La vita di Caterina da Siena, così legata alle alterne e, talora, così inquiete vicende del suo tempo, è immersa – continuamente e quietamente – nella stessa vita di Dio. Sin da giovane, il sogno di Caterina fu quello di farsi una «piccola cella interiore nel suo cuore». Proprio per la sua continua cura dell’interiorità, questa donna assomiglia così tanto a quei «piccoli vasi» (Mt 25,4) di cui sono provviste le vergini sapienti. Si potrebbe dire che Caterina è un piccolo vaso che ha saputo raccogliere, custodire e distribuire l’olio dello Spirito di Cristo. Proprio a partire da questa capacità di interiorità, si spiega e si dispiega tutto l’agire e l’intervenire così risoluto e deciso di Caterina, la quale non teme di rivolgersi al papa con un’autorevolezza magnifica. In un’epoca come la nostra, in cui siamo tentati di cedere o all’eccessivo attivismo oppure a un comodo quietismo, Caterina ci indica la strada maestra dell’immersione contemplativa nel mistero di Dio, che «è luce e in lui non ci sono tenebre» (1Gv 1,5). Da questa serena e vitale immersione nasce ogni azione, che ha come fonte e fine niente altro se non la vera «comunione con lui» (1,6). Solo questa profonda comunione, cercata e coltivata, permette di trovarsi all’interno e non all’esterno della vita stessa di Dio. Il vangelo ci fa sentire con un certo timore il rumore che attraversa i cuori quando «la porta fu chiusa» (Mt 25,10). In quel momento è necessario ed è bello trovarsi dentro e mai fuori, per dedicarsi alla conversazione interiore che crea le condizioni della personale conversione. Solo una conversione profonda può essere la premessa più sicura e promettente di ogni cambiamento e miglioramento esteriore. Quando – ventenne – Caterina ricevette l’anello invisibile che la rendeva sposa di Cristo, pensò che questo dovesse comportare una maggiore separazione, mentre il Signore le fece intendere che voleva stringerla a sé «mediante la carità del prossimo», cioè mediante la mistica della contemplazione come fonte di un dinamico amore sempre più audace. Come spiega Giovanni Paolo II: «L’impulso del maestro divino svelò in lei come un’umanità di accrescimento» (GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica per il VI° centenario del transito di santa Caterina da Siena, 29 aprile 1980). Possiamo chiedere alla patrona d’Italia e copatrona della nostra vecchia giovane Europa proprio il dono di un accrescimento di umanità attraverso l’amore di Cristo e dei fratelli. Che non ci capiti, proprio per mancanza di umanità, di sentirci dire, dall’interno della casa in festa per la ritrovata intimità con lo Sposo: «In verità vi dico: non vi conosco» (Mt 25,12). E, nel medesimo capitolo del vangelo di Matteo, la conoscenza di Cristo come Signore della nostra vita è legata alla capacità – quasi irriflessa – di riconoscerlo e di servirlo nei «fratelli più piccoli» (25,45). Per questo, un’altra cosa possiamo chiedere per il nostro Paese e per i popoli della nostra Europa: avere occhi e cuore per quei «fratelli più piccoli» che bussano alla porta delle nostre nazioni per condividere la nostra vita e per crescere con noi verso un accrescimento di umanità. Sapremo così accogliere chiunque, portando in mano e nel cuore quel ramoscello di ulivo con cui Caterina sfidò gli odi e le chiusure del suo tempo, non escluse quelle della Chiesa dei suoi giorni. Non ci resta che invocare dal profondo del nostro cuore: Santa Caterina prega per noi!
La parola del Signore Gesù non lascia dubbi: «non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Gv 12,47). Questa parola, certo, riguarda il Signore Gesù, ma riguarda anche tutti coloro che vogliono essere suoi discepoli e testimoni per «annunciare la parola di Dio» (At 13,4). Se il Signore è per noi «luce», allora è alla sua luce che bisogna leggere gli eventi senza cadere nella trappola di essere accecati da se stessi, tanto da «condannare» tutto ciò che ci turba e ci disturba. Una parola pronunciata più di mezzo secolo fa da papa Giovanni XXIII conserva tutta la sua attualità, soprattutto come schema per un esame di coscienza personale per tutto ciò che in noi grida allo scandalo e rischia di condannare, senza essere capaci di comprendere e di leggere alla luce del Vangelo, sotto il lume della misericordia e dell’amore con cui dovremmo imparare ogni giorno a relativizzare noi stessi. Così diceva profeticamente Giovanni XXIII inaugurando il Concilio Vaticano II: «Spesso ci vengono riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia che è maestra di vita. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa». Per il bene della Chiesa e per il bene dell’umanità, per la quale la comunità dei credenti è chiamata a essere luce di speranza, lo Spirito non smette di suscitare nuovi cammini e inediti percorsi, attraverso cui la salvezza si realizza come dono per tutti: «Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati» (At 13,2). Questa parola dello Spirito è continuamente rivolta alla Chiesa ed è sempre sussurrata al cuore di ogni discepolo, quasi per accendere sempre una nuova luce sotto cui poter decifrare i segni dei tempi e riprendere il cammino con l’entusiasmo di sempre, ma con una generosità ancora più grande e aperta a nuovi venti e a nuove speranze. Questo perché se «la parola di Dio cresceva e si diffondeva» (12,24) al tempo degli apostoli, ancora cresce dentro di noi e si diffonde attorno a noi per virtù dello Spirito, che ne guida e ne accompagna i passi nella storia.
Questa quarta settimana di Pasqua, quando il cammino verso la Pentecoste è già a metà, è contrassegnata da una particolare compagnia che è quella del pastore, bello, buono e vero. Il bel Pastore si fa guida verso la pienezza non solo della gioia pasquale, ma della stessa nostra esistenza sempre più vissuta vicino a Cristo Signore. Gesù parla di se stesso attraverso una «similitudine» e sembra che coloro che l’ascoltano – stranamente – «non capirono di che cosa parlava loro» (Gv 10,6). Questa incomprensione induce il Signore a riprendere il discorso e a ribadire la stessa cosa attraverso l’uso di un’altra immagine: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore» (10,7). L’immagine della porta evoca sempre la necessità e la possibilità di passare da fuori a dentro e viceversa e non fa che rafforzare quella caratteristica del pastore appena evocata: «E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce» (Gv 10,4). Come spiega un pastore del popolo di Dio, Gregorio Magno: «La conoscenza precede sempre l’amore della verità. Domandatevi, fratelli carissimi, se siete pecore del Signore, se lo conoscete, se conoscete il lume della verità. Parlo non solo della conoscenza della fede, ma anche quella dell’amore; non solo del credere, ma anche dell’operare. […] Ravviviamo, fratelli, il nostro spirito. S’infervori la fede in ciò che ha creduto. I nostri desideri s’infiammino per i beni superni. In tal modo amare sarà già un camminare» (GREGORIO MAGNO, Omelie sui Vangeli, 14). Questa espressione gregoriana «amare sarà già un camminare» è ciò che Pietro, sempre più docile alla grazia della Spirito che anima e guida il cammino della Chiesa, impara a mettere sempre più in pratica assumendolo come un criterio di discernimento pastorale e spirituale, la cui importanza è non solo sempre utile, ma anche sempre attuale. Per giustificarsi davanti a quanti lo «rimproveravano» (At 11,2) per essere entrato nella casa di Cornelio, Pietro dice con tutta semplicità che «Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitazione» (At 11,12). Inoltre, l’apostolo condivide non solo la sua esperienza esteriore, ma pure le sue intuizioni più profonde e il suo lavorio interiore, per cercare di discernere i nuovi cammini aperti dal Signore alla sua Chiesa: «Mi ricordai allora di quella parola del Signore…» (11,16). Ciò che forse stentavano a capire quanti ascoltavano la similitudine raccontata dal Signore e facevano fatica ad accettare i primi cristiani provenienti dal giudaismo, era la preoccupazione del pastore a educare le sue pecore a non temere, anzi a godere, della possibilità di mettersi in cammino alla scoperta di nuovi pascoli e di sempre più chiare e fresche sorgenti. Anche oggi, come discepoli e come Chiesa, siamo spinti «fuori» (Gv 10,4) dal chiuso dei nostri recinti poiché «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano» (At 11,9).
La IV domenica di Pasqua ripete l’annuncio che Cristo è morto e risorto attraverso l’immagine del pastore. Immagine che, nell’odierna pagina evangelica, diviene visione sintetica dell’evento pasquale, culmine della storia di salvezza. Gesù, che durante la sua vita è stato il pastore del piccolo gregge (Lc 12,32) del gruppo dei suoi discepoli, ha esposto la sua vita per amore dei suoi fino a morire per amore dei suoi (cf. Gv 10,11-15: riferimento alla morte di Cristo); la sua morte poi sfocia nella resurrezione che prolunga ed estende il suo ministero di pastore a livello universale (Gv 10,16-18: riferimento alla resurrezione). In effetti, il testo evangelico parla di “altre pecore che non sono di quest’ovile” (Gv 10,16) e che sono chiamate a divenire un unico gregge: il riferimento è alla resurrezione di Cristo che fa l’unità dei figli di Dio dispersi. Non si deve poi dimenticare che il Risorto è il pastore che narra Dio guidando le sue pecore al di là della morte, come dice il Salmo 48,15 (secondo il testo ebraico), e non a caso la raffigurazione del buon pastore con la pecora in spalla si trova spesso nelle catacombe. Per due volte Gesù ripete l’autorivelazione: “Io sono il buon pastore” (Gv 10,11.14). L’aggettivo kalòs, letteralmente, “bello”, significa che Gesù è veramente degno del titolo di pastore, in quanto adempie pienamente la sua funzione. Proclamandosi “buon pastore” Gesù afferma di assumere completamente su di sé la responsabilità e il peso del gregge di Dio. L’“Io sono” iniziale ha valore di promessa e di impegno: Gesù attesta che sarà oggi, come ieri e in futuro, il pastore delle sue pecore. Egli promette la sua indefettibile presenza accanto ai suoi. Il termine kalós è usato nel IV vangelo in riferimento al vino delle nozze di Cana (2,10) e alle opere compiute da Gesù (10,32.33). In entrambi i casi esso indica realtà afferenti al tempo messianico: il vino dei tempi messianici e le opere messianiche. Insomma, questo aggettivo mette in luce l’opera salvifica compiuta dal Pastore messianico. Di fronte a questa pregnante valenza teologica, è ovvio che l’aggettivo kalós non indica una qualità soggettiva di Gesù come la sua bontà. Tale titolo è poi esplicitato dalla frase che attesta che il buon pastore “depone la sua vita per le pecore” (Gv 10,11). Questa espressione si trova altre tre volte nei vv. successivi (Gv 10,14.17.18) e sembra la versione giovannea dell’espressione sinottica “dare la vita per” (cf. Mc 10,45; Mt 20,28). Nell’AT troviamo un’espressione analoga per indicare il rischio a cui qualcuno espone la propria vita (Gdc 12,3; 1Sam 19,5; 28,21; Gb 13,14), per salvare una persona o il proprio popolo: David rischiava la vita per proteggere il gregge che doveva pascolare (1Sam 17,34ss.). Tuttavia nel testo giovanneo l’espressione ha ormai un senso tecnico caro e indica la morte di croce. Gesù dunque è veramente il Pastore perché giunge alla morte di croce per gli uomini. L’atto in cui culmina l’essere pastore di Gesù è il dono della propria della vita per le pecore, atto che Gesù compie nella massima libertà. La valenza salvifica di questo atto è sottolineata dal fatto che la morte di croce è la rivelazione dell’amore del Padre: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi” (1Gv 3,16). L’azione salvifica del buon Pastore è posta in rilievo dall’azione, con esito nefasto per le pecore, del salariato (meglio che “mercenario”). Non essendo pastore, a lui non sta a cuore delle pecore stesse e, all’avvicinarsi di una minaccia per il gregge, egli non espone se stesso al rischio della vita, ma fugge e abbandona le pecore al loro destino (vv. 12-13). Non si tratta di cercare dei personaggi storici in cui identificare sia il salariato (v. 12-13) che il lupo (v. 12), ma di cogliere nel comportamento del salariato il contrappunto negativo del comportamento del buon pastore e, nell’avvicinarsi del lupo, l’approssimarsi di una situazione di pericolo per il popolo. In particolare il verbo “disperdere” (v. 12) evoca il passato sventurato di Israele, la dispersione tra le genti, gli esili e le deportazioni subite. Se il salariato “abbandona” le pecore, Gesù invece, all’approssimarsi dell’ora cruciale della Passione, promette ai suoi che non li abbandonerà, che non li lascerà orfani (cf. Gv 14,18); se il salariato non impedisce che le pecore siano “rapite” (v. 12), il Pastore Gesù assicura che nessuno potrà “rapire” i suoi dalla sua mano, perché è il Padre stesso che gliele ha date, e lui e il Padre sono “uno” (cf. Gv 10,28-29). Se anche il gruppo dei discepoli sarà disperso nel momento critico dell’arresto e della passione di Gesù (cf. Mc 14,27; Mt 26,31: “Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”), il Risorto, come pastore in cerca delle sue pecore disperse, raggiungerà e ridarà unità ai discepoli e continuerà a guidarli camminando davanti a loro (cf. Mc 14,28; Mt 26,32: “Dopo che sarò risuscitato, vi precederò in Galilea”). Se il salariato non si sente legato alle pecore, invece Gesù sente come “suoi” i discepoli e per loro è disposto a deporre la vita. Il rapporto fra Pastore e pecore è espresso nei termini di conoscenza reciproca nei vv. 14-15: Gesù è buon pastore perché conosce le sue pecore e queste conoscono lui, così come lui conosce il Padre e il Padre conosce lui. Questa conoscenza implica un coinvolgimento personale, una comunione vissuta. Si tratta di una conoscenza dinamica che avviene all’interno di una relazione esistenziale. Anche la relazione di appartenenza, per cui Gesù parla dei “suoi”, nasce dalla conoscenza prioritaria di Gesù per le sue pecore, conoscenza che è amore. I discepoli, a loro volta, conoscono Gesù, e la loro conoscenza è frutto della “fede” in Gesù, fede che porta il credente a partecipare alla vita divina in Gesù e ad avere comunione con lui e con il Padre. Questo legame di alleanza che unisce Gesù ai suoi discepoli è basato sul saldo fondamento della conoscenza reciproca tra il Padre e il Figlio (v. 15). Il “come” del v. 15 ha valore fondativo, costitutivo. La conoscenza che unisce Gesù alle sue pecore è della stessa natura di quella che lo unisce a Dio. In questo modo, il discorso sul buon pastore acquisisce sempre maggiore densità teologica, distaccandosi progressivamente dal piano del riferimento storico per elevarsi al piano della rivelazione cristologica. E proprio il riferimento alla morte di Cristo spiega l’apertura universalistica del discorso nel v. 16. Gesù parla di “altre pecore, non appartenenti a questo recinto”, cioè al giudaismo, che egli deve guidare: si tratta dei credenti provenienti dalla gentilità. Uno degli effetti della morte di Cristo è il raduno dei figli di Dio dispersi, la creazione di un unico gregge formato da persone provenienti non solo dal giudaismo, ma anche da tutti i popoli: “Quando sarò innalzato da terra, io attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Quando, in Gv 10,16 si usano i verbi al futuro “ascolteranno” e “diventeranno”, è evidente che si intravede l’ingresso dei gentili nella chiesa, evento che si produrrà dopo la Pasqua. Gesù è dunque pastore universale: la narrazione del martirio di Policarpo parla di Gesù Cristo come “Pastore della chiesa universale sparsa su tutta la terra” (Martirio di Policarpo 19,2). È poi importante sottolineare che Gesù parla dell’unicità del Pastore, non dell’ovile, come erroneamente inteso in diversi manoscritti della traduzione latina di Gerolamo (et fiet unum ovile) suscitando, soprattutto in epoca rinascimentale, interpretazioni che vi individuavano indebitamente un riferimento alla sede petrina. Giustamente p. Ignace de la Potterie scrive: “Giovanni non avrebbe mai detto che Pietro era l’unico pastore!”. Inoltre il verbo usato da Giovanni nel v. 16 (“diventeranno”), suppone che tale unità e comunione sarà crescente e progressiva, fino ad aprirsi a una prospettiva escatologica. Non stupisce pertanto ciò che dice l’Apocalisse: “L’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro Pastore, e li guiderà alle sorgenti della vita” (Ap 7,17). L’evoluzione del discorso trova il suo compimento nei vv. 17-18, in cui non vi è più alcun accenno alle immagini pastorali, ma solo affermazioni teologiche sul rapporto tra il Padre e il Figlio, e sulla morte-resurrezione di Cristo descritta come evento con cui Cristo depone e poi riprende la propria vita. Gesù aveva già accennato alla propria morte come deposizione della vita, ma ora vi aggiunge l’accenno alla resurrezione con le parole sul riprendere la vita. Così l’intero discorso su Gesù buon pastore sfocia nella contemplazione del compimento dell’opera di salvezza. Che è anche la rivelazione massima dell’amore del Padre verso il Figlio e per tutti gli uomini. Croce e resurrezione sono il segno supremo dell’amore di Dio per gli uomini. Il compimento del piano di salvezza divino è l’adempimento del comandamento ricevuto dal Padre: un adempimento avvenuto in piena libertà, come sottolinea l’affermazione che Gesù ha il potere (exousía) di deporre la vita e il potere di riprenderla. Questo “potere”, che dice la sovrana libertà di Gesù, Gesù lo manifesta all’interno di un’assoluta obbedienza nei confronti del Padre: l’obbedienza libera perché nasce dall’amore ed è motivata dall’amore. La sua obbedienza amorosa nei confronti del Padre diviene donazione libera e amorosa della vita per gli uomini. Il mistero del Pastore si sintetizza nell’evento della salvezza che è mistero di amore.
Concludiamo la lettura del capitolo sesto di Giovanni e se, guardiamo bene il testo, possiamo dire che la poesia dell’inizio si trasforma sotto i nostri occhi in dramma della fine. Il finissimo gesto di compassione e di amore con cui il Signore Gesù prende l’iniziativa di condividere, al massimo delle possibilità, il poco pane disponibile, ci porta, dopo un lungo discorso – che in realtà è una vera e propria catechesi – verso quella domanda che, benevolmente evitata all’inizio, viene posta così radicalmente alla fine: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). È questa domanda che, ogni anno, la Liturgia sembra porre volutamente alla comunità dei credenti che rivivono, insieme ai neofiti, l’avventura della mistagogia proprio alla vigilia della domenica del “buon Pastore”. Se non sappiamo rispondere fino in fondo a questa domanda che il Signore pone «ai Dodici» e, attraverso di essi, alla Chiesa di ogni tempo e di ogni luogo, sarà quasi impossibile saper riconoscere la voce e metterci sui passi di Cristo Risorto. Rischia di essere quasi impossibile agire come le pecore fanno con il pastore di cui conoscono l’odore e di cui, alla fine, hanno addosso lo stesso odore, segno di una condivisione profonda e intima di un medesimo destino. La risposta di Simon Pietro, almeno per questa volta, è più che felice: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). Riconoscere in Gesù «il santo di Dio» significa non solo onorarlo con la propria fede, rinnovando la propria disponibilità a seguirlo, ma comporta un passo ulteriore. Ciò che è «santo» è ciò che, pur entrando in contatto e in comunione con noi, è sempre oltre noi stessi ed esige una coscienza di differenza radicale che fa la qualità della relazione unica, una relazione che l’Altissimo ci ha offerto in Cristo Gesù, che ha dato la sua vita per noi come un pezzo di pane che si lascia mangiare e metabolizzare per dare vita. Riconoscere nel mistero pasquale il Cristo, significato nel sacramento dell’Eucaristia, significa ritornare continuamente al fondamento della nostra intimità con Dio, che si radica in una differenza assoluta. Allora le immagini della prima lettura ci possono offrire un ulteriore aiuto per dare contenuto all’intuizione e alla confessione di Simon Pietro. È proprio l’apostolo Pietro che compie due miracoli ravvicinati, entrambi con il sapore di un invito pressante a rimettersi in piedi e a riprendere il cammino: c’è Enea che «da otto anni giaceva su una barella perché era paralitico» (At 9,33), e c’è Tabità che Pietro richiama dal sonno e dall’immobilità della morte, riportandola a onorare pienamente il significato del suo nome: «Gazzella» (9,36). In realtà la vera Gazzella, che ci precede continuamente e ci chiede di stare al suo passo camminando alacremente nelle vie della santità, è Cristo Signore. Per questo lo riconosciamo con Pietro «il Santo di Dio» e ci rimettiamo alla sua sequela quasi volando, perché sappiamo che egli sempre ci precederà senza mai seminarci.
La nota con cui si conclude il testo del Vangelo che leggiamo nella Liturgia di oggi evoca le «cose» che il Signore Gesù avrebbe detto insegnando «nella sinagoga a Cafarnao» (Gv 6,59). Le parole che il Signore ci dona, in realtà, sono ben più che delle parole, esse – infatti – ci trasmettono la vita e la tengono continuamente viva dentro di noi perché possa crescere e raggiungere la sua pienezza. Allora possiamo veramente dire che il pane moltiplicato per la folla è segno di quella vita donata. Il Signore Gesù spinge le immagini ancora più lontano e, per certi aspetti, persino troppo lontano: «se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (Gv 6,53). La domanda si pone in modo del tutto naturale e, per molti versi, si fa necessaria: “Di quale vita si tratta?”. La risposta del Signore Gesù sembra persino anticipare la questione: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda» (6,54-55). Non è difficile immaginare l’imbarazzo e la fatica degli ascoltatori di Gesù davanti a immagini così forti, che risvegliano tutta una serie di attenzioni e di preoccupazioni rituali e spirituali che hanno a che fare con le carni macellate e, soprattutto, rapportate con il sangue, non solo degli animali, ma anche con quello degli umani. Una serie di tabù che, in realtà, custodisce il mistero della vita ed evita che si attenti alla sua sacralità. Eppure, sembra che il Signore Gesù voglia condurre i suoi ascoltatori proprio sulla soglia di questa comprensione forte del mistero di una vita donata e condivisa, con una radicalità e una generosità tali da abbattere ogni schema religioso di auto-protezione, per trasformarlo in un invito al rischio del dono. Il segreto di tutto ciò risiede e si radica nella stessa vita di Dio: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me» (Gv 6,57). Attraverso queste parole, che il Signore Gesù pronuncia nella sinagoga di Cafarnao, possiamo capire meglio che cosa realmente sia avvenuto a Saulo «mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco» (At 9,3). C’è qualcosa che stravolge completamente e definitivamente il modo di sentire, di vivere e di imporre la relazione con Dio. Mentre Saulo si reca a Damasco per imprigionare i discepoli del Signore Gesù, è avvolto da «una luce» che lo obbliga a cambiare completamente il suo modo di vedere e di giudicare. Una luce che lo rende prima di tutto cieco, per poi riaprire gli occhi del suo cuore ricominciando tutto daccapo. Lo stesso Signore narra, al timoroso Anania, che cosa è avvenuto nel cuore del temuto persecutore: «ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire a imporgli le mani perché recuperasse la vista» (At 9,12). Il passaggio di Saulo, che come tutti i farisei hanno una grande devozione per gli angeli e si fanno scrupolo di difendere i diritti di Dio anche a costo della vita propria e altrui, è una sorta di conversione all’«uomo». Ciò che sigilla la trasformazione del cuore di Saulo è quell’uomo che gli viene incontro come fratello e gli apre una nuova via di comprensione del mistero stesso di Dio, su cui l’apostolo rifletterà per il resto della sua vita. Servire Dio trasformando la nostra relazione con Lui in carne e sangue, in una vita vera e piena, una vita che sa riceversi con gratitudine e ridonarsi con generosità. Tutto cambia: invece di essere noi a offrire a Dio qualcosa, è Lui che si offre a noi e ci mostra così la «Via» (At 9,2) per fare altrettanto.
La parola del Signore rivolta alla folla che ha appena sfamato è la chiave per entrare nella comprensione profonda di quanto avviene su quella strada che «va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza» (At 8,26). Quella strada è caratterizzata da una nota inconfondibile: «è deserta»! Nel Vangelo, il Signore Gesù ci ricorda quello che può essere considerato una sorta di principio fondamentale della nostra relazione con Dio: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,44). Come il Signore Gesù ha nutrito la folla e l’ha resa capace non solo di mangiare, ma anche di parlare e di interagire, così Filippo è invitato dal Signore a farsi carico di questo eunuco che sembra specchiarsi nel servo sofferente, di cui si parla nel racconto che sta leggendo mentre torna a casa. Il primo passo necessario perché l’eunuco possa ricevere consolazione e conforto è legato alla disponibilità di Filippo di farsi mediazione di salvezza: «Va’ avanti e accostati a quel carro» (At 8,29). L’evangelizzazione, nel senso più pieno del termine, di questo funzionario regale comincia, ancora una volta, con un primo passo che viene fatto da Filippo su ispirazione dello Spirito. Si tratta di prevenire i fratelli che camminano sulle strade della vita tanto da diventare, prima di tutto, loro compagni di viaggio e, solo dopo, persino loro guide. Così la domanda posta da Filippo rende possibile un’altra domanda che viene avanzata dall’eunuco: «E come potrei capire se nessuno mi guida?» (At 8,31). Il testo degli Atti ci dice che «Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù» (At 8,35). Si potrebbe dire che non è possibile annunciare il mistero di Gesù – e condividere la liberazione che ci viene dal suo Vangelo – se non si è capaci di prendere spunto dalla vita e, in particolare, se non si sa partire dalla sofferenza reale che attraversa il vissuto di ciascuno. Il «carro» su cui Filippo deve salire è, certamente, la vita di questo funzionario regale, che però è – prima di tutto – un «eunuco» conquistato da un passo del profeta il quale, non certo per caso, parla di «umiliazione» (8,33). Solo quando la sofferenza sarà stata assunta e redenta nel mistero di Cristo Signore, allora si potrà «fermare il carro» (8,38) e scendere insieme nell’acqua per vivere l’esperienza del battesimo. È questo il modo per salire – ormai – sull’unico carro che può condurre verso gli spazi più ampi della vita, quella vita che è lo stesso mistero di Cristo. Egli è «il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia» (Gv 6,50) e possa risalire verso un di più di vita… come una pianta «recisa dalla terra» (At 8,13) che, al primo sole – e dopo le prime piogge – non solo germina di nuovo, ma è persino più forte e più bella. Vi è pure un’altra domanda che rimane aperta e che apre la generosa condivisione del dono della salvezza e della vita: «che cosa impedisce che io sia battezzato?» (At 8,37). La questione si porrà altre due volte (At 10, 47; 11, 17) a motivo della circoncisione, ritenuta essenziale per entrare nella vita del popolo di Dio. La parola profetica continua a far sognare e a far camminare: «E tutti saranno istruiti da Dio» (Gv 6,45). Sul carro regale di Cristo Risorto che è il talamo della sua croce… c’è posto per tutti… per tutto!
La prima lettura ci mette di fronte, per la prima volta in modo così intenso, non solo al dramma della persecuzione, ma anche a quella che potremmo definire la grazia della persecuzione. La morte di Stefano rappresenta, nella storia della Chiesa, a partire da ciò che è stato vissuto dalla prima comunità cristiana, un momento importantissimo: ai discepoli è riservata la stessa sorte del loro maestro e questo invece di indebolire non fa che rafforzare ulteriormente la loro testimonianza e il loro entusiasmo. Se le prime parole evocano la «violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme» (At 8,1), le ultime parole sono invece: «E vi fu grande gioia in quella città» (At 8,8). Tra la persecuzione e la gioia. Forse sarebbe meglio dire che la gioia è frutto della persecuzione nella misura in cui si sa accogliere il mistero della dispersione, che diventa una sorta di necessità e quasi condizione per l’ampliarsi dell’evangelizzazione: «Quelli però che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola» (8,4). Il vento della Pentecoste sembra che continui a spazzare il cielo della storia attraverso il vento della persecuzione che permette comunque, in un modo o nell’altro, che il polline del Vangelo fecondi i fiori della nostra umanità, sempre più lontano e sempre più in alto, diventando promessa di un raccolto più che abbondante. Il Signore Gesù si fa nutrimento della nostra gioia e della nostra pienezza di vita: «E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno» (Gv 6,39). Il destino di risurrezione è il desiderio del Padre per ciascuno dei suoi figli, pertanto questa risurrezione non è rimandata in un lontano futuro, ma è l’esperienza di una relazione con Cristo Signore che ci fa partecipi della stessa vita divina. Sembra che il Signore Gesù abbia bisogno di ribadirlo: «Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,40). La salvezza si riceve da un altro come un sorriso, perché radica nella stessa vita della Trinità e sgorga dalla stessa intimità divina: è relazione, dialogo, condivisione, comunione allo stesso pane, fraternità che nasce e si rafforza nella condivisione dei propri bisogni e delle proprie necessità. Essere salvati ed essere inondati di gioia è semplice come un “buongiorno” o un “ciao” pieno di allegra tenerezza. La gioia pasquale è come il lievito impastato con la nostra vita quotidiana e persino banale, perché la nostra esistenza sia contrassegnata da una libertà capace di dilatare gli spazi della comunione e della condivisione. La gioia è più che un sentimento, è il frutto di un lungo lavoro su se stessi il quale comincia sempre con l’aratro di una volontà che sa sarchiare la terra del cuore per fare spazio a solchi capaci di accogliere e custodire il seme del Vangelo come premessa necessaria per il raccolto di una carità sempre più ampia e autentica. Gioia non è che il volto di un amore sempre più dato, persino nella persecuzione dell’incomprensione o del rifiuto.
La domanda che la folla rivolge al Signore Gesù rivela come la gente avverta la necessità della sua presenza: «Rabbì, quando sei venuto qua?» (Gv 6,25). Quando poniamo a qualcuno domande di questo tipo non facciamo che manifestare – tra le righe del nostro discorso – quanto abbiamo bisogno di questa presenza per vivere meglio, per sentirci più vivi e per avvertire quel conforto di cui abbiamo bisogno. Quello che avviene dopo la moltiplicazione e la condivisione dei pani e dei pesci è una sorta di inseguimento, tanto che «Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù». Questa ricerca non è assolutamente vana perché «Lo trovarono al di là del mare» (6,24-25). Questo rincorrersi un po’ ci stupisce… sia da parte della folla, sia da parte del Signore Gesù che sembra giocare a nascondino. Il motivo di tutto questo movimento può essere colto come un simbolo della preoccupazione, da parte del Signore, che la gente sfamata con i pani e i pesci, tanto da essere rinfrancata e rafforzata da questo cibo, non si accomodi ma, al contrario, si metta in cammino; non si fermi nella sua ricerca, ma la porti avanti con passione e decisione. Il nome con cui la gente indica il Signore è «Rabbì»! E il Signore come maestro si fa seguire fino a farsi inseguire, per obbligare ciascuno a fare un lungo e necessario percorso per verificare se e fino a che punto questa ricerca e questa devozione discepolare siano autentiche. Alla fine di questo lungo capitolo, il risultato più significativo sarà proprio la constatazione che, se tutti hanno mangiato, non tutti si aprono alla fede sapendone assumere tutte le esigenze connesse. Nel gran movimento di barche – tra gente che salpa e gente che approda – si inserisce la parola esigente del Signore: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati». Questo ha una conseguenza assai chiara, che fa la differenza: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6,26-27). Potremmo tradurre tutto questo come una provocazione da parte del Signore: “se mi volete come rabbì, dovete imparare a essere docili e non semplicemente grati”. La figura di «Stefano, pieno di grazia e di potenza» (At 6,8) diventa così icona del discepolo autentico che si fa in tutto conforme, non solo agli insegnamenti del maestro, ma soprattutto al suo stile e al suo modello di vita. Il segno di questa intima docilità, che si fa conformazione nella vita e nella morte, è la condivisione della stessa sorte che crea lo stesso atteggiamento di rifiuto: «Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio» (6,11). In realtà, Stefano non ha mai detto – come del resto il suo Signore e Maestro – nessuna parola blasfema, ma ha messo in crisi quel sistema di controllo e di potere che è l’unica vera blasfemia, perché è il risultato dell’idolatria di se stessi.
Nella terza domenica del tempo pasquale noi contempliamo l’apparizione del Risorto ai discepoli riuniti a Gerusalemme, contempliamo il suo farsi presente in mezzo a loro per donare loro la sua pace. Quella pace che nasce solo dalla coscienza della sua presenza. Credere il Risorto è crederne ed esperimentarne la presenza. Sì, questa è la fede cristiana, questa è la fede pasquale: credere la presenza del Signore. Il testo evangelico si apre riportando la conclusione dell’episodio dei due discepoli di Emmaus che, incontrato Gesù e riconosciutolo come Risorto dopo che aveva spezzato il pane e spiegato le Scritture, ritornano a Gerusalemme dove trovano riuniti “i Dodici e gli altri che erano con loro” (Lc 24,33) che annunciavano il Cristo risorto. Luca suggerisce che è la comunità il luogo dove si conosce e celebra la resurrezione, ma se i due di Emmaus sono solo destinatari e ascoltatori di questo annuncio (“Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”: Lc 24,34), essi possono riunirsi attivamente al gruppo mediante il racconto di ciò che hanno vissuto: “Essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Lc 24,35). Questo è il versetto con cui inizia la pericope odierna. La fede pasquale è annunciata con il kerygma, ma anche narrata con la diéghesis: annuncio e racconto, kerygma e diéghesis sono le due forme con cui il credente dà ragione del suo incontro con il Risorto e lo incontra realmente. Anche lo smarrimento, la de-vocazione, la confusione in cui sono caduti i due discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), anche la loro perdita di speranza, la loro disillusione vengono ora recuperati mediante la narrazione che ha al suo cuore ciò che è accaduto lungo la via, ovvero la venuta inopinata ma realissima del Signore. Ed è proprio mentre i due discepoli stanno narrando la loro vicenda che Gesù in persona stette in mezzo a loro. Il Cristo si fa presente nell’annuncio ma anche nel racconto. Quasi a dire una valenza sacramentale della narrazione, capace di rendere presente il Signore stesso e di rendere partecipi dell’evento narrato coloro che ascoltano la narrazione. Eppure, tutti quanti i presenti non accedono alla fede nel Risorto. Tanto coloro che già annunciavano la resurrezione tanto quelli che l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane non credono alla sua presenza. Come ogni comunità cristiana, anche quella dei Dodici unisce proclamazione di fede e dubbio, gioia pasquale e non fede. Addirittura Luca scrive che “per la gioia non credevano” (Lc 24,41). Non basta neppure che Gesù sia visto, ascoltato, toccato e che mangi davanti a loro perché i discepoli giungano alla fede: occorrerà ancora l’apertura della loro mente all’intelligenza delle Scritture. Senza le Scritture non si dà fede pasquale. Non è sufficiente toccare il corpo del Risorto: Cristo deve essere incontrato nel corpo scritturistico e allora nasce la fede pasquale che lo confessa quale realizzatore del disegno di salvezza del Padre. Scrive Ugo di san Vittore: “La parola di Dio rivestita di carne umana è apparsa una sola volta in modo visibile e ora questa medesima Parola viene a noi nascosta nella pagina scritturistica e nella voce umana che la proclama”. Ed ecco che ancora una volta Gesù condivide con i suoi discepoli il cibo e poi apre la loro mente alla comprensione delle Scritture svegliando anche la loro memoria: “Sono queste le parole che vi dissi quando ancora ero con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44). L’intero ultimo capitolo del terzo vangelo è centrato sull’affermazione dell’importanza centrale delle Scritture per accedere alla fede pasquale. Occorre ricordare le Scritture (Lc 24,6.8), credere alle Scritture (Lc 24,25), comprendere le Scritture (Lc 24,45). Se poi le Scritture si sintetizzano nel mistero pasquale e tale mistero è il compimento delle Scritture, in verità anche la missione e la predicazione della chiesa sono vitalmente innestate nella testimonianza delle Scritture, nel Primo Testamento: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme” (Lc 24,46-47). Fondata sull’evento pasquale, la chiesa trova nelle Scritture, nell’Antico Testamento, la testimonianza e la profezia di quell’evento e anche del suo stesso essere. “Di questo voi siete testimoni”: di questo e non di altro, si potrebbe aggiungere. Gesù afferma che il compimento delle Scritture è il suo corpo crocifisso e risorto. E così, sia la sua parola che il suo corpo indicano al credente la via dell’intelligenza al mistero pasquale di Cristo. L’apertura che Gesù attua è apertura della mente (Lc 24,45), del cuore (At 16,14), degli occhi (Lc 24,31) perché il mistero pasquale è mistero dell’amore che vince la morte e conduce l’uomo ad amare con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze, con tutta la propria persona. La Scrittura illumina il corpo di Cristo e questo illumina il corpo del credente e della comunità cristiana rendendoli capaci di amore. Quell’amore che si manifesta come coraggio di conversione, di cambiamento e come accoglienza della remissione dei peccati e perdono reciproco. Di questo voi siete testimoni: la parola è rivolta a noi. È il nostro compito. Ma essere testimoni del Risorto significa anche essere testimoni delle Scritture. Il termine mártys (testimone) proviene da una radice che significa “pensare”, “ricordarsi”, “essere preoccupato”. Il testimone è anzitutto colui che medita e ricorda la Scrittura che parla di Cristo (“le cose scritte su di me nella Legge…”: Lc 24,44). Da lì nasce la missione come connotata da richiesta di conversione e annuncio della misericordia di Dio e della remissione dei peccati (cf. Lc 24,47). Ma si tratta di una testimonianza che la chiesa può dare solo se animata da “quello che il Padre mio ha promesso” (Lc 24,49), cioè lo Spirito santo. È una testimonianza il cui soggetto è lo Spirito santo attraverso e nella chiesa. Così la Scrittura e lo Spirito santo, nella loro reciprocità, radicano la chiesa nell’evento pasquale e ne vivificano la testimonianza e l’annuncio rinnovandolo sempre nella storia e nel tempo. Ma forse il testo evangelico ci suggerisce anche altro. Il Risorto che si fa presente in mezzo ai discepoli non si fa riconoscere dal volto, ma dalle mani e dai piedi, cioè dagli arti trafitti nella crocifissione. Gli arti che portano i segni dei chiodi. Il Risorto mostra la carne umana ferita, che è stata oggetto di violenza e di ingiustizia. Questo è ciò che l’incarnazione ha dato a Dio: l’umana esperienza della sofferenza, dell’essere vittima, della morte. In Cristo, Dio ha fatto esperienza dell’uomo nella sofferenza fino alla morte e alla morte di croce. Ormai il Cristo va toccato, va cercato a tastoni nella carne umana posta sotto il segno molteplice e multiforme del male, della sofferenza, dell’essere vittima. Il volto del risorto va ormai riconosciuto nei volti dei tanti poveri, oppressi, perseguitati, sofferenti e vittime della storia. Ecco quando il Cristo non è più uno spirito (“Un fantasma – lett. spirito, pneûma, spiritus – non ha carne e ossa, come vedete che io ho”: Lc 24,39), quando il cristianesimo non è un’alienazione, una fuga spiritualistica, proprio quando prende sul serio e assume il dolore del mondo, il male dell’uomo, la sofferenza, l’ingiustizia che attraversa la storia e devasta le vite. Ma proprio allora il credente scopre che la sua ricerca è anch’essa a tastoni, come quella del non-credente, come quella delle genti che “cercano Dio a tastoni”. Al paradosso del Crocifisso-Risorto che ha arricchito la vita di Dio con la povertà, la sofferenza, le piaghe dell’uomo, deve rispondere il paradosso del cristiano che fa esperienza di Dio nell’incontro con il sofferente, nel volto del disperato, della vittima dell’ingiustizia. Ecco il paradosso che il vangelo odierno chiede al credente: confessare il Risorto, credere il Dio che salva, il Dio della vita, mentre vediamo e tocchiamo la carne sofferente, piagata e umiliata dell’uomo. Anche la fede, a quel punto, è ricerca a tastoni, e l’esperienza pasquale non è luce abbagliante che sconfigge le tenebre, ma spiraglio luminoso in un continuum di oscurità, è esperienza di tenebra che non riesce a sconfiggere la luce, è alternanza di luce e tenebra. A quel punto, la fede è domanda più che risposta, non è arrogante certezza, ma ricerca umile, segnata dall’enigma, traversata da un perché insolubile, eco del perché? rivolto a Dio dal Crocifisso. E proprio quando si prendono sul serio e si pongono al centro della propria vita non le preoccupazioni per sé, ma le sofferenze di Dio nel mondo, può nascere anche la testimonianza cristiana. La paradossale testimonianza del Risorto il cui corpo è piagato e ferito. Il corpo del Risorto può essere incontrato nei corpi dei sofferenti che sono accanto a noi. È il sano materialismo cristiano.