La prima lettura di questa mattina ci presenta il celebre passo degli Atti degli Apostoli in cui si ricorda l’istituzione dei primi sette diaconi della chiesa di Gerusalemme, verrebbe da chiedersi come sia stato possibile, per il gruppo dei Dodici, maturare un discernimento così chiaro e coeso appena dopo la Pentecoste: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense» (At 6,2). Attraverso quale itinerario gli apostoli sono giunti a nutrire una tale fiducia nella parola del Signore da ritenere il necessario servizio alle mense come un’attività concorrenziale alla responsabilità di coltivare la memoria e l’approfondimento della parola del Signore? Una prima risposta, offerta dal racconto stesso, è la descrizione di una situazione di difficoltà vissuta dalla comunità dei credenti, dove alcuni si sentivano messi da parte nei loro bisogni: «In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove» (6,1). Spesso le situazioni in cui qualcuno soffre e segnala un disagio possono diventare occasione per un approfondimento e per un discernimento tra priorità e urgenze, con cui sempre occorre misurarsi. Anche sulla barca dove i discepoli, senza Gesù, sono diretti «verso l’altra riva del mare», si scatena nel cuore della notte un improvviso maremoto: «Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento» (Gv 6,17-18). La precisazione temporale con cui l’evangelista fa riferimento all’ora notturna è resa in alcuni manoscritti antichi con un’espressione ancora più incisiva: «E la tenebra li aveva afferrati» (6,17). Se pensiamo a quanto è appena accaduto sulle sponde del lago, con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, l’entusiasmo della folla e la fuga di Gesù sul monte quando si accorge che vogliono farlo re, appare comprensibile questa sottolineatura delle tenebre come un avvenimento non solo di ordine naturale, ma anche riconducibile al cuore dei discepoli. È dentro di loro che, dopo lo sconcertante finale del segno dei pani e dei pesci, si è fatta una certa tenebra nei confronti di Gesù, il cui comportamento deve essere parso a tutti certamente incomprensibile. Infatti, non appena Gesù si avvicina a loro camminando sul mare, essi «ebbero paura» (6,19), credendo di vedere un fantasma, come annotano i vangeli sinottici (cf. Mt 14,26; Mc 6,49; Lc 24,37). Finché si ha paura è impossibile riconoscere nel Signore che ci viene incontro una possibilità per dilatare gli spazi della nostra umanità e della comunione con gli altri. Fino a quando è la paura a dominare nel cuore, non si riescono a trovare nuove soluzioni a inediti problemi, come invece riescono a fare gli apostoli riflettendo e pregando insieme: «Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico» (At 6,3). Non può che essere sempre un’apertura verso l’altro la strada attraverso cui superiamo le notti del timore e della solitudine, dopo che il Signore Gesù ha mostrato con la sua vita, morte e risurrezione che le tenebre non possono più afferrare il nostro cuore fino in fondo (cf. Gv 1,5). Il dettaglio curioso, ma assai significativo, del fatto che ai discepoli è sufficiente voler prendere Gesù sulla barca, per sperimentare un’improvvisa accelerazione del loro viaggio, è una preziosa indicazione per vivere il tempo pasquale: «e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti» (6,21). Dedicarsi con assiduità alla meditazione della parola del Signore è il grande desiderio da tenere acceso per poter diventare testimoni convincenti di quel mistero pasquale che molti fratelli e sorelle attendono di conoscere e sperimentare: «E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede» (At 6,7).
Dopo una nervosa discussione nel Sinedrio per mettere a tacere gli apostoli, il lungo intervento di Gamaliele sortisce l’effetto di attenersi al suo saggio «parere» (At 5,39). Questo saggio maestro ebbe il privilegio di educare l’ardente Saulo, seminando nel suo cuore non solo la radicalità della devozione secondo la tradizione dei padri, ma pure una segreta apertura da cui è passato il lievito del Vangelo di Cristo, che ha reso il suo insegnamento un nutrimento sostanzioso per generazioni di credenti. La saggezza di Gamaliele nasce da un cuore capace di leggere con onestà e lealtà la realtà senza illudersi di poter piegare il corso della storia alle proprie visioni, né tantomeno di dirigerlo attraverso le proprie paure: «Se infatti questo piano o quest’opera fosse di origine umana verrebbe distrutta; ma se viene da Dio non riuscirete a distruggerli. Non vi accada di trovarvi addirittura a combattere contro Dio!» (At 5,38-39). Gamaliele è un uomo «stimato da tutto il popolo» (5,34) che oggi diremmo essere un vero pastore, che non approfitta della sua posizione, ma rimane un autentico discepolo che si lascia interrogare dalla storia e si lascia sorprendere dal «piano» di Dio, che raramente segue i nostri tempi e i nostri modi. Gamaliele è un rabbino che non è caduto nella trappola del “clericalismo” che, come ebbe a dire papa Francesco all’inizio del suo ministero, rischia di essere «untuoso e presuntuoso» (Messa Crismale del 2014). Il Signore Gesù, della cui parola e dei cui gesti gli apostoli si fanno continuazione e attuazione nella storia, potremmo dire essere della “scuola di Gamaliele”. Il lungo capitolo sesto di Giovanni, in cui il Cristo definisce se stesso come «pane», comincia con una nota e con una domanda. La prima nota riguarda il suo sguardo, che si rivela attento e decentrato da se stesso: «vide che una grande folla veniva da lui» (Gv 6,5). Questo sguardo di attenzione, che i sinottici identificano con la «compassione» (Mc 6,34), si fa interrogazione: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (Gv 6,5). Questo duplice movimento di constatazione e di interrogazione è l’anima stessa della vita della Chiesa, fondata sulla logica eucaristica che il Signore ci propone in questo capitolo giovanneo che leggiamo ogni anno durante il tempo pasquale. La comunità dei discepoli del Signore vive la sua relazione con il Maestro come un luogo di passaggio della compassione che va da Cristo a tutti coloro che hanno bisogno di attenzione e di cura. Ogni giorno la Chiesa è chiamata a rinascere attraverso la celebrazione dell’Eucaristia a questa sua vocazione fondamentale e fondante, che dal sacramento continuamente passa all’esistenza di tutti. Vi è una terza nota che non va sottovalutata, per evitare che l’Eucaristia perda il suo senso più profondo: «Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo» (Gv 6,15). Non c’è nessuna possibilità di guadagno, ma solo di perdita. Non sarà mai “re” come si aspetta la gente… come noi stessi ci aspetteremmo e desidereremmo (1Sam 8,20). Quel «ragazzo» (Gv 6,9) di cui Andrea parla al Signore Gesù è l’unico che si trova già nel piano di Dio e che invece di esprimere un «parere» (At 5,39) compie un gesto che crea uno stile… lo stile eucaristico, lo stile evangelico.
Nel dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo risplende una luce particolare attraverso una parola che non solo ci interroga, come l’intero discorso fatto dal Signore al suo interlocutore, ma pure ci chiede di aprire gli occhi su un modo di essere di Dio che forma il nostro stesso modo di pensare e di agire. Di tutto ciò si fa interprete lo stesso Giovanni Battista, che sembra continuare e confermare quanto il Signore ha appena annunciato a Nicodemo: «Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero» (Gv 3,33). Potremmo dire che il fondamento della verità divina è ciò che viene detto solennemente subito dopo: «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3,35). Si tratta non di una verità dogmatica, ma di una verità di relazione che si attua in un dono continuo e assoluto che diventa il fondamento stesso di ogni obbedienza che sia secondo il Vangelo. Alla luce di questa rivelazione della stessa vita intima di Dio, possiamo comprendere il senso profondo della reazione degli apostoli alle ingiunzioni del Sinedrio: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini» (At 5,29). Questa parola degli Apostoli potrebbe essere intesa così: “Bisogna obbedire come Dio!”. Se contempliamo in modo attento il mistero della vita intima di Dio, ci rendiamo conto che a presiedere la vita divina è un gioco infinito di dono: «Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito» (Gv 3,34). A questa logica di comunicazione non solo continua, ma pure assoluta, si oppone l’ingiunzione e la lamentela del Sinedrio: «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo» (At 5,29). In questo, l’atteggiamento del Sinedrio non è affatto «veritiero» (Gv 3,33) perché si sottrae al confronto leale e aperto con la storia, preferendo la via dell’oblio e dell’occultamento. Diverso è il cammino di testimonianza dei discepoli del Risorto, chiamati continuamente a lasciarsi rischiarare dalla luce di una relazione che “fa verità” nella e sulla propria vita, e per questo è capace di ordinare ogni cosa e ogni relazione perché sia manifestazione ed espressione di una relazione più profonda ed essenziale. La verità non è un concetto astratto che rischia di diventare persino un’arma contro gli altri, ma è un atteggiamento di obbedienza alla vita che ha bisogno di una crescente e sempre più matura capacità di mettersi in ascolto con ambedue le orecchie del cuore e dell’anima: una tesa verso l’altro della relazione con Dio e l’altra ricettiva di tutto ciò che ci raggiunge e ci interpella attraverso le esigenze dei nostri compagni di cammino. La «conversione e perdono dei peccati» (At 3,31) si invera in un atteggiamento di ascolto e di obbedienza non servile, ma creativo e inventivo, che non può certo entusiasmare quanti fondano le loro relazioni di potere sulla paura:«All’udire queste cose essi si infuriarono e volevano metterli a morte» (At 3,33).
Due personaggi dominano la scena della Parola offerta quest’oggi. Continua il dialogo notturno con Nicodemo, ma viene evocato pure un discepolo che si rivela capace di entrare a pié pari nelle esigenze del Vangelo: «Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa “figlio dell’esortazione”» (At 4,36). Questo discepolo era «padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli» (4, 37). La vita di quest’uomo è un’esortazione e una consolazione viventi, poiché rivela come si può entrare senza troppa fatica nella logica di una comunione che porta, in modo del tutto naturale, a mettere in comune i propri beni, le proprie energie, le proprie doti. Nella memoria della Chiesa l’apostolo Barnaba, cui verrà riservato sempre questo titolo speciale assieme al solo Paolo e a Mattia aggregato ufficialmente al gruppo dei Dodici, conserva un carattere di esortazione unico. Sin dal suo primo apparire sulla scena e fino al suo ritirarsi discretamente davanti alla veemenza di Paolo, è una viva esortazione non solo a professare la fede in Cristo, ma ad assumere il suo stile fraterno e capace di cedere il passo, purché il Vangelo sia predicato. Potremmo così dire che Giuseppe-Barnaba non si accontenta di deporre ai piedi degli apostoli il ricavato dalla vendita del suo campo, ma con questo gesto dimostra di essere entrato pienamente nella via del Vangelo, tralasciando di occuparsi di se stesso e mettendo la sua vita a servizio, fino a sapersi rendere non solo utile, ma persino inutile. In quest’uomo, divenuto credente e discepolo, possiamo trovare una realizzazione esistenziale di ciò cui il Signore Gesù esorta il rabbì Nicodemo: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto» (Gv 3,7). Il dialogo tra Gesù e Nicodemo continua, ma sembra arenarsi proprio davanti al mistero pasquale, che esige una rinuncia totale a se stessi: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo». Pertanto non basta, l’insegnamento e l’esortazione continuano: «perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (3,14-15). Credere non può risolversi in una discussione accademica, per quanto possa essere sincera, ma esige l’accettazione di essere a propria volta nelle mani degli altri e non perché costretti, bensì perché liberamente e consapevolmente consegnati. Così la comunità dei credenti testimonia non solo con la «grande forza» dell’annuncio, ma pure – e soprattutto – con la testimonianza di una vita completamente rigenerata dalla risurrezione del Signore, che conferisce ai discepoli la semplicità e il coraggio di esporre la propria vita. Proprio come il «vento» che «soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,8). L’esempio di Nicodemo ci aiuta a non temere di interrogare e di scrutare. L’esempio luminoso di Giuseppe-Barnaba è una viva esortazione a non accontentarci della contemplazione o della glorificazione della croce, ma di trasformarla in vita.
Dopo la grande notte di Pasqua, il nostro cammino di fede come discepoli del Signore risorto non ricomincia solo dai privilegi del giorno, quel «giorno eterno» della vita nuova dove la luce ha ormai strappato il posto e il fascino all’oscurità. Il simbolo della notte — con l’intimità e il silenzio che la contraddistinguono — è assunto dalla liturgia come contesto in cui il desiderio e l’attesa dello Spirito hanno bisogno di maturare. In questa cornice crepuscolare, è la figura di Nicodemo a prenderci per mano e ad accompagnare il nostro anelito interiore a superare ogni paura di avventurarsi nell’incontro con il mistero di Cristo. L’elogio, sincero eppure ancora incerto, del maestro di Israele, riceve una solenne annunciazione capace di orientare anche il cammino di chi è già rinato dalle acque battesimali: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3). La risposta di Gesù alla domanda di Nicodemo contiene non pochi elementi di oscurità. Se la necessità di una (ri)nascita può risultare familiare al nostro bisogno di cambiamento e al più profondo desiderio di un rinnovamento di vita, appare piuttosto difficile capire cosa e dove sia questa posizione elevata da cui è necessario compiere una nuova nascita. L’obiezione di Nicodemo, del resto, è più che ragionevole, perché esprime quella rassegnazione che tutti conosciamo bene quando si tratta di nutrire fiducia nella possibilità di reali incrementi di vita, per noi e per gli altri: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» (Gv 3,4). La vecchiaia, avvertita come il principale impedimento a una possibile rinascita, non è solo un dato anagrafico, ma piuttosto la cifra simbolica di un assestamento del modo di vivere che diventa, col passare del tempo, sempre più refrattario all’insorgere di novità e cambiamenti. Tutti sperimentiamo quanto diminuisca, con l’avanzare degli anni e delle stagioni, la capacità di adattarsi, modificarsi e spostarsi. Soprattutto quanto appaia ai nostri occhi «impossibile» cambiare con le nostre forze la traiettoria di alcuni (nostri) passi ormai così meccanici e collaudati. La tentazione più ricorrente è sempre quella di ripensare — con illusione e nostalgia — a tutti quei grembi materni (situazioni, eventi, persone) che hanno saputo generare in noi momenti o sentieri di felicità. Il nostro tentativo di tornare indietro, tuttavia, si scontra con il dinamismo della vita che sempre necessita di ritrovare uno sguardo alto e altro per poter procedere in avanti, nell’unica direzione consentita dal Signore della storia. Proprio in questa direzione sembra andare la preghiera dei discepoli, non rassegnata a ricordare solo le meraviglie del passato (cf. At 4,24-28), ma pronta a celebrare anche i prodigi che il Signore sempre e ancora può compiere: «E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola, stendendo la tua mano affinché si compiano guarigioni, segni e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù» (At 4,29-30). Se desideriamo che la novità della Pasqua metta un po’ a soqquadro anche la nostra casa, non è più tempo di pensare a qualche espediente per rabberciare i contorni sfilacciati del nostro tessuto di vita. Rinnovare profondamente quello che siamo — rinascere dall’alto — non è l’impossibile aggiustamento che siamo condannati a non riuscire mai a fare fino in fondo. È, invece, il frutto dello Spirito e della Pasqua che Dio vuol far germogliare in noi, nella misura in cui permettiamo alla sua forza d’amore di agitare tutto il nostro essere in vista di una nuova esperienza di vita. Come foglie agitate e sconvolte dal vento, pronte ad accogliere l’insorgere di una stagione assolutamente nuova: «Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e furono colmati di Spirito Santo» (At 4,31).
La seconda domenica di Pasqua ci pone ancora di fronte all’annuncio pasquale: “Cristo è risorto”. Ma ci presenta anche il riflesso che questo annuncio provoca nella comunità cristiana. Il vangelo odierno ci presenta, se così possiamo dire, la dimensione comunitaria della resurrezione, la resurrezione di un gruppo di discepoli, dunque la resurrezione come vissuto, come esperienza. Noi siamo abituati a pensare la resurrezione come evento escatologico, post-mortem ben più che come esperienza qui e ora, e a pensarla come evento individuale, personale, non comunitario. Ma la fede nella resurrezione di Gesù chiede un inveramento nella comunità, e chiede di divenire esperienza qui e ora, nell’oggi. In effetti, nel vangelo la situazione di morte è comunitaria e riguarda il gruppo dei discepoli. E morte, in questo caso, significa smarrimento, paralisi, non saper cosa fare, paura, privazione del passato e assenza di futuro. Privazione del passato perché Gesù, il Signore che ha riunito e guidato la comunità, non c’è più; privazione del futuro perché il Signore, che con la sua parola ha aperto prospettive, indicato cammini da percorrere, attese da vivere e mete da perseguire, non c’è più. Lo sradicamento temporale porta alla chiusura, al restringimento degli orizzonti, al ripiegamento su di sé. Occorre ritrovare un respiro, un soffio, l’unico soffio del Signore, quel soffio che è lo Spirito del Signore che può segnare l’unica continuità possibile con il Signore che non c’è più. Quello Spirito che è il grande fondamento della vita comunitaria. Occorre infatti ricostruire i legami e i rapporti sfilacciati del corpo comunitario, ferito tra l’altro dall’abbandono di uno dei Dodici. Il soffio di cui la comunità ha bisogno è il respiro del Signore stesso, quel respiro che emana anche dal corpo scritturistico che contiene la parola di Dio che è spirito e vita (cf. Gv 20,30-31; 6,63) e che solo può far vivere il corpo comunitario di logiche che non siano meramente mondane, ma evangeliche. La pagina giovannea ci presenta la comunità dei discepoli la sera del giorno della resurrezione. Giorno in cui Maria di Magdala ha dato l’annuncio ai discepoli “Ho visto il Signore” e ha riferito loro ciò che il Signore le ha detto (Gv 20,18). Ma questo non basta a smuovere i discepoli. La donna non è creduta, come attestano con ancor più forza gli altri evangelisti. La comunità dei discepoli non è ferita dunque solo dalla perdita del Signore, non è menomata solo dall’abbandono di Giuda, non è solo paralizzata e confusa dalla vergogna del tradimento ad opera di uno dei Dodici e del rinnegamento di Pietro, ma è anche attraversata dalla sfiducia dei discepoli verso Maria di Magdala. Quando in una comunità si insinua la sfiducia e quando la sfiducia diviene la lente con cui si guarda gli altri o un altro, allora la comunità è a rischio di implosione. L’evangelista esprime con chiarezza la situazione della comunità prima della resurrezione della comunità stessa: chiusura, paura, sfiducia reciproca, assenza di fede nel Risorto. Domina l’orizzonte della morte. Non fatichiamo a immaginare anche il clima di sospetto reciproco: la scoperta che Giuda ha tradito il gruppo dei discepoli e consegnato Gesù alle autorità è stata traumatica e destabilizzante per gli altri discepoli, e ha insinuato la domanda terribile: di chi posso fidarmi? Ecco la situazione di crisi che sta vivendo il gruppo dei discepoli. E a una crisi – che è una novità imprevista anche se si preparava da tempo e che è un elemento che cambia totalmente gli assetti di una comunità – si reagisce in maniere diverse e spesso occorre tempo per arrivare a un riassetto che possa durare a lungo. Il movimento prevede normalmente questo processo: a una crisi, che è un sintomo che dice che una realtà deve trovare una diversa organizzazione e un nuovo equilibrio per poter reggere l’impatto con la storia, segue un tempo di riorganizzazione, che a un certo punto – se la riorganizzazione ha successo, perché vanno messi in conto anche i tentativi falliti – diviene processo di consolidamento che apre a un periodo di stabilità che, tuttavia, prima o poi diverrà obsoleto e sarà nuovamente scosso da una crisi, ovvero dalla necessità di rimettere in asse i propri equilibri per aderire alla realtà e inserirvisi efficacemente. Ebbene, al cuore di questa crisi, al cuore di questo gruppo spaurito ma che ha condiviso un passato sotto il segno del legame con Gesù, la memoria di quell’Assente si fa presenza e il Risorto si rende presente, come si renderà presente una settimana dopo, nel giorno del Signore, la domenica, il giorno memoriale della resurrezione. Quel gruppo sarà anche spaurito e confuso, sarà pure diminuito e menomato, sarà pure ferito e incerto, ma un punto unificante ce l’ha: è un gruppo nato e cresciuto attorno a Gesù, che si è formato attorno alla sua parola e al suo insegnamento. Certo, la persona e la parola di Gesù hanno anche suscitato opposizioni e rivolte, come quella di Giuda, hanno portato Pietro a tradire per viltà, hanno lasciato ben poche tracce in diversi discepoli di cui non sappiamo praticamente niente, non hanno molto cambiato il comportamento e lo sguardo dei discepoli stessi, hanno prodotto in altri interpretazioni molto differenti e tuttavia: che cosa ha creato quel gruppo? Cosa lo ha riunito? Cosa lo ha tenuto insieme? La presenza di Gesù è al cuore di quel gruppo anche nella sua assenza. La manifestazione del Risorto al cuore del gruppo dei discepoli dice come essi possono continuare a vivere anche senza Gesù, colui che camminava davanti a loro indicando loro la strada. Si tratta di ricevere lo Spirito che ha animato Gesù, che lo ha mosso e guidato. La comunità dei discepoli è anche sfaldata a causa della perdita di legami saldi: Tommaso non è presente con gli altri quando Gesù si fa presente. L’individualismo ha preso possesso della comunità e ognuno si autorizza a comportarsi come vuole. Esserci o assentarsi, collaborare o fare in proprio: quando non si vuole più rendere conto ad altri, quando si cede alla tentazione e alla vertigine individualistica, allora la comunità non è più luogo di dilatazione della propria libertà e in cui vivere la carità, ma diviene prigione. E la facoltatività delle azioni comunitarie, l’attribuire loro una dimensione opzionale, diviene per alcuni il segno della propria libertà inalienabile, un vero e proprio diritto da difendere con i denti. La reazione di Tommaso alle parole degli altri discepoli è di sfiducia, è una dura risposta che mostra il non accordare fiducia ai suoi fratelli. Vediamo qui quale sia la dinamica del male in una comunità: si diffonde come a macchia d’olio, per cerchi concentrici come quelli prodotti da un sasso gettato nell’acqua, cresce e si ingigantisce come l’effetto valanga che in breve diviene enorme e inarrestabile: è la logica e la dinamica della parola di diffidenza, sospetto e calunnia che diventa mormorazione, è la sfiducia palesata verso anche solo una persona che sdogana e rende praticabile un atteggiamento verso cui prima c’era inibizione e reticenza. È la banalità del meccanismo di propagazione del male in una comunità. Tommaso non crede, vuole verificare di persona: non si fida. Siamo di fronte all’atteggiamento di chi non crede all’amore ma ha bisogno di sempre nuove verifiche, di chi ha bisogno di mettere alla prova l’amore di chi ama. Di chi dunque non sa fare tesoro dell’amore vissuto in passato per sapere di essere amato, non sa ricordare, fare memoria e vuole sempre avere conferme, quasi muovendosi con l’atteggiamento della pretesa. E di una sempre instancabilmente rinnovata prova di tangibilità dell’amore dell’altro. Ovvero, l’altro a mia disposizione. Mentre io sottraggo la mia disponibilità agli altri. La reazione di Tommaso, di arroganza e pretesa nei confronti degli altri, è suggellata da una sorta di giuramento: io pongo delle condizioni, dice Tommaso, e se queste non si verificano, “io non crederò” (non credam: Gv 20,25). La scena successiva mostra Gesù che di nuovo si manifesta in mezzo ai discepoli a distanza di otto giorni e tra i discepoli c’è anche Tommaso. Gesù si rivolge a Tommaso accondiscendendo alle richieste che egli aveva avanzato come condizioni del suo credere. E stavolta la reazione di Tommaso è radicalmente diversa da quella di alcuni giorni prima. Perché? Perché Tommaso si scopre accolto anche nella sua pretesa, nella sua sfiducia, nella sua incredulità. E questo vince le sue resistenze, la sua incredulità. Gesù non mette in atto strategie di convinzione, ma accondiscende a ciò che Tommaso aveva preteso mostrando di conoscere in profondità il cuore di questo discepolo. Tanto che Tommaso non sente più il bisogno di mettere il dito nelle ferite, di stendere la mano e metterla nel fianco. Non ha bisogno di soffermarsi sulla sofferenza dell’altro perché ha visto in verità il proprio male. Si è visto accolto nel suo male profondo. Tommaso non compie i gesti che pure aveva solennemente posto come condizioni del suo credere, ma subito confessa la fede in Gesù quale Signore e Dio. Tommaso ora crede all’amore e se ne lascia vincere. E rinuncia alle sue pretese, alla sua sfiducia, accettando anche di fare la figura di chi smentisce se stesso. Tommaso si accetta accettando e riconoscendo di essere amato.
La liturgia ci chiede oggi di guardare al mistero della risurrezione da un altro punto di vista, quello di quanti ne sono profondamente disturbati e infastiditi. Si tratta, naturalmente, dei capi, gli anziani e gli scribi che, dopo aver pensato di aver risolto il caso “Gesù”, si ritrovano a gestire, come spesso accade, un problema ancora più grande. Devono misurarsi non solo con la «franchezza di Pietro e di Giovanni» (At 4,13) ma, ancor più gravemente, devono fissare lo sguardo su chi sta «in piedi, vicino a loro». Si tratta dell’«uomo che era stato guarito» e i notabili, abituati a tenere sempre le fila del discorso, «non sapevano che cosa replicare» (4,14). Situazione più che imbarazzante per quanti hanno fatto di tutto per sbarazzarsi di Gesù nel modo più radicale possibile. Il risultato di tutto ciò è che Pietro e Giovanni non solo non si lasciano intimidire, ma arrivano persino a reagire con una parola che segna la fine di un’era e l’inizio di un nuovo modo di concepire il rapporto con Dio. Non solo, un nuovo modo di relazionarsi con quanti pensano di rappresentarlo sulla terra, talora eliminandone la presenza e il profumo dal cuore dei suoi figli: «Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,19-20). L’ultima cosa che i discepoli hanno visto è ciò che il nome di Gesù è capace di fare: rimettere e far restare «in piedi» un uomo da sempre costretto a trascinarsi più come una bestia che come una creatura umana. Lo stare «in piedi» è il segno caratteristico degli umani e, soprattutto, è il modo umano di relazionarsi riconoscendosi reciprocamente dignità, fiducia, rispetto, credibilità. La risurrezione del Signore Gesù dai morti non è un miracolo che semplicemente lo riguarda e lo riscatta, è un assoluto capovolgimento delle umane sorti, per cui il mondo non si divide più in chi deve sempre obbedire e chi si sente autorizzato a comandare, sempre abusando del nome di Dio. Nel Cristo, risollevato dalla prostrazione della morte, ogni uomo è radicalmente «guarito». Siamo abituati a pensare che siano le malattie a propagarsi e a contaminare seminando sempre più ampiamente tristezza e morte. Con la risurrezione del Signore Gesù dai morti, è la vita a propagarsi in modo incontrollabile, come un riso incontenibile che attraversa il corpo dell’umanità da cima a fondo. I discepoli ormai non hanno più paura di stare in piedi davanti al Sinedrio, senza sentirsi in dovere di tenere gli occhi bassi e la lingua rigorosamente annodata. Sì, è vero, sono «persone semplici e senza istruzione» (4,13), ma aver ritrovato tutta la ricchezza del loro essere «stati con Gesù» non solo li rende coraggiosi, ma fa loro sentire la necessità di dare la medesima possibilità di stare in piedi e di sentirsi guarito anche a chi ha teso la mano verso di loro, chiedendo l’elemosina di un aiuto. Si compie così la consegna del Risorto ai suoi discepoli prima di ritornare al Padre suo e rimettere le sorti della storia nelle nostre mani, affidandola alle nostre cure: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mt 16,15).
Gli apostoli non si lasciano intimidire ed è proprio Simon Pietro, che non aveva resistito alle illazioni di una serva fino a rinnegare il suo Maestro, a essere ora capace di mettere le cose in chiaro: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo…» (At 4,8-9). Nel cuore degli apostoli è viva la memoria di tutto ciò che hanno vissuto con il Signore prima e dopo la sua Pasqua e ancora più pungente è il ricordo struggente della loro assenza durante la celebrazione esistenziale della Pasqua del Maestro. Ciò che resta è una sensazione profonda di essere stati beneficati, di essere stati rimessi sul sentiero della speranza e della vita anche quando tutto sembrava essere dominato dalla delusione e da un senso palpabile di morte della speranza: «ma quella notte non presero nulla» (Gv 21,3). Eppure, nonostante tutto quello che è avvenuto, nel cuore dei discepoli sopravvive, per così dire, una docilità che permette comunque di ricominciare: «La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci» (Gv 21,6). Uno dei messaggi più forti e più importanti del mistero della risurrezione, che stiamo celebrando in questi giorni di letizia pasquale, è la rinnovata speranza che tutto può sempre ricominciare. Pietro lo ricorda con forza nel Sinedrio: «Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,11-12). Le parole di Pietro non fanno che confermare un’esperienza che è quella mirabilmente vissuta dal discepolo amato. Questi è capace di riconoscere il Signore a distanza fino a indicarlo agli altri discepoli. Quando si è imparato a conoscere il Signore, lo si può sempre riconoscere nonostante gli annebbiamenti del cuore e i turbamenti della storia: «E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore» (Gv 21,12). Questa certezza nasce proprio dal riconoscimento di questi gesti di cura e di amore che sono inconfondibili e fanno sentire il «beneficio» (At 4,8) della presenza ritrovata del Signore, il quale continuamente rinnova l’invito materno: «Venite a mangiare» (Gv 21,12). Ancora una volta si ricomincia dal quotidiano… il Signore Gesù raggiunge i suoi discepoli nel luogo a loro proprio e si accompagna al loro lavoro abituale. Anche dopo la risurrezione, il Signore non smette il suo grembiule di servitore, tanto che colui che ha lavato i piedi ai suoi discepoli prima della Pasqua, ora fa arrostire il pesce e improvvisa del pane cotto sulla brace, per riprendere così il filo dell’amore attraverso i gesti consueti dell’intimità. Per questo bisogna gettare la rete «dalla parte destra» (21,6) ossia dalla parte giusta, tenendo conto della presenza e della parola del Signore e non affidandosi al caso e a noi stessi che, spesso, accecati dalla paura, rischiamo di sbagliare verso, per andare incontro alla corrente e al flusso della vita.
Incontrare il Risorto non significa soltanto vederlo e gioire del fatto che «il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù» (At 3,13). Tutto questo sarebbe vano se non avessimo in noi il dono del Risorto che «aprì la loro mente all’intelligenza delle Scritture» (Lc 24,45). La tenebra del Venerdì Santo è sempre in agguato nel nostro cuore! Ciò che induce a fare come i nostri padri – di cui Pietro dice: «voi avete consegnato e rinnegato… avete ucciso l’autore della vita» (At 3,13-14) – è proprio l’ignoranza delle Scritture o, più precisamente, l’incapacità ad aprire questo libro, comprendendone fino in fondo il senso che illumina e ci fa prendere in carico il mistero della nostra vita. È questa la prima nota che fa pure l’evangelista Giovanni proprio all’aurora di Pasqua «di buon mattino» (Gv 20,1): «non avevano infatti ancora compreso la Scrittura» (Gv 20,9). Noi tutti siamo nella condizione di coloro cui Pietro rivolge la sua parola: «io so che voi avete agito per ignoranza» (At 3,17), Anche noi siamo nella condizione dei discepoli davanti al «Fantasma» Gesù: «Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?» (Lc 24,38). L’ignoranza e il dubbio non sono però motivi per giustificarci né davanti alla durezza del nostro cuore né, tantomeno, davanti alla strettezza della nostra mente. L’ignoranza e il dubbio sono realtà che esigono da parte nostra una reazione e una scelta: aprirci o chiuderci a ciò che ignoriamo e a ciò che non vogliamo conoscere. E il contenuto fondamentale della conoscenza di Dio è il mistero della sua croce: «il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno» (Lc 24,46). Davanti alle Scritture – ossia dinanzi alla Parola di Dio che interpreta e orienta la nostra vita – abbiamo la tendenza a chiudere il libro per chiudere la nostra mente e il nostro cuore a quel cammino ulteriore che Pietro riassume nelle parole: «Pentitevi e cambiate vita» (At 3,19). Il Risorto ci chiede ogni giorno di fare un passo in più come i discepoli di Emmaus, ma camminare – fare un passo – è sempre un aprire la mente e il cuore oltre tutto ciò che abbiamo già conquistato con la mente e il cuore. Riconoscersi ignoranti e dubbiosi, rimanere davanti al Risorto «stupiti e spaventati» (Lc 24,37) può trasformarsi nell’inizio di una nuova storia, segnata da due parole del Risorto: «Pace a voi» (Lc 24,36) e «voi siete testimoni» (Lc 24,48). Pertanto, la pace interiore e la testimonianza esteriore sono possibili solo a partire da un’apertura totale e sempre aperta a ciò che sconvolge i nostri parametri mentali e di cuore. Il Risorto è colui che apre ma, soprattutto, è colui che ci mantiene aperti: «quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre» (Ap 3,7). Ci sono, infatti, persone apparentemente aperte – come un fantasma senza carne né ossa (Lc 24,39) – rinchiuse però nella propria autodeterminazione e insensibili a ogni appello a ulteriori aperture. Il Risorto, invece, rende aperti nella mente per donarci un cuore spalancato, che non ha paura delle proprie ferite, ma le trasforma in feritoie per vedere la luce pasquale di un cuore che accetta il rischio di farsi toccare: «Toccatemi e guardate» (Lc 24,39). Si tratta di entrare nel mistero di una vita che si fa condivisione: «mangiò davanti a loro» (Lc 24,43) così che «possano giungere i tempi della consolazione» (At 3, 0) in cui si possa dire: «Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere» (Ap 3,8). Questa porta siamo noi stessi in Cristo Gesù.
Siamo noi i due discepoli che alla sera di Pasqua se ne tornano a Emmaus a testa bassa. L’evangelista Luca ci dice che i due discepoli «erano in cammino» (Lc 24,13), soprattutto ci ricorda magnificamente che «Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro» (Lc 24,15). Il messaggio è chiaro: solo la compagnia del Risorto permette ai discepoli, e a noi come loro e con loro, di smettere di camminare a testa bassa, per riprendere la nostra strada come il paralitico di cui ci parla sempre Luca negli Atti degli Apostoli: «Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e, balzato in piedi, si mise a camminare: ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio» (At 3,7-8). Perché il paralitico possa riprendere a camminare fino a essere capace persino di saltare, è necessario che si consumi un vero incontro tra quest’uomo abbandonato «ogni giorno presso la porta del tempio detto Bella» (3,2) e gli apostoli. Pietro e Giovanni non si accontentano di dargli una distante elemosina e proseguire per la loro strada, per penetrare nel Tempio ove incontrare l’Altissimo, ma sanno prendere tutto il tempo fino a perdere tempo al fine di incontrare quest’uomo in un modo così profondo da rimetterlo in cammino verso la vita e restituirlo alla sua dignità di persona:«Lo prese per la mano destra e lo sollevò» (At 3,7). Proprio come si invita una persona a danzare con sé in modo gentile, galante, coinvolto e, necessariamente, gioioso. Il lungo racconto del Vangelo di Emmaus ci mette di fronte alla scoperta del Signore Gesù come di colui che con grande pazienza aiuta i discepoli a rialzarsi dalla loro prostrazione e a ritrovare fiducia nella vita. Il primo passo per incontrare il Risorto è, in realtà, la capacità e la volontà di voler incontrare di nuovo qualcuno: «Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». La reazione del Signore è semplice ed immediata: «Egli entrò per rimanere con loro» (Lc 24,9). Questo versetto del vangelo di Luca è un condensato del mistero della risurrezione come mistero di relazione. Solo nella misura in cui si rende di nuovo possibile l’incontro, da persona a persona, è possibile sperimentare nella propria vita una forma adeguata e unica di risurrezione. La risurrezione non è un “miracolo”, è un processo interiore che esige la partecipazione piena della propria persona, accettando di lasciarsi incontrare e interrogare. Il pane che è la presenza del Risorto nelle nostre vite non è un pane di elemosina come quello che si aspettava il paralitico alla porta del tempio, ma è un pane sostanzioso per il cammino e non per accomodarci o peggio ancora per immobilizzarci. Si tratta per questo di rinfrescare la memoria ripercorrendo, attraverso le Scritture, la nostra stessa vita. Il Signore, dopo la sua Pasqua e prima di tornare al Padre, desidera condividere con noi la “sua” lettura esistenziale delle Scritture a partire dalla sensibilità del suo cuore di Figlio, che ci riapre la strada di un’autentica fraternità. Le ultime parole del Vangelo evocano il «pane», ma non si tratta di un pane per accomodarsi, bensì di un pane per camminare, proprio come avviene per il paralitico posto alla porta Bella, proprio come avviene per i discepoli, i quali dal camminare a testa bassa riprendono la strada con una gioia rinnovata e un entusiasmo ritrovato.