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Un’esperienza che ci trasfigura

La seconda domenica di Quaresima, presentando sempre il racconto della trasfigurazione di Gesù, conduce il credente a operare il passaggio dal deserto della tentazione (messaggio della prima domenica di Quaresima) al monte della Trasfigurazione. Passaggio simbolico di un cammino quaresimale-pasquale che si compie in una trasformazione. E se vi è un’unicità non imitabile nella trasfigurazione di Gesù, in cui non è tanto la sua realtà che cambia, ma è la capacità di vedere dei discepoli i quali riescono a scorgere in lui ciò che lui è sempre e in verità, tuttavia a un cambiamento siamo chiamati noi. Il cambiamento che passa attraverso la prova, l’essenzialità, lo spogliamento. C’è un passare attraverso le prove che la vita ci propone che non possono lasciarci indifferenti e che incidono su di noi. Marco situa la Trasfigurazione di Gesù sei giorni dopo la confessione di fede di Pietro, il primo annuncio della sua passione, morte e resurrezione e l’annuncio della passione del discepolo (Mc 9,2). Marco ricorda anche le ultime parole pronunciate da Gesù sei giorni prima e che riguardano Pietro, Giacomo e Giovanni, ovvero i tre discepoli che Gesù prese con sé e portò in alto sul monte dove poterono assistere alla sua trasfigurazione: “In verità vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza” (Mc 9,1). Che cosa videro Pietro, Giacomo e Giovanni sull’alto monte? Videro Gesù avvolto nella luce divina, ovvero, videro Gesù come l’uomo su cui regna in pienezza Dio stesso, videro il regno di Dio nella sua potenza e maestosità. In verità, Gesù non sta solo promettendo ai discepoli che essi vedranno da vivi il regno di Dio nella sua persona trasfigurata, ma sta anche dicendo loro che il cammino di sequela dietro a lui esige l’integrazione della prospettiva della propria morte: “non gusteranno la morte prima di aver visto …” (cf. Mc 9,1). Anche il vedere il regno di Dio nella sua potenza non toglie la fragilità della condizione umana e lo scacco della morte. Come Gesù ha appena detto ai discepoli, a chiare lettere, che il cammino dietro a lui comporta per il discepolo sofferenza e perdite (Mc 8,34-38), così ora sta ricordando che la sequela della sua persona si spinge fino alla morte, esige dunque che il credente diventi sempre più cosciente che in quella vita in cui cerca pienezza di senso e di gioia, troverà anche la morte, la fine della vita. Ecco dunque che sei giorni dopo Gesù conduce con sé su un alto monte tre discepoli. Tra i tanti riferimenti che cercano di rendere maggiormente intelligibile la notazione “sei giorni dopo”, vale la pena di ricordarne una. Nel testo di Esodo 24,9-18, in cui si parla della conclusione dell’alleanza, Mosè sale sul monte Sinai, e vi sale con tre personaggi: Aronne, Nadab e Abiu. La nube, segno della presenza di Dio, copre la montagna per sei giorni e al settimo giorno il Signore chiama Mosè, fa sentire la sua voce e manifesta la sua gloria, gloria che aveva l’aspetto di una fiamma luminosa. Le analogie con il racconto della trasfigurazione sono numerose. Gesù, sul monte alto, fa un’esperienza di tale vicinanza e intimità con Dio che il suo stesso aspetto si svela essere abitato dalla gloria e dalla luce divine. Notiamo anche che i verbi di cui Gesù è soggetto nel v. 2 (“prendere con sé” e “portare su”) suggeriscono l’iniziativa di Gesù, quasi il suo sobbarcarsi i discepoli, come se li prendesse sulle spalle, e l’introdurli in alto, quasi in un movimento iniziatico. Si tratta di un salire che tende a un’unità, a una convergenza, a una comunione. I Padri della Chiesa hanno molto sottolineato il movimento ascensionale come essenziale per giungere a una comunione e contemplazione di Dio in Cristo. Certe spiegazioni mistiche hanno anche colto i tre personaggi come riferimento ad attributi o virtù necessari per salire la montagna della contemplazione: Pietro indicherebbe la saldezza della fede, Giacomo la perseveranza e la costanza anche di fronte alla persecuzione, Giovanni rinvierebbe alla grazia e all’amore. Ma al di là di queste letture allegoriche, è vero che c’è un comune innalzarsi, ma guidati da Gesù, c’è un comune ascendere dei tre discepoli, ma trascinati da Gesù. Gesù li conduce verso un luogo in cui ciò che conosceranno (e di cui Gesù mostra di avere ben coscienza: 9,1), rasenterà l’indicibile, tanto che egli proibirà loro di dire a chicchessia ciò che avevano visto (Mc 9,9). Vi è qualcosa di intimo e di unico che si verifica: la comunicazione della propria identità e della propria unicità da parte di Gesù. La condivisione della sua solitudine più profonda. Qualcosa che rischia di essere micidiale anche per i discepoli. Che significa entrare in questa intimità con Gesù? Che significa per la propria vita, cogliere la gloria del Signore sul volto di colui che ha appena annunciato la propria passione e morte? Che significa per i discepoli essere messi a parte della verità personale di Gesù? Non significa forse uno sprofondare nel cammino di sofferenza dietro a lui? Sì, i discepoli, così vicini alla luce (il nome Tabor, che è il monte che a partire dal IV secolo è stato identificato dalla tradizione bizantina come il monte della Trasfigurazione, significa “vicino alla luce”), comprendono oscuramente il destino di sofferenza e morte che è anche per loro, comprendono altresì che possono integrare questa prospettiva di sofferenza e morte nel loro cammino dietro a Gesù, comprendono ancora oscuramente che questa prospettiva è gravida anche di una promessa di resurrezione. Anche se per loro questa parola e questa prospettiva, “resurrezione”, come annota Marco, restano enigmatiche (Mc 9,10). Ma comprendono anche, e meglio, chi stanno seguendo. Comprendono meglio l’identità di Gesù. Richiesti in Mc 8,28: “Chi dice la gente che io sia?”, essi riferirono almeno tre risposte: “Giovanni Battista, Elia, uno dei profeti”. Ora Gesù assicura loro che lui non è Elia, anzi Elia compare vicino a lui nella visione sul monte. Gesù assicura che lui non è Giovanni Battista, perché allude evidentemente a Giovanni quando dice che Elia è già venuto e hanno fatto di lui ciò che hanno voluto (Mc 9,13). Del resto, Marco ha già raccontato l’imprigionamento e l’assassinio del Battista (Mc 6,17-29). Gesù è colui con cui conversano Mosè ed Elia, anzi, per rispettare l’ordine messo in atto da Marco, Elia e Mosè. A questo punto Pietro esprime con trasporto la sua felicità, ma la esprime con parole belle, ma che vengono giudicate inadeguate dal narratore che si affretta a chiosare: “Non sapeva che cosa dire” perché erano preda della paura. La nube, segno della presenza di Dio, avvolge allora i discepoli e diviene lei una capanna, una dimora per coloro che volevano fare una capanna per Elia, Mosè e Gesù. Gli eventi suggeriscono di passare dall’esteriorità all’interiorità. Dalla nube viene una voce che chiede ascolto: “Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!” (Mc 9,7). E dopo la voce, ecco la visione di Gesù solo, con loro soli. E non vedono più nessun altro. E mentre scendono dal monte Gesù li invita a passare dal non-saper-che-cosa-dire al fare-silenzio. Al custodire in sé ciò che avevano visto. Come Maria che deve meditare in se stessa ciò che ha visto e udito per arrivare a coglierne la portata, il senso, il significato (cf. Lc 2,19.51). L’esperienza della trasfigurazione viene così suggellata dalla solitudine e dal silenzio. La trasfigurazione è certamente esperienza di grande e profonda comunione, ma il testo suggerisce che la comunione si stabilisce attorno a chi sa vivere la solitudine, a chi ha creato comunione in se stesso, a chi ha reso se stesso “comunione”. Del resto anche all’inizio del racconto Marco sottolinea la dimensione di scarto e solitudine: “alta montagna”, “in disparte”, “loro soli” (Mc 9,2). Gesù è solo con i discepoli, Gesù ha portato loro soli, certo scegliendoli di mezzo al gruppo dei Dodici, ma il riferimento è forse a qualcosa di più profondo, a una dimensione in cui l’esperienza vissuta può venire comunicata. C’è una solitudine che è la condizione stessa della comunione. E anche della comunicazione. Come se quel “solo” riferito a Gesù designasse una dimensione di solitudine che nessuna vicinanza e intimità può abolire. Del resto, pur nella prossimità, vi è una grande distanza fra Gesù e i discepoli, distanza emersa quando Gesù ha rimproverato Pietro che mostrava di non capirlo e si rifiutava di accogliere l’annuncio della sua prossima passione e morte. Così quel “soli” con cui sono definiti i discepoli può far appello a una dimensione a cui saranno rinviati proprio dall’incontro sul monte. Scendendo dal monte Gesù dirà loro di non comunicare a nessuno ciò che avevano visto, e il silenzio della discesa dal monte è anche il segno di una solitudine ancor più profonda in cui essi sono invitati a entrare. Iniziata nella solitudine, la trasfigurazione termina nel silenzio. Perché spesso solo il silenzio consente di non deteriorare la qualità dell’esperienza spirituale e delle relazioni, l’intensità e la profondità dei vissuti. La solitudine e il silenzio consentono così al credente di entrare nella conoscenza di Gesù e di partecipare della luce che dal suo volto promana e può illuminare il suo cammino costellato di difficoltà e di contraddizioni.

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La comunione porta alla perfezione

Questa prima settimana di Quaresima termina con la ripresa della conclusione del discorso della montagna. Le parole rivolte dal Signore Gesù sul monte aprono ai discepoli, di ogni luogo e di ogni tempo, un orizzonte amplissimo. A ciascuno è offerta la sfida di una vita beata che non ha nulla a che vedere con un modo di vivere spensierato e autoreferenziale. Al contrario, si tratta di camminare, giorno dopo giorno, in una comunione con l’Altissimo capace di renderci veramente e visibilmente suoi figli: «Voi dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Potremmo chiudere il cerchio di questa parola conclusiva del discorso della Montagna annodandolo alle prime parole pronunciate dal Signore Gesù, e così verrebbe fuori un’esortazione che potrebbe suonare così: «Siate beati come è beato il Padre vostro che è nei cieli»! Si tratta di una beatitudine che passa attraverso la disposizione ad andare oltre ogni barriera relazionale, sperando contro ogni evidenza, e a offrire un perdonoche, prima di liberare l’altro, libera il nostro stesso cuore da legami ammalati e ammalanti. La parola del Signore Gesù ci potrà sembrare forse troppo esigente, in realtà è sommamente liberante: «Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete?» (Mt 5,46). Non si tratta qui di una «ricompensa» intesa come premio di consolazione o di riconoscimento, ma di una ricompensa beatificante capace di farci sentire all’altezza della nostra umanità formata a immagine e somiglianza di Dio. L’Altissimo non trae la propria consistenza e non matura le proprie scelte in modo condizionato dalla risposta o dal risultato, ma in modo libero e in obbedienza al proprio cuore. La parola del Deuteronomio non lascia scampo: «Oggi il Signore, tuo Dio, ti comanda di mettere in pratica queste leggi e queste norme» (Dt 26,16). Si tratta di essere capaci di azione proprio per imitare il Creatore e Signore della nostra vita, che continuamente sostiene la nostra esistenza e non ritrae il suo soffio di creazione che ci permette di vivere, di amare, di scegliere, di desiderare. Nella fatica del desiderio che è la nostra stessa avventura umana, non possiamo disperdere le forze, ma abbiamo il dovere – per noi e per gli altri – di ottimizzare il flusso della nostra energia, senza disperdere il dono che abbiamo ricevuto e di cui siamo responsabili, e questo si rende praticabile e possibile a una condizione: «solo se tu camminerai per le sue vie e osserverai le sue leggi, i suoi comandi, le sue norme e ascolterai la sua voce» (Dt 26,17). Amare perfino l’inamabile significa inserire nel mondo una logica più potente e più efficace di ogni sospetto e di ogni male. All’equilibrio contabile di un amore da “bancomat”, il Signore Gesù oppone il disequilibrio del dare, del pregare, del porgere, del benedire, del prestare, del fare per primi e solo per fedeltà a quell’immagine che portiamo dentro di noi e che ci forma da dentro, tanto da non lasciarci deformare da ciò che avviene fuori di noi. Tutto questo nell’«oggi» concreto delle esigenze del presente dell’amore assoluto e incarnato, che trova il suo fondamento e le proprie ragioni solo nel cuore.

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La vita dei fratelli

Nella prima lettura di oggi dovendo ricordare all’uomo, creato nella e per la libertà, la responsabilità di scegliere la vita per non scivolare nell’inganno e nella realtà della morte, il «Signore Dio», nel cuore di un’appassionata comunicazione di stile profetico, sembra quasi costretto a difendersi da una velata accusa da parte del popolo: «Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?» (Ez 18,25). Pur non entrando in dialogo con i contenuti di una presunta cattiva condotta, il discorso profetico lascia intendere quale sia il nucleo problematico a cui si espone il modo di agire di Dio. All’uomo di ogni tempo e luogo appare difficile pensare che Dio possa godere nel vedere le sue creature scivolare in abissi di morte, sempre più irreversibili, fino a gustare il calice amaro di un’esistenza negata. La domanda, per nulla retorica, che Ezechiele solleva di fronte al popolo vuole accendere una luce sicura su questo punto, diventando come un insistente ritornello che orienta anche il cammino quaresimale verso un orizzonte di vita: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio — oracolo del Signore — o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?» (Ez 18,23). Tuttavia, se in Dio non esiste intenzione né auspicio di vedere l’uomo malvagio incamminarsi verso la morte, ciò non significa che l’uomo non debba fare i conti con il frutto triste e velenoso della propria condotta: «Ma se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male, imitando tutte le azioni abominevoli che l’empio commette, potrà egli vivere?» (18,24). Se la vita non è oggetto di conquista, il modo con cui cerchiamo di assumerne il compito non può nemmeno essere qualcosa di scontato su cui non fermiamo mai la nostra attenzione e il nostro discernimento: «E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso» (Ez 18,28). Ciò che sta a cuore al Signore Dio non è tanto che, attraverso passi di conversione, venga affermata la verità della sua parola su di noi. Ben più importante, ai suoi occhi, è il fatto che la nostra capacità di riflessione e di revisione produca un incremento di vita, anzitutto per noi stessi: «Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà» (18,28). Il vangelo ci impone un passo ulteriore per accedere alla logica e all’esperienza del «regno dei cieli» (Mt 5,20), invitandoci a verificare attentamente non solo il nostro modo di agire, ma anche come questo possa essere percepito dall’altro: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24). Dio non si meraviglia affatto della possibilità di arrivare a dire «stupido» o «pazzo» (5,22) al nostro fratello; nemmeno dell’eventualità di trovarci a camminare verso il suo altare senza essere in comunione gli uni con gli altri. Anzi, egli sa bene come tutto ciò possa far parte del vissuto concreto e quotidiano di ogni persona. Ci esorta, però, a non sentirci mai troppo estranei ai sentimenti che gli altri provano nei nostri confronti. Magari per scoprire che, di questi sentimenti, in fondo, siamo anche noi responsabili, anche quando non dovessimo esserne del tutto colpevoli. Per questo è sempre tempo di imparare a non appesantire troppo la vita dei fratelli, scegliendo il modo migliore per fare un tratto di strada insieme e in pace: «Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione» (Mt 5,25). I luoghi meno desiderabili in cui una persona possa trovarsi vengono elencati dal Vangelo per ricordarci che, in realtà, Dio non vuole giudicare né condannare nessuno, ma solo accompagnare tutti in un cammino che solo insieme può essere compiuto fino in fondo. Per far vivere in noi e attorno a noi il sogno della fraternità: «Ma con te è il perdono: così avremo il tuo timore» (Sal 129,4).

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Nelle braccia del Padre troviamo il vero rifugio

La regina Ester, in un momento di estremo pericolo per il popolo di Israele, si dimostra regina quando sceglie di mettere da parte privilegi e paure, per chiedere a Dio la forza di bussare alla porta del re Assuero. La sua intercessione è di fondamentale importanza perché il popolo ebraico non diventi oggetto di uno spietato genocidio architettato dal perfido Mardocheo. Tuttavia, porgere spontaneamente al re una petizione non era certo una piccola impresa dal momento che, secondo le antiche giurisdizioni persiane, nessuno poteva presentarsi di fronte al monarca di sua iniziativa senza incorrere nel rischio di essere messo a morte. In questa situazione di estremo pericolo per il suo popolo, la povera regina ricorre all’unica forza della preghiera. E cerca e trova rifugio in Dio: «In quei giorni, la regina Ester cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale» (Est 4,17n). Attraversando tutta la sua angoscia, ma percorrendo pure lo spazio che la separa e la unisce a Dio attraverso la preghiera, Ester matura la consapevolezza che il destino del suo popolo è indissolubilmente legato alla sua personale disponibilità a coinvolgersi e a compromettersi in prima persona. Riconoscendo di essere l’unica persona che può fare qualcosa per salvare Israele ormai votato allo sterminio, con il suo gesto regale Ester ci aiuta a comprendere come la preghiera non possa mai essere considerata un disimpegno dalla realtà ma, al contrario, la forma più vera per sentire come la storia in cui siamo immersi sta tutta (anche) nelle nostre mani, così come in quelle — ben più forti — del Dio che governa ogni cosa: «Quanto a noi, liberaci dalla mano dei nostri nemici, volgi il nostro lutto in gioia e le nostre sofferenze in salvezza» (Est 4,17h). Sia nella tradizione ebraica sia in quella cristiana, la preghiera non trova rifugio in Dio nel senso che consente un’evasione dal peso della realtà, soprattutto nei momenti in cui si fa pesante e minacciosa. Il rifugio che mai Dio può rifiutare ai suoi figli è, in realtà, la consapevolezza di non essere mai soli nell’affrontare la passione e i patimenti della vita, neppure quando abbiamo la sensazione di esserlo davvero e fino in fondo. Per questo, il Signore Gesù nel vangelo arriva a definire la relazione con il Padre come la capacità di domandare — senza pretendere — tutto ciò di cui abbiamo bisogno per continuare a vivere: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto» (Mt 7,7-8). La preghiera — non quella estemporanea o superficiale — è difficile non perché siamo pigri, ma perché abbiamo un’idea imperfetta e ingenua di cosa sia quel «rifugio» in Dio e nella sua potenza d’amore di cui il nostro cuore necessita. Eppure, per farci ritrovare speranza nella forza e nell’efficacia della preghiera, il Signore Gesù più che parlare a favore della bontà di Dio, preferisce ricordarci come ci sia in noi un’insopprimibile capacità di fare opere buone e generose, dalla quale — almeno ogni tanto — dovremmo imparare a ricostruire la fiducia nel Padre: «Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!» (Mt 7,9-10). Le nostre battute d’arresto nella vita di preghiera sono riconducibili a una certa difficoltà a capire quanto il bene di Dio sia ostinato, (alla fine) vincente, e sempre possibile. Noi preferiremmo chiedere a Dio di toglierci dalla prova e di emendare il tessuto della nostra esistenza da ogni imperfezione. Ma il rifugio che la sua provvidenza ci offre non è un nascondiglio per contenere i danni, bensì un trampolino per immergerci come figli e fratelli in tutta la nostra responsabilità. Da questo rifugio, noi comprendiamo come il nostro piccolo corpo possa sempre rialzarsi dalla polvere e diventare sorgente di speranza per noi e per gli altri: «Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza» (Sal 137,3).

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Fuggire dalla misericordia o immergersi in essa

La parola che il Signore rivolge a Giona diventa un monito per ciascuno di noi: «Alzati, va’ a Ninive, la grande città e annuncia loro quanto ti dico…» (Gn 3,2). Non bisogna dimenticare che il profeta si mette in cammino verso Ninive dopo aver fatto di tutto per andarsene il più lontano possibile dalla missione che gli veniva affidata. Forse dobbiamo sostare un poco sulla resistenza di Giona a farsi latore di un invito alla conversione che da parte dell’Altissimo è sincero: il Signore pensa veramente che gli abitanti di Ninive si potranno convertire. Questo indispettisce, dall’inizio alla fine del suo percorso resistente all’idea della misericordia, il povero Giona, che dovrà dapprima essere inghiottito da una balena e poi vedersi avvizzire la «pianta di ricino» che gli faceva non solo ombra ma persino compagnia in quel suo altezzoso tenersi in disparte da tutti con un senso di superiorità e di fastidio. È difficile per Giona digerire la misericordia come atteggiamento e come stile divino che, naturalmente, gli richiede una conversione del suo stesso stile di vita alla misericordia. Se seguiamo con attenzione il percorso personale di Giona ci rendiamo conto che, in realtà, quest’uomo più che annunciare qualcosa diventa egli stesso annuncio di un’esperienza possibile di fuga e di ritorno: è quella che ogni uomo e ogni donna vive nel suo dramma di relazione con Dio. Per questo il Signore Gesù reagisce in modo aspro alla richiesta di un «segno» (Lc 11,29) e in questo modo richiama l’attenzione su se stesso come «segno» da saper accogliere in qualità di annuncio e opportunità di conversione. La conclusione ci interpella severamente: «Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona» (Lc 11,32). La domanda si pone: “In che misura e perché Gesù è più grande di Giona?”. Le risposte possono essere molte e diverse ma ci piace pensare che il Signore Gesù, quale Verbo eterno del Padre venuto a vivere in mezzo a noi come noi, abbia fatto molta più strada di Giona per venirci incontro, e di questo talora noi rischiamo di non essere consapevoli. Inoltre anche noi, non solo gli abitanti della Ninive infedele del nostro cuore, siamo pure apostoli mandati ad annunciare alle “Ninivi” dei nostri giorni che il Signore non solo chiede, ma crede nella conversione di tutti e di ciascuno. Pertanto questo annuncio non è efficace se viene mediato da semplici banditori disincantati, ma esige dei testimoni appassionati. Mentre Giona s’imbarca a Tarsis per non essere complice della misericordia di un Dio troppo buono e per questo alquanto scomodo, il Signore Gesù si dirige decisamente a Gerusalemme e assume il dolore di appassire sulla croce pur di rivelare come l’amore può tutto e spera tutto. Invece di farsi inghiottire e sputare dalla balena, il Cristo sale sulla croce, che diventa l’amo cui il serpente antico abbocca fino a esserne vinto. Ora tocca a noi di scegliere se fuggire dalla misericordia o immergerci nello stile divino dell’amore, fino a lasciarci interamente purificare e cambiare dalla speranza del Padre per tutti i suoi figli, che dovrebbe diventare la nostra speranza fraterna: si può sempre cambiare… in meglio!

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Parole da purificare

La purificazione a cui veniamo immediatamente consegnati dal vangelo di oggi riguarda lo strumento con cui, ogni giorno, ci mettiamo in relazione gli uni con gli altri: le parole. La raccomandazione di Gesù, prima di insegnare – e consegnare – ai discepoli la preghiera del Padre nostro, prescrive una severa cura alla cattiva abitudine di affastellare inutili parole, anzitutto nel rapporto con Dio: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6,7-8). Spesso l’abitudine – cattiva – di moltiplicare le parole in un discorso nasce dal fatto di non esserci sufficientemente chiariti riguardo a quello che siamo capaci di riconoscere e, soprattutto, a quello che siamo disposti a dire, per consegnarci al rischio della relazione con l’altro. Ciascuno di noi può averne fatto esperienza in molti ambiti: da quello scolastico, quando la preparazione per un’interrogazione o un esame non era adeguata, a quello relazionale, quando abbiamo detto più di quanto potevamo dire, solo per paura di ferire il cuore dell’altro. Purificare il nostro modo di parlare dagli esuberi verbali è scuola di pazienza e di umiltà, soprattutto nel nostro rapporto con Dio. Proprio davanti al suo volto, infatti, dobbiamo imparare a credere che il segreto della preghiera non consista affatto nel segnalare alla sua misericordia situazioni o bisogni in cui ci troviamo, ma immergere il nostro cuore nello spazio silenzioso della sua volontà di bene per noi e per tutti: «Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra» (Mt 6,9-10). Rivolgerci al Padre con poche, asciutte parole non significa raffreddare il nostro rapporto filiale con la sua bontà paterna, ma semplicemente imparare a rimanere umilmente di fronte al mistero della sua volontà, nell’attesa che diventi presto anche la nostra. Significa dimorare nella fiducia che i nostri desideri saranno ascoltati non a forza di parole, ma con parole — e silenzi — forti di speranza. Naturalmente questa estrema fiducia esige anche l’impossibilità di richiedere tutto ciò che noi per primi non siamo disposti a offrire agli altri: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15). Incrociando le due letture che la liturgia odierna ci consegna come parola di Dio, possiamo forse affermare che il vero motivo per cui privilegiamo forme di preghiera fitte di parole deriva dall’abitudine a tollerare un ordinario scarto tra quello che diciamo e quello che facciamo. Il profeta Isaia dichiara, invece, che quando Dio parla non esiste alcuna frattura tra ciò che egli dice e ciò che egli è disposto a fare, perché la gioia del suo desiderio possa conoscere anche il gusto buono e bello della realizzazione: «… così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 50,11). Le parole che Dio rivolge a noi sono definite assolutamente efficaci, non perché dotate di una forza misteriosa a noi indisponibile, ma in quanto segni di una disponibilità a giocarsi solo dentro una relazione autentica: annunciano “fatti” che possono essere considerati realizzati in anticipo, dal momento che Dio si impegna a garantire con la sua stessa vita la possibilità del loro compimento: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia» (Is 50,10). Anche noi possiamo imparare a parlare e a pregare così. Sinceri, come la pioggia. Silenziosi, come la neve.

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La roccia di Pietro

Nell’anno giubilare della misericordia, papa Francesco ha voluto ricollocare al centro della vita della Chiesa la misericordia divina, non tanto come arricchimento di una vita cristiana sempre a rischio di essere mediocre o sbiadita, ma come prima responsabilità battesimale che il corpo di Cristo è tenuto a incarnare in ogni tempo e in ogni luogo: «Siamo chiamati ad essere i collaboratori di Dio in un’impresa così fondamentale e unica come quella di testimoniare con la nostra esistenza la forza della grazia che trasforma e la potenza dello Spirito che rinnova. Lasciamo che il Signore ci liberi da ogni tentazione che allontana dall’essenziale della nostra missione, e riscopriamo la bellezza di professare la fede nel Signore Gesù. La fedeltà al ministero bene si coniuga con la misericordia di cui vogliamo fare esperienza. Nella Sacra Scrittura, d’altronde, fedeltà e misericordia sono un binomio inseparabile. Dove c’è l’una, là si trova anche l’altra, e proprio nella loro reciprocità e complementarietà si può vedere la presenza stessa del Buon Pastore. La fedeltà che ci è richiesta è quella di agire secondo il cuore di Cristo» (Omelia per la celebrazione eucaristica, 22 febbraio 2016). Le parole con cui il santo Padre ha celebrato la festa della cattedra di Pietro ci ricordano cosa sia veramente «essenziale» da cogliere nella memoria liturgica odierna, senza scivolare nel fascino che la gestione di un «potere» è sempre in grado di suscitare: «A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19). Nel giorno in cui tutte le comunità cristiane sono invitate a saper riconoscere nella sede di Roma il punto di riferimento e di garanzia per la propria fede nel Vangelo, non va dimenticato che l’unico potere ricevuto dall’apostolo Pietro quando, mosso dallo Spirito, ha potuto riconoscere in Gesù di Nazaret «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (16,16), non può mai tradursi in un’autorità tesa a disciplinare la libertà umana, ma in un servizio rivolto a custodire la libertà di Dio che, attraverso le «sofferenze di Cristo», desidera rendere tutta l’umanità «partecipe della gloria che deve manifestarsi» (1Pt 5,1). Non dovrebbe mai sfuggire dalla nostra memoria il fatto che quella «pietra» (Mt 16,18) solida e sicura su cui «Simone, figlio di Giona» (16,17) ha ricevuto la promessa delle «chiavi del regno dei cieli» (16,19) è un luogo dove «né carne né sangue» (16,17) conferiscono il diritto di essere e di poter rimanere. Pietro stesso dovrà compiere un doloroso cammino di purificazione davanti alla misericordia di Cristo, per poter diventare un autentico modello «del gregge» (1Pt 5,3) capace di «confermare i fratelli» (cf. Lc 22,32) nell’unica speranza del Vangelo e della vita nuova in Cristo. I discepoli del Signore risorto sparsi per il mondo possono giustamente essere lieti di avere nel vescovo di Roma un visibile punto di riferimento per la propria fede e un segno di unità con ogni assemblea che confessa la fede nel Vangelo. Tuttavia non devono dimenticare che «non senza ragione è stato consegnato a uno solo ciò che doveva essere comunicato a tutti» (san Leone Magno), cioè che tale autorità non può mai identificarsi con la gestione di un privilegio, ma con la custodia della misericordia. Quella misericordia che Pietro, primo tra gli apostoli, ha avuto la grazia di sperimentare attraverso l’azione dello Spirito. Del resto, ciò che impedisce persino alle «potenze degli inferi» (Mt 16,18) di far vacillare la cattedra di Pietro è solo la fedeltà di Dio che promana dal mistero pasquale e abilita ogni cristiano a interpretare la propria esistenza come un generoso servizio da realizzare «non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio» (1Pt 5,2), e a porsi di fronte al mistero dell’altro – con la sua differenza e la sua unicità – «non come padroni» (5,3), ma come collaboratori di gioia (cf 2Cor 1,24).

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Occasione o tentazione?

La prima domenica di Quaresima presenta sempre il testo evangelico delle tentazioni di Gesù. Quest’anno ci viene proposta la versione di tale episodio nella redazione estremamente concisa del vangelo secondo Marco (Mc 1,12-13) seguita dalla pericope che dice l’inizio della predicazione di Gesù (Mc 1,14-15) e che tralasciamo perché già perché commentata nella III domenica dell’Ordinario. La pagina evangelica inizia in modo inatteso e brusco: “E subito lo Spirito scaccia Gesù verso il deserto”. L’immediatezza dice che Gesù non si è preparato a questa andata nel deserto, che la cosa giunge improvvisa. E il verbo il cui soggetto è lo Spirito, il verbo greco ekballein (sospingere, scacciare) esprime una certa violenza, una costrizione. Lo Spirito getta fuori, spinge Gesù nel deserto. A dire che l’azione spirituale è un’azione non coincidente con il desiderio umano. Gesù si lascia trascinare, ma non è una sua iniziativa, una sua scelta l’andare nel deserto. Forse si vuol significare che solo la forza dello Spirito può consentire di reggere la prova del deserto e che andarvi per eroismo o protagonismo spirituale è un atto spiritualmente suicida. La radicalità del deserto può affascinare, ma essa rigetta chi vi si inizia senza la mozione dello Spirito. Cosa avviene a Gesù? Dopo l’esperienza del battesimo in cui Gesù è tra la folla, accanto a Giovanni il Battezzatore, e ascolta la voce dal cielo che lo proclama figlio di Dio, ecco che la luminosità e la maestosità di questa esperienza si mutano nella discesa nel deserto che è invito all’interiorità, anzi, un imperioso comando all’interiorità. Se è vero che è necessario discernere il proprio desiderio per conoscersi e saper scegliere la propria vita, è altrettanto vero che c’è anche una distanza tra il nostro desiderio e la vita dello Spirito in noi. E che ci sono resistenze da vincere per entrare nella vita dello Spirito. La nostra nascita alla vita dello Spirito è dolorosa, frutto di lotta e costellata di resistenze. Di Paolo si dirà in At 20,22 che è costretto dallo Spirito ad andare dove lui non vorrebbe minimamente andare. Intravediamo lo Spirito anche dietro a quell’allos, quell’altro che condurrà Pietro dove lui non vuole (Gv 21,18). È l’altro Paraclito (Gv 14,16). Lo Spirito appare come volontà di Dio che può entrare in conflitto con la nostra, ma da cui siamo chiamati a lasciarci vincere, ovvero, ad assumerla come nostra. Del resto, questa violenza accettata da Gesù e fatta sua, questa che è violenza dello Spirito, richiama la violenza della parola di Dio che strappa Abramo dalla sua terra e gli impone di andarsene verso un luogo sconosciuto: “Vattene!” (Gen 12,1). In realtà Abramo è in una solitudine radicale anche se parte con la sua gente. Egli parte verso il vuoto che il Signore, non Abramo stesso, riempirà. Anzi, sarà un vuoto che quando la promessa di Dio sembrerà per grazia colmare con il dono di un figlio, Dio stesso provvederà ancora a ricreare chiedendo il sacrificio del figlio (Gen 22,1-2). L’azione spirituale è dunque azione di profondità, di discesa, di abbassamento. Non di innalzamento, non di salita, ma anzitutto di contatto con il basso. Dice un apoftegma dei padri del deserto: “Se vedrai un giovane salire al cielo di sua volontà, afferralo per un piede, e scaraventalo a terra, poiché ciò non gli serve”. Non si sale se non partendo dal basso, non ci si alza se non si è caduti, se non si è conosciuto e incontrato l’inferno interiore e nominato e combattuto il nemico che è in noi. Anche nel testo di Marco quando si parla di Gesù che stava con le fiere e gli angeli lo servivano si inizia dal basso, dalle fiere, dalle bestie selvagge: si tratta di un movimento verticale ma dal basso verso l’alto, non il contrario. Chi conosce il quadro di Caravaggio “La conversione di san Paolo” ricorda che Paolo è a terra, sbalzato dal cavallo, e che, nella sua caduta, le braccia tese verso l’alto esprimono l’inizio della salita ed egli sembra quasi spinto da una forza antigravitazionale: la caduta è l’inizio dell’ascesa. Il culmine della scala di cui parla Benedetto nella sua Regola è l’umiltà (RB VII,62ss.), l’adesione all’humus, alla terra. Chi inizia dall’alto invece si espone all’illusione, all’autoinganno. È sedotto dal proprio stesso procedere spirituale, è sedotto dall’angelo e finirà, come ricorda argutamente Pascal, col “fare la bestia”. Dice un pensiero di Pascal: “L’uomo non è angelo né bestia, e disgrazia vuole che chi vuol fare l’angelo faccia la bestia”. Il testo di Marco è discreto: non dice in cosa consista la tentazione. Non vi è il dettagliare la tentazione in tre momenti come in Matteo e in Luca. Tutto resta avvolto nel silenzio. Silenzio che è anche del testo stesso, non solo di Gesù che non si affida nemmeno alle parole della Scrittura come negli altri sinottici. Qui al posto della parola della Scrittura vi è il silenzio. Silenzio per restare in se stesso, per abitare il proprio spirito e non dissiparsi all’esterno con parole, per restare concentrato. Silenzio per scoprire che il mondo è in noi, non banalmente fuori di noi. Per sapere che i miraggi e le tentazioni di mutare miracolosamente la durezza delle pietre nella fragranza del pane nascono nel cuore; che le tentazioni della potenza e della gloria sono i sogni che coltiviamo in noi; che le illusioni di imporci agli altri e attirarne l’attenzione con imprese prodigiose come gettarci dal tempio ed essere salvati, sono fantasmi che abitano in noi. Davvero il silenzio fa verità e ci suggerisce di non proiettare sugli altri e sull’esterno ciò che è in noi: “Guarda in te stesso e scopri il male che è in te. Se lo vedi in te eviterai di condannarlo e giudicarlo negli altri”. Qui si situa anche la potenza della solitudine. Nella descrizione di Marco colpisce che, dopo aver parlato del deserto in cui stava Giovanni come un deserto popolato da moltissime persone che accorrevano a lui, un deserto umanizzato, ora, parlando del deserto in cui si inoltra Gesù, ci venga presentata una landa solitaria, spopolata, in cui i soggetti che si fanno vivi sono attori della vita interiore e invisibile: lo Spirito di Dio e il Satana, le fiere e gli angeli. La solitudine è la condizione che consente l’affiorare dell’interiorità. Essa è memoria della nostra unicità. Ci ricorda che l’imperativo a cui non possiamo sottrarci pena il tradimento della vocazione originaria e fondante di ciascuno di noi, della nostra immagine e somiglianza con Dio, è la libertà, con cui possiamo realizzare noi stessi, cioè obbedire all’unicità irripetibile che Dio ha voluto per ciascuno di noi. La lotta del deserto è anzitutto in questo abitare solitudine e silenzio. Che normalmente sono dimensioni rare, a cui non siamo abituati e a cui cerchiamo di sottrarci. Inoltre, il potere semplificante ed essenzializzante di solitudine e silenzio fa emergere i lati più oscuri e tenebrosi che sono in noi. Ma proprio lì si situa il lavoro di verità che queste dimensioni operano per noi. Che non sono il fine cui giungere, ma la strada da percorrere per arrivare al fine dell’incontro con il Signore e dello stare con lui, al fine dell’incontrare gli altri in verità e carità. La fatica del deserto è ben espressa nella pagina evangelica dal verbo “stare”, “dimorare”, anzi, letteralmente, “essere”. Gesù erat in deserto, non manebat; Gesù erat cum bestiis. Non è solo un rimanere, ma qualcosa che ha a che fare con l’edificazione dell’essere stesso della persona. Gesù sta senza fare nulla, senza fare nulla che non sia un’azione e un’attività interiore. Nel deserto Gesù finalizza il fare all’essere. Gesù fa esperienza della durata. Silenzio e solitudine sono le condizioni per fare esperienza della durata e l’esperienza della durata è la condizione della contemplazione. Che è lavoro di unificazione e pacificazione. Come avviene per Gesù. Infatti, se Gesù annuncia, subito dopo i 40 giorni nel deserto, che “Il regno di Dio è vicino” (Mc 1,15) è perché quel regno Gesù l’ha conosciuto in se stesso, nella pace tra bestie e angeli, tra inferno e cielo, nel suo aver continuato ad abitare la parola ricevuta dall’alto “Tu sei mio figlio” (Mc 1,11) e a lasciarsi guidare dallo Spirito santo mentre si trovava nel confronto con Satana. In quell’esperienza del deserto Gesù vive in sé ciò che avviene nel mondo, o meglio fa di se stesso il luogo del mondo riconciliato. Gesù è l’umanità riconciliata, l’umanità nella pace. Gesù è il Regno di Dio davvero vicinissimo. L’era messianica si apre perché ciò che è destinato al mondo è avvenuto nella persona di Gesù. Questo evento di riconciliazione profonda tra forze infere e potenze celesti, questa pace messianica profetizzata da Isaia, Gesù l’attua in se stesso, in lui avviene la riconciliazione e la pace. Gesù è spazio di pace e di unità, di unificazione e riconciliazione. Egli riesce ad assorbire la violenza delle bestie selvagge senza cadere nel disumano, riesce a convivere con le potenze divine e angeliche senza innalzarsi nel sovrumano. Gesù custodisce la postura umana e si lascia docilmente guidare dallo Spirito di Dio. Divenendo così esempio del battezzato: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio” (Rm 8,14). Gesù si lascia guidare dallo Spirito nel deserto e lì vive la sua figliolanza divina, la sua immagine divina, la sua creaturalità abitata dalla parola di Dio che lo rende figlio e dallo Spirito che lo fa vivere come figlio.

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Per chi digiuni?

In questo primo venerdì di Quaresima, quando la pratica del digiuno bussa alla porta della nostra disponibilità, per poter essere, ancora una volta, strumento di ascesi e occasione di conversione, veniamo subito intercettati – forse, smascherati – in quella sottile forma di ipocrisia con cui ci capita di fare gesti importanti, svuotandoli però del loro significato profondo: «Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?» (Is 58,3). L’interrogativo velenoso, collocato come inciso nell’appassionata invettiva del Signore contro il suo popolo, esplicita un pensiero che, presto o tardi, attraversa il cuore di ogni credente. La pratica di gesti religiosi e l’offerta di qualche forma di rinuncia, che il cristianesimo, come ogni altra religione, prevede coma dettato generale per nutrire la relazione con Dio, scava così a fondo nel nostro cuore – quando è vissuta con un po’ di fedeltà – che, a un certo punto, non ci si può che chiedere se valga la pena continuare oppure sia meglio interrompere. Il grande sospetto diventa il dubbio che il Dio a cui i nostri sforzi sono rivolti potrebbe essere anche distratto o, semplicemente, impegnato in ben altre faccende. In questi momenti, la fede viene messa alla prova e noi, talvolta in modo graduale e silenzioso, possiamo iniziare a vivere un certo sdoppiamento, tra i gesti che compiamo davanti a Dio e quelli che facciamo di fronte agli uomini: «Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica?» (Is 58,3-5). La domanda che i discepoli di Giovanni pongono a quelli del Signore Gesù – cogliendo forse nel loro modo di stare accanto al Maestro una certa originalità di forme e di atteggiamenti rispetto alla prassi religiosa del tempo – approfondisce i possibili rischi legati alla pratica del digiuno: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?» (Mt 9,14). Esiste un modo di mortificarci di fronte a Dio, che ha bisogno di essere ripetuto molte volte proprio perché fallisce l’obiettivo di assicurare la nostra alleanza con lui. L’autore della lettera agli Ebrei ha precisato l’inefficacia di questa dinamica, rileggendo il mistero di Cristo in chiave sacerdotale: «Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai eliminare i peccati. Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati si è assiso per sempre alla destra di Dio» (Eb 10,11-12). La contrapposizione stabilita dall’autore non è soltanto tra la necessaria ripetizione dei sacrifici che si facevano nel tempio e il carattere unico e irripetibile del sacrificio di Cristo. A confronto è posto anzitutto quello che noi possiamo fare per Dio e ciò che egli ha voluto fare per noi. È lo stesso discorso che il Signore Gesù prova a fare ai suoi interlocutori, rispondendo loro con un’altra domanda che invita a riflettere: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?» (Mt 9,15). Anche se – e quando – non ce ne rendiamo conto, un certo modo di fare tante volte, persino con eroica fedeltà, gesti per nutrire la relazione con Dio non ottiene altro risultato che gonfiare noi stessi e svuotare la presenza dello Spirito – cioè dell’Amore – nel modo con cui ci mettiamo in rapporto agli altri e alle responsabilità della vita. È da questa forma di attaccamento a noi stessi che il digiuno, invece, vuole distaccarci, fino ad arrivare a sentire fame dell’altro come qualcuno a cui possiamo donare un po’ di noi stessi: «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?» (Is 58,6-7). Di questo pane, in fondo, il nostro cuore si vuole saziare una volta per sempre: piacere a Dio e amare i fratelli.

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Di chi sei?

Ieri abbiamo iniziato la Quaresima, che siamo invitati a vivere come un tempo di ritiro spirituale. Il vangelo ci ha indicato la preghiera, il digiuno e la condivisione come mezzi per esercitarci nella conversione a una fede più sincera, un amore operoso e una speranza viva.  Siamo inoltre chiamati a tornare alla nostra verità profonda, a riconoscerci come creature mancanti, affamate, non solo del pane materiale, ma anche del pane di una parola di senso e di sostegno. È un tempo in cui allenarci per uscire da noi stessi e aprirci maggiormente al Tu di Dio, e al Noi con i fratelli e le sorelle in umanità e ai loro bisogni. Oggi, la parola evangelica ci pone davanti il centro e il fondamento della fede e della vita cristiana: la pasqua di Gesù, il mistero della sua morte e resurrezione. L’apostolo Paolo alla comunità di Corinto parla della “parola della croce”. Scrive: “Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso” (1Cor 2,2). È un fatto – anche oggi – che la parola della croce è considerata scandalo e stoltezza per il mondo. Tuttavia, per chi è stato conquistato dal vangelo essa è sapienza e forza di Dio (cf. 1Cor 1,18-28). Nella parola della croce sta l’autentico cristianesimo, uno stile di vita altro. Se il mondo cerca potenza e gloria, spesso attraverso discorsi seducenti oppure comportamenti di prevaricazione, l’evangelo invita al servizio del prossimo, all’amore effettivo senza finzioni. Un amore come l’ha vissuto Gesù: “Nessuno mi toglie la vita: io la do da me stesso” (Gv 10,18). Gesù crocifisso rivela e incarna l’amore infinito del Padre. Per cui, egli “non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo e diventando simile agli uomini” (Fil 2,6 s.). Egli ha speso la sua vita ogni giorno facendo il bene, guarendo molti e insegnando. Poi, Gesù invita tutti a seguirlo su questa via dell’amore, facendo appello alla libertà di chi lo ascolta: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (v. 23). La vita cristiana sta nel vivere quell’amore che, come Gesù, impegna interamente la propria vita, non in protagonismi, ma in una qualità di ascolto, di accoglienza e di disponibilità senza calcoli verso chi s’incontra e coloro con i quali si vive e si lavora nella vita quotidiana. In questo contesto, l’evangelista Luca menziona per la prima volta la croce. Sappiamo che la croce era lo strumento orribile con cui i romani eseguivano la pena di morte comminata a schiavi o forestieri che avessero commesso reati gravi. Tuttavia, il nostro sguardo non deve fermarsi su questo strumento di tortura. Diceva papa Francesco: “Se la croce è una croce senza Gesù non è cristiana”. Il nostro sguardo deve fissarsi su Gesù appeso alla croce e in lui contemplare l’amore infinito che si dona a ogni creatura. Che questa Quaresima ci doni l’occasione e il coraggio di riflettere su alcune domande: che vantaggio c’è nel correre ed esaurirsi per guadagnare un po’ di gloria di questo mondo? Non è forse più avvincente l’invito di Gesù ad amare fino alla fine, e in questa “perdita” trovare il vero guadagno, il senso della vita?