
Il profeta Daniele e il profeta Gesù parlano con immagini diverse della stessa realtà. Nella prima lettura, la spiegazione del sogno cha ha turbato il re Nabucodonosor diventa l’annuncio di un evento che sta per concretizzarsi come cambiamento della storia: «il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre» (Dn 2,44). Quando Daniele interpreta il sogno di Nabucodonosor e gli annuncia il tramonto del suo impero, costruito con pugno di ferro, non fa altro che dare un significato preciso a quella «pietra» che «si staccò dal monte, ma senza intervento di mano d’uomo, e andò a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e d’argilla, e li frantumò» (2,34). Il «sogno è vero e degna di fede ne è la spiegazione» (2,45) perché viene rivelato attraverso l’urto di questa pietra l’inconsistenza di ciò che, invece, si presenta con l’apparenza di una solidità inattaccabile. Il messaggio per il re Nabucodonosor diventa un monito anche per ciascuno di noi a non confidare nelle apparenze, ma a prenderci cura della solidità della nostra umanità, la cui reale natura si rivela nei tempi della prova e della contraddizione. Il Signore Gesù è ancora più energico di Daniele. La sua parola è ancora più destabilizzante, perché non si riferisce a quella simbolica «statua enorme» (2,31) apparsa in sogno al re megalomane, ma parla nientemeno che del Tempio santo di Dio che sorge nella città santa di Gerusalemme. L’evangelista Luca ci fa entrare nello sguardo del Signore: «mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi…» (Lc 21,5). In sintonia con i grandi profeti inviati da Dio al suo popolo, il Signore Gesù prende le distanze da quell’atteggiamento idolatrico che trasforma il tempio in una sorta di talismano e di rassicurazione che, in mille modi, mette al riparo dalla quotidiana fatica della fedeltà alla storia. Non bada a spese il Signore, come già avevano fatto i grandi profeti come Isaia, Geremia, Ezechiele: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta» (Lc 21,6). Quella del Signore Gesù non è una minaccia, ma una constatazione: tutto quello che viene costruito può essere distrutto! Se questo vale per il Tempio, vale per ogni realtà della storia, dalle sue realizzazioni più modeste a quelle più grandiose. La memoria della radicale natura effimera di ogni realtà costruita anche se in modo possente e magnifico, riporta ciascuno di noi al dovere di una vigilanza intelligente. Il Signore ci esorta con forza e lucidità: «Badate di non lasciarvi ingannare» (Lc 21,8). L’inganno è il contrario del «vero» verso cui dobbiamo incamminarci con umiltà, sapendo dare il giusto peso agli eventi senza minimizzare e senza esagerare: «ma non è subito la fine» (21,9). Il nostro compito non è quello di metterci al riparo dalla normale evoluzione delle situazioni e dei necessari mutamenti che avvengono nella storia come pure nella sensibilità religiosa, ma di essere sempre disponibili a leggere e a interpretare gli eventi senza barare per esorcizzare la paura. Lo scenario inquietante presentato dal Signore ha uno scopo preciso: «… vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo» (Lc 21,11). Tutto ciò non vuole essere una sorta di previsione meteo-storica, ma un invito a non meravigliarsi dei cambiamenti che sono sempre faticosi, per affrontarli con serietà e dignità.