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Chi hai al tuo fianco?

Il profeta Geremia, avvertendo terrore intorno a sé a causa della scomoda profezia di cui si è fatto portavoce, trova il modo di non smarrire la fiducia nel Dio che lo ha scelto, chiamato e inviato al suo popolo. Proprio nell’ora in cui il suo cuore si trova avvolto dalle tenebre dell’inimicizia, l’uomo di Dio mantiene accesa la fiamma della preghiera: «Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso» (Ger 20,11). Anche il Signore Gesù, davanti a quei Giudei che raccolgono di nuovo pietre per lapidare la sua scomoda profezia, decide di percorrere la strada del dialogo e dichiara apertamente la forza indistruttibile del suo legame con il Padre: «Credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre» (Gv 10,38). Parole di questo spessore — con le quali si ricorda e si annuncia la profondità di una relazione che fonda il vivere e anche il morire — non si possono improvvisare nel momento del pericolo, quando l’angoscia dentro di noi cresce in maniera proporzionale all’ostilità che circonda noi, i nostri desideri, i nostri progetti. Sono piuttosto il frutto di un lungo e sofferto cammino, gli ultimi versi di un poema maturato nella notte della persecuzione e nel silenzio della solitudine. Ascoltandole nel cuore della liturgia di questo giorno di Quaresima, siamo invitati a cogliervi non tanto un’eccellente esemplarità di fede, quanto una sublime rivelazione della dignità del nostro essere uomini e donne, creati nella libertà di fronte al Dio che non salva dal terrore ma nel terrore. Sia al profeta Geremia sia al Figlio di Dio non è risparmiato un cammino di maturazione nella sofferenza per rimanere fedeli alla loro storia e alla loro missione. Anzi, il momento della persecuzione si offre loro come occasione di esprimere — non solo a parole — tutta la fiducia che il cuore ha saputo coltivare nella silenziosa manifestazione di un Dio sempre presente eppure mai pienamente visibile. Del resto è sempre questo il modo con cui il dinamismo della conversione prepara e porta a compimento l’avventura della fede: attraverso la trasformazione del grido di terrore in canto di speranza: «Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!» (Ger 20,12). Per autenticare la grazia del nostro Battesimo in Cristo ed entrare nelle esigenze del mistero pasquale, occorre saper accogliere, non giudicare e, infine, trasfigurare i sentimenti che accompagnano quei momenti in cui la nostra vita diventa scandalo per gli altri e mistero per noi stessi. Celebrare anche nell’oscurità l’alleanza con il Dio conosciuto nei giorni di luce è il frutto bello e maturo che l’Incarnazione del Verbo vuole portare dentro la terra di ogni uomo e di tutta l’umanità. Eppure anche noi, al pari dei Giudei, fatichiamo a credere che la salvezza possa essere un movimento dal basso verso l’alto, e corriamo il rischio di ascoltare come affermazione blasfema l’incondizionata offerta di amore con cui il Signore intende cambiare tutti i nostri giorni: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). La Scrittura che «non può essere annullata» (10,35), né dal mistero dell’odio né dal veleno dell’indifferenza è il decreto che, fin dalla notte dei tempi, ha stabilito il nostro essere «dèi» (10,34) in forza del nostro poter essere figli, sempre ascoltati: «Nell’angoscia invocai il Signore, nell’angoscia gridai al mio Dio: dal suo tempio ascoltò la mia voce, a lui, ai suoi orecchi, giunse il mio grido» (salmo responsoriale).

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L’umiltà di Dio

In questi giorni di Quaresima, la solennità dell’Annunciazione ci offre l’occasione di rinnovare la fiducia verso l’opera di salvezza del Signore, preparandoci alla gioia della risurrezione che vuole irrompere dolcemente nella terra dei nostri giorni e nel tessuto della nostra umanità. Prima di raccontarci la sofferta e appassionata adesione di Maria all’annuncio di Dio, la liturgia ci propone di considerare attentamente la reticenza con cui il re Acaz non sembra in grado di approfittare della possibilità di ricevere un indizio in grado di orientare il cammino in un tempo difficile per la storia di Israele: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto» (Is 7,11). Dietro all’apparenza di un grande senso di timore, la voce del pavido re tradisce la paura di manifestare con sincerità il proprio bisogno davanti all’Altissimo: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore» (7,12). È una grande tentazione e – non di rado – anche una pericolosa mistificazione della nostra dignità di creature la scelta di chinare troppo frettolosamente il capo in certe delicate situazioni, anziché cercare e, magari, invocare quella luce necessaria per poter avanzare nell’oscurità e negli imprevisti della vita. Addirittura diventa sciocca e inutile umiltà la tendenza a non esplicitare quello che abbiamo dentro, soprattutto se il cammino di fede che stiamo percorrendo ci autorizza a diventare semplici e piccoli di fronte a un Dio che ha rivelato definitivamente il suo volto di Padre. Il cuore di Maria di Nazaret sembra invece affrancato da questa inutile preoccupazione, al punto da poter «rispondere» alla proposta di Dio con un forte interrogativo che cerca dialogo e approfondimento: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» (Lc 1,34). Intuendo che l’Altissimo sta comunicando al mondo il suo bisogno di essere presente nel mistero della nostra umanità, Maria si sente libera di esprimere anch’essa il suo bisogno di essere illuminata e sostenuta nelle profondità del cuore. La sua non è una spasmodica ricerca di segni o di rassicurazione. Con questa domanda la Vergine sembra intenzionata a verificare semplicemente che il progetto di Dio non sia un inutile olocausto, ma un profumato sacrificio d’amore: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo”» (Eb 10,5-6). La stessa proposta fatta a Maria — per altre vie, eppure con la stessa intensità — bussa anche alla nostra porta. Proprio a noi, battezzati nel mistero del suo Figlio amato, il padre offre il dono dello Spirito per poter diventare un luogo santo dove il suo desiderio di salvezza possa rinnovare la logica dell’Incarnazione. Proprio noi, che ancora una volta ci prepariamo a celebrare il mistero pasquale di Cristo, siamo chiamati a convertire i timori del cuore alla fiducia dell’amore più grande, ascoltando il canto dell’Annunciazione, che comincia sempre con un invito a riconoscere quanta benevolenza ha finora accompagnato i giorni della nostra esistenza: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). Maria si fa trovare, dicendo: «Sono qui», «Eccomi». Lo fa credendo che, mentre il cuore è ancora pieno di paura, la vita può già essere considerata colma di benedizione. Non ha paura di credere colei che non esita a chiedere. Anche noi sapremo cambiare qualcosa della nostra vita e del mondo che ci accoglie solo se sapremo dialogare con Dio là dove siamo ancora in attesa di comprendere in che modo la nostra esistenza possa diventare un dono di libero amore. Chiedere, ascoltare, esclamare: sono questi i passi che conducono i credenti alla gioia della Pasqua: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

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Liberi perché si crede ad una relazione

La liturgia di oggi è dominata da una delle parole di Gesù più belle e affascinanti tra quelle che i vangeli hanno trascritto e consegnato alla contemplazione delle generazioni cristiane di ogni epoca e luogo: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Davanti a questa sublime proposta, che annuncia un esodo verso la libertà piena e vera, i Giudei — proprio quelli che hanno cominciato a porre in Gesù la loro fiducia — si ritrovano ad avere un’improvvisa reazione di disappunto: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi?”» (Gv 8,33). Il risentimento malcelato in queste parole lascia intendere quale sia il problema di fondo avvertito da quanti, pur avendo iniziato l’avventura del discepolato, a un certo punto si trovano a puntare i piedi di fronte all’orizzonte di radicalità spalancato dal vangelo di Cristo. Non è certo la proposta di emancipazione a sconcertare l’uditorio, ma il fatto che tale condizione appaia come l’esito di un lungo e graduale processo, frutto di ascolto, apprendimento e obbedienza. Forse potrebbe turbare anche noi il pensiero che la libertà non sia tanto qualcosa di cui già possiamo disporre, ma il frutto di un cammino inesausto che siamo chiamati a portare avanti con pazienza, attraverso l’umile ascolto della parola di Dio. La fede non è affatto il luogo dove la vita si trasforma in un istante, ma è un lento cammino di relazione con la voce di Dio, cammino nel quale la sua vita lentamente si riversa nella nostra creando una comunione d’amore. Non può esistere alcun superamento della schiavitù del peccato fuori da un rapporto di relazione autentica con colui che dal peccato può liberare. Questo è lo scandalo che i credenti sono chiamati ad accettare e assumere: «Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (Gv 8,36). Il Primo Testamento ci offre una splendida immagine di quale frutto di libertà il cammino di fede possa far maturare, attraverso l’esperienza di quei tre giovani che vengono gettati nella fornace ardente perché in terra d’esilio si rifiutano di piegare le ginocchia alle divinità babilonesi. Nell’inferno di insopportabili fiamme rimangono illesi, persino custoditi da un lieve soffio d’aria che impedisce la consumazione della loro vita. Il fuoco dell’odio sembra incapace di raggiungerli perché in loro arde già la fiamma di una tenace relazione con il Dio d’Israele: «Ma l’angelo del Signore, che era sceso con Azarìa e con i suoi compagni nella fornace, allontanò da loro la fiamma dal fuoco della fornace e rese l’interno della fornace come se vi soffiasse dentro un vento pieno di rugiada. Così il fuoco non li toccò affatto, non fece loro alcun male, non diede loro alcuna molestia» (Dn 3,49-50). I tre giovani sembrano diventare massimamente liberi proprio nel momento in cui la loro vita è posta dentro la morsa di un’invincibile ostilità, simbolo di una più profonda libertà interiore dal condizionamento culturale e religioso sperimentato da Israele durante l’esilio babilonese. Non grazie a una speciale forza di volontà o a un impavido coraggio, ma a causa dell’abitudine — maturata nel tempo — di non considerare la propria vita come una libertà assoluta, bensì come il frutto di una relazione che, nel momento cruciale, non può mai illudere perché, già al presente, è vissuta e percepita senza alcuna delusione: «Noi non abbiamo bisogno di darti alcuna risposta in proposito; sappi però che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace di fuoco ardente e dalla tua mano, o re. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto» (Dn 3,16-18).

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Le discussioni bloccano il cammino

Non possiamo nascondere il nostro stupore davanti alla conclusione del vangelo, ed è uno stupore pieno di ammirazione e di speranza: «A queste sue parole, molti credettero in lui» (Gv 8,30). La domanda si fa legittima: che cosa mai in queste parole del Signore Gesù quei «molti», di cui vorremmo far parte, hanno trovato una parola che li ha toccati così profondamente da aprirli a un’adesione di fede così pronta e semplice? I notabili ironizzano sull’orizzonte cui il Signore cerca di aprire le loro menti e i lori cuori e che si pone a un livello diverso da quello cui sono continuamente abituati: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: “Dove vado io, voi non potete venire”?». (Gv 8,22). La gente più semplice intuisce nelle parole del Signore il segno di qualcosa che trascende ogni paura e apre una possibilità reale di uscire dal circolo degli avvelenamenti quotidiani che ci tengono come crocifissi al «quaggiù» (8,23) di tutte quelle abitudini, usi, modi di fare che, in realtà, ci paralizzano come farebbe il veleno di «serpenti brucianti» (Nm 21,6). L’immagine del libro dei Numeri evoca tutto quello che dentro di noi brucia fino a ad avvelenarci e per molti aspetti, ucciderci: i nostri fallimenti, le nostre fragilità, il nostro rammarico, le nostre più o meno latenti patologie… in una parola la nostra realtà di limite che, se non assunta, diventa esperienza di peccato. Ora tutto ciò, invece di essere ignorato o eliminato viene, invece, dal Signore «innalzato» (Gv 8,28) poiché viene portato a un livello diverso, in cui ognuno di questi veleni può, attraverso un amore purificante, trasformarsi in un antidoto e in una vera medicina. La croce del Signore diventa così la ripresentazione del roveto ardente del deserto, in cui il Signore rivela a Mosè di non temere la sua debolezza e la sua paura che l’hanno fatto fuggire dall’Egitto, fino a trasformarle in strumento di salvezza non solo per se stesso, ma per tutto il popolo.
I rabbini spiegano che il Signore Dio si rivelò in un roveto perché esso ha molte spine e queste rappresentano le sofferenze e le prove della vita umana. Il Signore Gesù contrappone, alle infinite discussioni accademiche degli scribi e dei farisei, se stesso quale uomo dei dolori che sarà innalzato sulla croce nudo, come un serpente, e coronato di spine, come un roveto ardente, il cui amore bruciante non si consuma, pur continuando a donarsi. Sulla croce la pienezza della Rivelazione di Dio si manifesta ancora una volta nel disarmo più totale, che diventa per ogni discepolo l’indicazione dell’unica strada e dell’unico modo per non cadere sotto l’auto-condanna a morire nel proprio «peccato» (8,21), la cui radice è quella di non accettare di lasciarsi salvare da uno sguardo accolto e ricambiato. Sapremo resistere a fissare lo sguardo sull’Uomo dei dolori che ben conosce il patire e accettare che egli lo ricambi con il suo sguardo infuocato, che incenerisce tutto ciò che in noi è secco e spinoso? Il cammino verso la Pasqua può diventare per noi un vero processo interiore di riconciliazione con la nostra fragilità e vulnerabilità che possono così diventare un luogo non di maledizione, ma di relazione che fa crescere nella consapevolezza di sé e in una solidarietà sempre più dilatata e profonda.

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Guardare verso il basso per non giudicare

Le letture di oggi ci raccontano due storie simili nella sostanza, ma opposte nella forma. Nella prima, una donna ingiustamente accusata viene giustamente assolta; nella seconda, un’altra donna giustamente accusata viene ingiustamente assolta dalla misericordia del Signore Gesù. La Quaresima è un tempo privilegiato per ricondurre il nostro cuore a vedere le cose in una più grande logica di amore, che trova in Cristo la misura del suo essere e del suo agire. Nelle nostre relazioni quotidiane non possiamo che cercare di cominciare e ricominciare sempre da una certa idea di giustizia, osservando regole e convenzioni, e aspettandoci dagli altri lo stesso sincero impegno. Purtroppo molto spesso non riusciamo a essere giusti e coerenti come vorremmo. E anche in noi si compie il grande mistero del male, libero di manifestarsi ogni volta che noi, come i due pervertiti anziani, decidiamo di volgere le spalle a Dio. […] furono presi da un’ardente passione per lei: persero il lume della ragione, distolsero gli occhi per non vedere il Cielo e non ricordare i giusti giudizi (Dn 13,8-9). Per liberarci dal senso di colpa o per sfogare la rabbia cominciamo a emettere crudeli sentenze verso gli altri. Questa brutta modalità di rapportarci agli altri, essendo fondata sulla menzogna e sulla falsità, ci spacca «in due» (13,55) e, lentamente, ci fa gustare «la medesima pena alla quale» vogliamo «assoggettare il prossimo» (13,61). Soprattutto ha vita breve e ci conduce alla morte, nell’inevitabile giorno in cui il nostro cuore spietato viene smascherato. Poi, insorgendo contro i due anziani, ai quali Daniele aveva fatto confessare con la loro bocca di aver deposto il falso, fece loro subire la medesima pena che avevano tramato contro il prossimo e, applicando la legge di Mosè, li fece morire (Dn 13,61-62). Tutto diverso è lo sguardo che il Signore Gesù riesce ad avere nei confronti di quella donna senza nome, colpevole di aver trasgredito la Legge, perché «è stata sorpresa in flagrante adulterio» (Gv 8,4). In lei mancano le virtù di purezza e giustizia della bella Susanna, tuttavia è sufficiente una parola del Maestro per rivelare quanto sarebbe ingiusto che qualcuno mettesse in pratica nei suoi confronti una sentenza di condanna. «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Lc 8,7). La capacità di un simile sguardo su questa donna, spogliata e umiliata nella sua dignità, nasce da un’abitudine a considerare le persone mai dall’alto al basso, che il Verbo di Dio ha maturato nella scelta di incarnazione nella nostra fragile e fallibile umanità. A causa di questa irreversibile scelta, il Signore Gesù ha saputo accettare e accompagnare fino in fondo il dramma della libertà, della crescita, della trasformazione della nostra vita, di cui fanno parte le contraddizioni, le ambiguità e anche i peccati. Per questo, di fronte al dolore di una donna, sa compiere quel gesto che i suoi accusatori sembrano aver dimenticato. E invece esprime tutta la nostra dignità di creature libere e amate: chinarsi a terra. Per alzarsi e vivere con un cuore privo di qualsiasi condanna. Capace di vedere il cielo anche nella povertà della terra. «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Lc 8,11).