
L’evangelista Matteo attira la nostra attenzione su questo centurione che «lo scongiurava» (Mt 8,5) per la salute del suo servo. Quest’uomo incarna, tra l’altro al maschile, ciò che viene evocato nel testo delle Lamentazione che, nel tempo ordinario, leggiamo solo quest’oggi e che sembra volerne condensare tutto lo spirito di amarezza e di bisogno di aiuto: «Alle loro madri dicevano: “Dove sono il grano e il vino?”. Intanto venivano meno come feriti nelle piazze della città; esalavano il loro respiro in grembo alle loro madri» (Lam 2,12). La sola presenza del Signore Gesù che sta semplicemente entrando a Cafarnao desta la possibilità di sperare e di chiedere. Forse ancora più remotamente fa sentire chi lo incontra autorizzato a dichiarare, con semplicità e immediatezza, il proprio dolore e il proprio bisogno: «Grida dal tuo cuore al Signore, gemi, figlia di Sion; fa’ scorrere come torrente le tue lacrime, giorno e notte! Non darti pace, non abbia tregua la pupilla del tuo occhio!» (Lam 2,18). Chi di noi almeno in qualche momento o in qualche tornante della vita non avrebbe potuto fare proprie le parole del profeta tanto da dire: «Si sono consumati per le lacrime i miei occhi» (2,11)? Chi di noi, non soltanto prima di accostarsi alla comunione, ma ogni volta che la vita ci costringe a comunicare al dolore degli altri e soprattutto di quanti ci sono cari, non potrebbe ripetere con la stessa intensità le parole del centurione: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito» (Mt 8,8). Tutti e sempre abbiamo bisogno di una parola – almeno di una parola – che sia capace di traghettarci oltre quel senso di solitudine assoluta che è l’impotenza che ci stringe l’anima davanti al dolore della perdita possibile di quanti e di quanto amiamo, che ci rende terribilmente vulnerabili. Talora chi non può soccorrere e aiutare si sente quasi più angosciato di chi non può aiutare se stesso. Alle porte di Cafarnao avviene il miracolo di una magnifica intesa tra il Signore Gesù, che sembra un maestro e un taumaturgo alle prime armi, e un centurione che si potrebbe ben definire ben navigato, eppure rimasto così sensibile. L’uomo d’armi che ha conservato una sensibilità alla sofferenza e ha coltivato una profonda compassione, e il maestro emergente che da Nazaret si è appena trasferito a Cafarnao, eppure non è per nulla concentrato narcisisticamente su se stesso, si in incontrano in modo così profondo da essere efficace: «In quell’istante il suo servo fu guarito» (8,13). Sceso dal monte ove ha proclamato solennemente le linee fondamentali del suo annuncio, il Signore Gesù si lascia come trasportare ancora più in basso per toccare con le sue stesse mani, e prima ancora con la sensibilità del suo cuore, nei fondali dell’umano dolore ove marcisce o si rigenera la nostra umanità. Matteo non ha parole sue per spiegare e per questo cita le Scritture: «Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie» (Mt 8,17). Certo una parola di consolazione, ma pure un messaggio per aprire il nostro stesso cuore alla condivisione.