomeno una realtà estrinseca da subire, ma è una relazione sorgiva che permette di dare un contenuto di bellezza e di promessa a tutte le nostre migliori possibilità: «La sua volontà è salda; tu le assicurerai la pace, pace perché in te confida» (26,3). La sfida ineludibile che riguarda ogni cuore umano, chiamato a diventare «saggio» (Mt 7,24) oppure «stolto» (7,26), si trasforma in un’avventura di costruzione fattiva e operosa della propria avventura di vita. Come la solidità di una casa è assicurata dal fatto di poggiare sulla roccia, così è la nostra relazione a Cristo Signore a dare consistenza alla nostra vita a partire da una relazione intima, capace di solidificare tutto il ventaglio e la rete di relazioni che fanno la bellezza e la sfida del nostro vivere quotidiano. Come spiega un filosofo contemporaneo, bisogna uscire dalla «meschinità della reciprocità» per entrare e rimanere in quel dinamismo fondativo della vita, in una relazione di fondazione che sola permette l’apertura a relazioni significative e promettenti. Talora pretendiamo di costruire non solo da soli ma persino su noi stessi, dimenticando il fondamento necessario perché la nostra vita sia realmente una città accogliente. In realtà, è l’unilateralità del fondamento a essere «il tratto decisivo della nuova relazione fondamentale che siamo chiamati a riscoprire, la relazione intima e nascosta della nostra umanità con Dio, o ancora più esattamente di Dio all’uomo». Che contrasto tra la solenne proclamazione del profeta che parla di una «città forte» e l’attesa di una rivelazione di Dio nella piccolezza di un bambino! La solidità della roccia si invera in una carezza che rassicura. La forza del granito che evoca la stabilità si invera nella fragilità assunta di un Dio che si fa uno di noi. La sfida si rinnova in ogni Avvento. In realtà si rinnova ogni mattina ed è quella di rifondare continuamente la nostra vita a partire dall’unilateralità di un amore offerto come si offre un bambino allo sguardo e alle carezze senza i quali la vita non sarebbe possibile. La memoria dell’incarnazione del Verbo ci riporta sempre all’unilateralità dell’amore di Dio per noi che non è stato un discorso o una teoria, ma si è fatta evento di presenza consegnato alle nostre mani e affidato alla nostra attenzione.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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