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Il desiderio di vedere Gesù

La Quinta domenica di Quaresima ci avvicina alla settimana santa e fa volgere i nostri sguardi a Gesù che offre la sua vita. Questa offerta, dice la seconda lettura (Eb 5,7-9), avviene mediante grida e lacrime, cioè attraverso la sofferenza esistenziale assunta come luogo di apprendimento e di obbedienza. Di questa offerta, dice il vangelo, Gesù intravede il momento iniziale quando alcuni pagani lo cercano. Obbedendo a quella ricerca da lui interpretata come espressione del volere divino, egli si dispone al dono della sua vita. È la vita di Gesù che compie la Scrittura, non un’altra scrittura, non un commento alla Scrittura: l’unico scritto di quel Gesù che non ha scritto nulla è la sua vita e, in continuità con la sua vita, anche la sua morte. La croce è lo scritto di Gesù. Altri scriveranno di lui delle narrazioni. Se Gesù ha imparato dalle Scritture, cioè le ha ascoltate e obbedite, egli ha anche imparato dalla vita, e particolarmente, dice la lettera agli Ebrei, da ciò che ha patito e sofferto. Questa è la pazienza di Cristo di cui parla 2Ts 3,5 (“Il Signore guidi i vostri cuori verso l’amore di Dio e la pazienza di Cristo”). Questa pazienza non è il mero soffrire, ma l’imparare dalle sofferenze, unica maniera per non vivere in rivolta o nel lamento, e per fare qualcosa di quella sofferenza che è una dimensione costitutiva del vivere. Cogliere, certo, nella misura del possibile, ma spesso è possibile, la sofferenza come occasione per imparare qualcosa su di noi e sulla realtà: così la sofferenza può edificarci e non distruggerci. E Gesù impara anche dagli altri, e da degli sconosciuti come gli “alcuni greci” che a Gerusalemme si rivolgono ai suoi discepoli per poterlo incontrare. Anche il loro desiderio diviene per Gesù qualcosa da cui imparare. Imparare qualcosa che segna la sua vita e la indirizza verso la morte. L’attitudine spirituale dell’ascolto e dell’obbedienza, così essenziali nella vita spirituale cristiana, sono volti a imparare, ad apprendere, a fare di noi dei discepoli, ma mentre ci fanno discepoli e bisognosi di apprendimento, ci fanno anche coscienti di essere ignoranti, mancanti, bisognosi. Chi è troppo sicuro di sé, non sente il bisogno di ascoltare e di imparare. Se Gesù è maestro, è perché ha imparato, e, come ci dicono le letture odierne, ha imparato dalle Scritture, ha imparato dalla vita, ha imparato dagli altri. Ovvero, cogliendo la parola di Dio nelle Scritture, nella vita, negli altri. Dunque il messaggio delle letture è più che mai cristocentrico. Il testo evangelico inizia con l’annotazione che alcuni greci erano venuti a Gerusalemme per il culto durante la festa. Poco importa che fossero ebrei della diaspora o pagani convertiti, ciò che interessa è che sono venuti a Gerusalemme per andare al Tempio durante la Pasqua. Tuttavia non è in contesto cultuale che essi incontrano Gesù, ma fuori di esso. Per vedere Gesù essi chiedono a Filippo che si rivolge ad Andrea. Per vedere Gesù ci si deve impegnare in un incontro. A chi esprime il proprio desiderio chiedendo: “Vogliamo vedere Gesù”, Gesù annuncia la sua morte. Come altre volte, Gesù dà risposte che spiazzano e obbligano l’interlocutore a fare un salto interpretativo, a dislocarsi da dove si trova. La sua parola ci chiede di ri-situarci. Anche i greci potranno vedere Gesù, ma solo grazie allo Spirito effuso a Pentecoste: noi cristiani siamo senza visione. L’incontro con Gesù avviene solo nella fede, non nella visione, sottolineerà Paolo. A chi gli chiede di vederlo, Gesù dice “Dove sono io, là sarà anche il mio servo”. Non si tratta di vedere Gesù da qualche parte, ma di essere noi là dove lui è stato. Questa è l’unica risposta alla domanda di vedere: “Siate anche voi dove sono io e lì comprenderete”. Questa è la maniera autentica di vedere, l’esperienza di fede, un essere concretamente, esistenzialmente, là dove lui è stato. Allora, quando si sarà là, si potrà dire di comprendere qualcosa di Gesù, di vedere qualcosa di Gesù, di fare esperienza di Gesù. Si potrà dire di cominciare a imparare veramente da lui. Questo desiderio di vedere Gesù è esaudito da Gesù spiazzandolo, ri-situandolo, ri-orientandolo. Il vangelo sempre assume l’umano, in questo caso il desiderio di vedere, ma lo ri-orienta, gli dà una nuova direzione. Una direzione non cultuale e religiosa, ma umana, relazionale. Gesù, sentito della ricerca dei greci, non solo non si affretta a incontrarli ma sembra anzi disinteressarsene. E quei greci scompaiono e nel vangelo non ricompaiono più. In realtà Gesù prende sul serio quel desiderio e vede, dietro i pochi greci che lo cercano, il segno dei pagani che chiedono accesso alla visione del volto di Dio narrato da lui. La ricerca dei greci, che Gesù ri-orienta, in verità, dà una sterzata anche alla vita di Gesù. Gesù vi discerne la venuta dell’ora, del momento in cui egli deve volgersi con risolutezza verso il destino del chicco di grano che deve morire per dare frutto. Le parole di Gesù dicono anche il tormento interiore, la lotta intima di Gesù con se stesso. Il suo cuore è turbato. La prospettiva finale della sua vita è disegnata e Gesù mostra timore e turbamento. La tentazione di evitare quell’ora si fa sentire. “Che devo dire: ‘Padre, salvami da quest’ora?'”. Il dilemma interiore si risolve con il riferimento alla volontà originaria, al desiderio originario, alla finalità originaria. “Proprio per questo sono giunto a quest’ora”. Gesù non si scoraggia, non abbandona, non si volge indietro, non smette di perseverare, ma ravviva il desiderio che lo ha mosso fin dagli inizi e si conferma nel suo cammino. Gesù integra nel suo cammino di vita anche la morte. E questo equivale a dare compimento al desiderio come al cammino. E invita chi ha lasciato tutto e l’ha seguito a fare altrettanto. “Se uno vuole servirmi, mi segua”: Gesù lo si vede seguendolo, lo si conosce seguendolo. C’è un ri-orientamento del desiderio e del cammino. Ognuno di noi sceglie una forma di vita in cui ritiene di trovare la pienezza della gioia e del senso, poi gli anni passano e scopriamo che in quella vita noi moriremo, arriviamo a vedere che tutto finisce senza forse aver fatto quell’esperienza di pienezza e di felicità. E questo fa nascere in noi nostalgie, rimpianti, sensazioni di aver sbagliato tutto. O semplicemente, la sensazione che altrove sarebbe meglio per noi, che altrove saremmo finalmente noi stessi, realizzati. Ci vediamo condannati a una quotidianità infelice e ne accusiamo gli altri, la vita, il mondo. Forse però un minimo di autocritica e consapevolezza realistica di sé potrebbe aiutare. Forse non sono gli altri a essere così deludenti, forse non è il tipo di vita il colpevole della mia insoddisfazione, forse sono io. Scrive Rilke: “Se la tua vita quotidiana ti sembra povera, non accusarla. Accusa invece te stesso. Riconosci che non sei in grado di vederne e riconoscerne la preziosità. In verità, per colui che crea, non esiste alcun luogo povero o insignificante”. Si tratta allora, di imparare a guardare nuovamente, di ri-orientare lo sguardo, per vedere come Gesù stesso vede. E come vede Gesù? Gesù guarda un seme di grano che cade a terra, che muore: questa è la concezione degli antichi per cui il chicco di grano per diventare albero deve morire e risuscitare. Ora Gesù è abitato da uno sguardo simbolico per cui vedendo quel seme, parla di sé e della propria passione, morte e resurrezione. In quel seme egli vede la necessità del suo innalzamento. Si tratta di ri-orientare il nostro modo di guardare. “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto”. C’è un dinamismo di morte che dà vita. Ed è il dinamismo dell’amore e delle sofferenze che esso comporta. E ci viene detto che c’è una morte più dolorosa della morte fisica, ed è la solitudine. “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo”: c’è una morte più dolorosa della morte che è la solitudine a cui ci condanniamo separandoci e isolandoci dagli altri e perseguendo una nostra via che non incontra quella degli altri. C’è una morte vivificante perché fa crescere il seme, lo fa diventare altro. Il seme diventa spiga, poi pianta, poi capace di frutto. Questo divenire noi lo possiamo temere, possiamo scambiarlo per una morte, e in certo modo lo è perché non siamo più quelli di prima, non siamo più seme, ma altro, e allora possiamo decidere di preferire di restare come e dove siamo. Possiamo scegliere di non crescere, di non maturare, di vivere una vita che è un lento morire. C’è infatti un abbandonarci, un affidarci sentito così rischioso che ci induce a preferire la solitudine, ovvero a restare nella morte della solitudine, del solipsismo, del narcisismo. Abbiamo qui due forme di morte, una negativa e una positiva, poste di fronte: la paura del cambiamento di sé, che fa restare nella solitudine, è la vera morte, è la sterilità; e l’accettazione del cambiamento di sé, che è la morte feconda di chi, accettando di mutare, si apre alla vita che dà frutto. Il frutto di questa morte è un dare: si diventa capaci di dare di più. La sofferenza del perdere diventa la gioiosa offerta di sé nel dare. Si tratta di fare anche dei momenti critici e dolorosi, l’occasione per andare a fondo, più a fondo di ciò che si sta vivendo. Non di evadere, di cambiare l’esteriorità, l’esterno, ma di andare in profondo di sé. Infatti, non è nel profondo che si annega, ma nella superficie.

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Il cuore a che punto è?

Sembra che il cammino quaresimale affretti il suo ritmo e ci chieda di concentrare tutta la nostra attenzione su ciò che sta succedendo a Gesù, ma che sta pure accadendo per noi, se veramente decidiamo di essere suoi discepoli. Il «dissenso» (Gv 7,43) che nasce tra la gente che commenta, come oggi si farebbe nei salotti televisivi e che all’epoca erano invece le piazze, i mercati, i vicoli: ciascuno sembra avere da dire qualcosa e, soprattutto, in quello che si dice di Gesù viene fuori ciò che della sua presenza si è sperimentato in prima persona nella propria vita. Tra la folla che vocifera e i notabili che «volevano arrestarlo» (7,44) spicca la figura dei quei soldati che tornano a mani vuote, ma con il cuore pieno di una esperienza nuova che segna la loro vita: «Mai un uomo ha parlato cosi!» (Gv 7,46). L’esperienza che i soldati hanno appena fatto è già stata vissuta in una notte eccezionalmente luminosa da parte di Nicodemo, che da allora non è stato più lo stesso e, sicuramente, ha guadagnato in coraggio, visto che non ha timore di reagire alle decisioni dei suoi colleghi: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?» (Gv 7,51). Con questa domanda Nicodemo affonda il coltello nella piaga e già smaschera quello che accadrà davanti al Litostroto quando i sommi sacerdoti invocheranno quella «Legge» (Gv 19,7) e intanto peccheranno di apostasia quando, pur di avere ciò che vogliono, si abbasseranno fino a bestemmiare: «Non abbiamo altro re che Cesare» (19,15). Non è raro che proprio chi invoca la Legge come unico e sommo riferimento della propria vita sia il più incline a tradirne i principi più sacri e basilari. La confessione di Geremia ci aiuta a fare memoria della cosa più importante che non va mai dimenticata: «Signore degli eserciti, giusto giudice, che provi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa» (Ger 11,20). Ciò che fa la differenza è la capacità di passare e ripassare continuamente dal proprio «cuore», dove non potremo lasciarci «ingannare» (Gv 7,47) neanche dalle nostre paure che rischiano di renderci ottusi. La presenza del Signore Gesù non può lasciare in nessun modo indifferenti, ma esige necessariamente una presa di posizione. Il dono della Legge ricevuta sul Sinai per mano di Mosè, ma anche dal cuore dell’Altissimo, esige di guardare nel proprio «cuore» giorno dopo giorno, lasciando che il desiderio di Dio riplasmi continuamente i nostri desideri e illumini le nostre relazioni. Mentre i giorni della Pasqua si fanno sempre più vicini, la Liturgia ci chiede di fare una sorta di punto della situazione del nostro cuore, per chiederci in che misura la parola e i gesti del Signore sono capaci di cambiare profondamente il nostro parametro di giudizio. Anche per noi spesso si fa forte il rischio di trincerarci dietro le esigenze di leggi che tradiscono l’essenziale del disegno di Dio per la nostra umanità, chiamata a una pienezza di felicità che non si può mai conquistare da soli, ma esige la serena complicità nel cercare il bene di ciascuno rinunciando alla paura di perdere un po’ dei propri privilegi. In questo non facile cammino di discernimento, talora sono proprio le persone più improbabili come i soldati a cogliere al meglio le vie della vita.

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Paternità unica

L’uomo non è grembo. All’umanità maschile è negata la maternità. La possibilità di accogliere dentro di sé la vita e di farla crescere è stata affidata alla donna. L’uomo è piuttosto seme, promessa di vita chiamata a consegnarsi e a uscire da sé. Nella sua natura è iscritta la condanna a un esodo per poter giungere a pienezza. I muscoli espulsori che alla donna servono quando il frutto dell’amore è maturo, all’uomo sono necessari all’inizio, quando la scommessa della vita è affidata al coraggio e al «sogno» (Mt 1,20). Eppure la lingua ebraica si permette di indicare un grembo anche nello spazio dell’umanità al maschile. Dice il Signore a Davide: «Io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno» (2Sam 7,12). È la parola me‘eh l’azzardo lessicale che documenta questa porzione di anatomia, invisibile a qualunque esame radiografico. Possiamo assumerla come rivelazione di un tratto sublime dell’umanità sognata da Dio, che risplende in forma eminente nella vita di Giuseppe, sposo della vergine Maria, uomo giusto e santo. Il Cristo è nato anche dalle viscere di quest’uomo autentico, di cui oggi facciamo memoria. La sua divinità ha preso forma umana, grazie all’ospitalità di questo ventre maschile e paterno, che Giuseppe non ha rinunciato a offrire «davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono» (Rm 4,17). Avrebbe potuto «licenziarla in segreto» (Mt 1,19) quella donna promessa sposa e divenuta madre senza di lui. Sarebbe stato un suo diritto. Avrebbe persino significato rimanere «giusto» (1,19). Giuseppe invece se la tiene così Maria, piena di un Altro. Infatti piena di altro è la vita: questo è il mistero che un padre comprende e custodisce per sempre. L’uomo è chiamato a cogliere in anticipo questa eccedenza che la vita possiede, questo irriducibile disavanzo che la realtà registra sempre rispetto ai nostri sogni e ai nostri progetti. La donna se ne accorge più tardi, quando la vita è migrata fuori dal suo recinto di crescita. La donna prima riceve, poi restituisce. All’uomo è chiesta invece una caparra iniziale. L’uomo deve svuotare la ricchezza d’amore delle sue viscere per diventare ciò che non è per natura ma soltanto per grazia: grembo. Questa misteriosa disponibilità anticipata, che il cielo esige da Giuseppe, nel pensiero biblico si chiama fede. Più grande di un sentimento, più tenace di un’emozione, la fede è una virtù che si esprime sempre come profondo atto di libertà, feconda e potente come un seme espulso dal me‘eh, maturato nel cuore e nel silenzio della notte. Giuseppe mostra le qualità di questa fede perché sa che la vita è un’eredità che si riceve «per grazia», una promessa «sicura» (Rm 4,16) perché è Dio a farla, quel Dio che fa le cose «per sempre» (2Sam 7,16). Per questo accetta di diventare custode di una vita ricevuta come se fosse sua, frutto certo del suo seme. Assume l’intenzione di quella nascita, rinunciando a considerarla sua opera. Si raccoglie nel suo ventre paterno, presso quella energia d’amore capace di espellere lontano da sé il seme della vita. Giuseppe diventa padre così: prendendo con sé Maria e il frutto del suo grembo. Accogliendo senza obiezioni o domande, accettando di morire a se stesso e alle proprie comprensioni per consentire a qualcosa di più grande di venire al mondo. Senza bisogno di mettere la firma da nessuna parte, diventa egli stesso la firma di Dio sul suo frutto più bello. Grazie (anche) alla sua silenziosa bellezza, il Verbo di Dio diventa carne nel mondo, nella storia, nel mistero della Chiesa. Perché davanti al Padre di tutti nessuno sia o si senta più orfano. Ma figlio amato.

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La gloria è la vera nostra occasione

In tutto il suo ministero il Signore Gesù non ha risparmiato certo rimproveri ai suoi ascoltatori e, in particolare, a quanti detenevano il potere e ruoli di prestigio, ma quello che oggi risuona è uno tra i più forti: «E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio» (Gv 5,44). Siamo chiamati a farci attraversare, da parte a parte, da questo terribile richiamo del Signore che mette a nudo la nostra grande paura di rimanere unicamente con Dio tra le mani e nel cuore. Non è facile capire cosa sia realmente questa «gloria che viene dall’unico Dio» e sarebbe l’unica da desiderare e da cercare con tutto se stessi e a costo della stessa vita. Lo stesso Signore Gesù fa riferimento a Giovanni – il Battista – il quale «era una lampada che arde e risplende» (Gv 5,35). Nella prima lettura, siamo posti di fronte a Mosè che, in certo modo, rifiuta di ricevere una gloria del tutto personale e separata dal resto del popolo, resistendo a una tentazione che, arduo pensarlo e dirlo, gli viene da Dio stesso: «Di te invece farò una grande nazione» (Es 32,10). Dio tenta per mettere alla prova e far venire alla luce ciò che portiamo nel più profondo del nostro stesso cuore. Vi è una sorta di dissidio tra Dio e Mosè, in cui – come in altri passi delle Scritture – l’uomo sembra più “grande” dello stesso suo Signore (cfr. Gn 19). In realtà è un modo con cui il Signore, mettendosi quasi dalla parte sbagliata, aiuta la creatura a tirare fuori il meglio di sé, il più divino di sé: «Perché dovranno dire gli Egiziani: “Con malizia li ha fatti uscire…”» (Es 32,12). Mosè sembra far leva sull’amor proprio di Dio, sul suo senso d’onore e di gloria davanti agli estranei per muoverlo a compassione e a pietà per quel «popolo che hai fatto uscire» ( 32,11). Il Signore dice che è stato Mosè a far uscire il popolo (32,7) e Mosè ribadisce che è stato Dio a farlo uscire. In questa sottile, ma fortissima tensione nel glorificare l’altro, in realtà non si fa che dire profondamente che l’uscita del popolo dall’Egitto è il frutto di una sinergia tra il Signore e Mosè, tra il Creatore e la creatura. Per questo, ogni nostra Pasqua e ogni autentica esperienza di salvezza non è che una riprova e una rinnovata manifestazione non della sola forza di Dio, ma anche della stessa nostra debolezza, che si manifesta come punto di appoggio per la divina energia. Per questo, la grande conversione è la capacità di non avere bisogno continuamente di un «vitello di metallo fuso» (Es 32,8) a cui dare gloria sperando di riceverne. Si tratta invece di entrare in una logica nuova – quella dell’evangelo – in cui la gloria sta solo e proprio nel fatto di essere «mandato» (Gv 5,36) a compiere qualcosa che è già una ricompensa. La logica del mondo istituisce continuamente una sorta di rapporto inverso tra la “mia” gloria che sarà più grande e visibile quanto minore sarà la “sua” gloria. La logica del Vangelo è completamente diversa, in quanto la gloria non è ciò che si sottrae all’altro, ma ciò che si condivide con l’altro come una luce e un fuoco che, se uniti, non diminuiscono, ma diventano più luminosi e più ardenti. Difficile conversione, difficile cammino che l’evangelista Giovanni non esita a dispiegare in tutta la sua profondità, identificando la Gloria con la Croce, il Glorificato con l’Innalzato-Crocifisso. Sembra proprio che non ci sia altra via se non quella di resistere persino a Dio per lasciare che egli agisca in verità, e fino in fondo, dentro di noi e perché sia l’«unico» in cui ritroviamo tutto, tutti… noi stessi!

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La tenerezza cerca anche noi

Nell’uso corrente e comune, il termine «dipendenza» è diventato sinonimo di ogni patologica forma di subordinazione in cui l’uomo è capace di scadere, talora rovinosamente. Con tutt’altra accezione, nella densa pagina del Vangelo di Giovanni offerta dalla liturgia odierna, il Signore Gesù fa riferimento allo stesso concetto per dichiarare quale intensità e quale robustezza contraddistinguano il suo rapporto filiale con Dio. Non sembra avere alcun imbarazzo il Figlio di Dio ad affermare ciò che a noi fa ancora così tanto paura: l’assoluta inconsistenza del nostro essere (da) soli: «Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo» (Gv 5,19). Abituati ogni giorno a poterci muovere ed esprimere in tante direzioni, ci può apparire quasi insostenibile l’idea di non poter fare davvero nulla, se non prendendo appunti da un altro. La vita, per come oggi la intendiamo, non può che essere qualcosa che parte anzitutto dalla nostra sensibilità e dalla nostra libertà. A partire da questa radicata impostazione mentale, sperimentiamo tutti, nei momenti più delicati della nostra esperienza umana, quanto sia difficile assumere la vita come qualcosa che dobbiamo continuamente imparare a ricevere, e poi anche a restituire. 
Il Signore Gesù sa trovare parole precise e rassicuranti per aiutarci a ristabilire una relazione serena con la nostra ricevuta autonomia, liberandoci dalla paura — e dal sospetto — che diventare figli possa in qualche modo significare rimanere bambini: «Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo» (Gv 5,26). Non presumere di poter disporre della vita come qualcosa di già ricevuto, paradossalmente, è l’unico modo per poterla avere «in noi stessi», cioè per poterne godere senza esitazioni e senza limitazioni. Del resto, l’esperienza ci insegna che infelici lo siamo non quando ci è impossibile agire in totale libertà, ma quando non ci sentiamo né conosciuti né riconosciuti in quello che siamo e ci troviamo a vivere. L’ascolto della parola di Gesù è la strada per uscire dall’inganno e dall’inferno della solitudine, perché ci apre la possibilità di incontrare nel suo volto umano il riflesso della paternità di Dio e di accogliere il dono dello Spirito: «In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» (Gv 5,24). Per accedere al mistero pasquale di Cristo e passare — già in questo mondo — dalla morte alla vita, occorre ascoltare la voce del Figlio e credere che, come la sua, pure la nostra vita è premurosamente custodita nelle mani di Dio, Padre suo e Padre nostro. Solo un ascolto amoroso e fedele della voce del Verbo eterno fatto uomo può convincere il nostro cuore che il presente in cui ci è dato di vivere si chiama «tempo della benevolenza» e «giorno della salvezza» (Is 49,8), come il profeta Isaia ripeteva a un popolo caduto nel timore di essere stato abbandonato da Dio per la sua infedeltà. Solo se accettiamo di essere, anche noi, quei «morti» che «udranno la voce del Figlio di Dio» (Gv 5,25), si può rinnovare la promessa di un sicuro ritorno dall’esilio verso una terra che, se anche fosse «devastata», Dio può «far risorgere» (Is 49,8) perché la sua «tenerezza» vuole espandersi «su tutte le creature» (Sal 144,9). In questa terra, promessa e creata da un Dio «grande nell’amore» (144,8), ciascuno può gustare la gioia di avere un volto non solo amabile, ma persino unico. Anzi, incancellabile: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15).

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Ci mette in piedi una parola!

A partire da questa quarta settimana di Quaresima e con il racconto del «funzionario del re» (Gv 4,46) che abbiamo ascoltato ieri, il vangelo secondo Giovanni diventa la nostra guida per queste prossime dieci settimane… fino a Pentecoste. La Chiesa ci affida quasi continuamente alla cura del quarto vangelo proprio perché già «in questo tempo di penitenza e di preghiera» possiamo e sappiamo essere disposti a «vivere degnamente il mistero pasquale e a recare il lieto annuncio della tua salvezza» (Colletta). La nostra stessa esperienza di penitenza e di conversione sembra essere chiamata a diventare – in se stessa – l’aurora di quell’annuncio di incontenibile gioia che profumerà il mattino di Pasqua. Per il quarto vangelo, il profumo della vita e della vittoria pasquale avvolge l’esperienza del Signore Gesù da sempre e per sempre, da ciò che precede il «principio» (Gv 1,1) e oltre i «segni scritti in questo libro» (20,30). È lui il «tempio» (Gv 2,21) che il profeta Ezechiele contempla nella sua ultima visione ed è proprio dal suo amabilissimo corpo squarciato sulla croce che vedremo uscire «acqua verso oriente» (Ez 47,1). Un’acqua che si è trasformata in un «fiume che non potevo attraversare» (47,5) e che pure accetta di essere per noi come «una piscina» (Gv 5,2), anzi un abbraccio. Infatti, in «un giorno di festa per i Giudei» (5,1) il Signore Gesù, si reca presso «la porta delle Pecore… sotto la quale giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici» (5,3). Da questo elenco il Signore non può che scegliere – come sempre e secondo la sua logica – un uomo che appartenga all’ultima delle categorie elencate. A questo, che non ha «nessuno» che lo «immerga nella piscina, quando l’acqua si agita» (5,7), il Signore si offre come la «sponda del fiume» (Ez 47,6). Quest’uomo, abituato a vedere sempre qualcuno di cui può dire «scende prima di me» (Gv 5,7), si ritrova come preso in una corrente mai conosciuta prima: uno sguardo e una parola che, solo e soltanto per lui, sono in grado di interpretare ciò che da «trentotto anni» (5,3) spera di ricevere da questo strano e forse superstizioso fenomeno dell’acqua che si «agita» (5,7).
Stupendamente il Signore Gesù accetta di mettersi al livello di questa pecora piccina, sola, abbandonata e cui non rimane che sperare in qualcosa di “magico”. Il Signore gli rivolge la parola che lo rende fino in fondo uomo, ancor prima di raddrizzarlo nel suo corpo: «Vuoi guarire?» (Gv 5,6). Possiamo immaginare la sorpresa nell’essere interrogati in modo così degno. Forse una sorpresa ben più grande di ciò che gli viene detto dopo: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina» (5,8). Il Signore Gesù è un fiume «d’acqua viva» (7,38) che, invece di aspettare che il paralitico si immerga, lo inonda come un «torrente» (Ez 47,11) che risana e fa rivivere. Sì, la presenza del Signore inonda come una «medicina» (47,12) e rimette in piedi, trasformando il lungo tempo della paralisi in una vera convalescenza che conduce a perfetta e duratura guarigione. Nonostante tutto quello che dicono i Giudei, come si potrebbe mai più separare quest’uomo dal suo «lettuccio» (il termine compare ben 5 volte) che, da essere il segno della sua disgrazia e del suo peccato, è divenuto il trofeo del suo essere veramente «guarito» (Gv 5,14)? Impariamo da questo paralitico e facciamo del “lettuccio” su cui siamo stati a lungo paralizzati il segno di una «medicina» da «recare ai fratelli come lieto annunzio».

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Nostalgia del passato…

La liturgia della Parola in questo giorno sembra voler assicurare al Signore Dio il ruolo di protagonista nel processo di conversione al Vangelo a cui siamo chiamati, se davvero vogliamo acconsentire alla nostra rigenerazione in Cristo avviata dal dono battesimale. A un popolo rimasto profondamente sfiduciato e ferito dopo la drammatica esperienza dell’esilio in Babilonia, la terza parte del libro di Isaia rivolge una parola di grande speranza. L’invito è di fissare lo sguardo non tanto su quello che in passato ha potuto garantire pace e prosperità, ma su quel futuro in cui Dio potrebbe esercitare ancora la sua forza rinnovatrice e creatrice: «Ecco, io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, poiché creo Gerusalemme per la gioia, e il suo popolo per il gaudio» (Is 65,17-18). Distogliere l’attenzione del cuore dalle cose vissute e custodite nella cassaforte della memoria non è mai un’operazione esente da un certo combattimento interiore. Siamo capaci di stabilire una velenosa e fatale complicità con quelle «voci di pianto» e con quelle «grida di angoscia» (65,19) che si agitano dentro di noi nei momenti in cui ci sentiamo esuli dalla gioia e dalla pace. Il rischio di guardare indietro e cadere nell’inganno della nostalgia è il modo più ordinario con cui l’insicurezza riesce a dominare il cammino di ogni persona e di ogni popolo. Isaia, tuttavia, solleva la sua voce potente e sognante per accendere una grande luce sulle tenebre dell’esilio: nonostante l’evidenza sfavorevole, il Signore Dio continua a realizzare i suoi disegni di bene e a compiere le sue promesse per Israele. Di questa viva speranza, il profeta sembra essere assolutamente persuaso: «Non ci sarà più un bimbo che viva solo pochi giorni, né un vecchio che dei suoi giorni non giunga alla pienezza» (Is 65,20). Non è sempre facile nutrire ottimismo verso il domani e credere che la vita, nel suo sorgere e nel suo declinare, resti un dono che Dio desidera garantire per sempre e per tutti. Eppure non esiste altra via da percorrere, se non quella di una ostinata fiducia e attenzione al reale per seguire le orme di un Dio che cambia le cose senza troppi «segni e prodigi» (Gv 4,48), ma trasformando continuamente la morte in vita con la stessa premurosa delicatezza con cui un giorno il suo Verbo eterno «aveva cambiato l’acqua in vino» (4,46).  La Quaresima è per noi credenti un tempo favorevole per convertire la nostra attitudine allo scoraggiamento verso una vigilanza sobria e attenta a tutti quei segni del mistero pasquale sparsi nella realtà e nella vita del mondo, che attendono di essere riconosciuti e accolti dalla nostra sensibilità. Il «funzionario del re» (4,46), che accetta di scendere in Giudea senza vedere nulla, rappresenta un modello autentico di questa fede solida e silenziosa perché, nel buio della sua personale afflizione, non esita a compiere il gesto dell’affidamento, ascoltando la voce del Signore e mettendosi in cammino sulla semplice scorta di una sola parola udita: «Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino» (Gv 4,50). Ciò che noi chiamiamo fede non è altro che la disponibilità a muoversi senza sapere esattamente quando i cieli saranno davvero capaci di offrirci novità e la terra così feconda da far germogliare ancora frutti di gioia da gustare e condividere.
Rendere «grazie per sempre» (Sal 29,13) al Signore, per i suoi doni e per la sua fedeltà, significa accettare che la realtà — quindi anche il passato e il futuro — non possa in alcun modo essere considerata il luogo dove si consuma il tragico fallimento dei nostri sogni, ma lo spazio di libertà dove Dio intende partecipare «alla festa» della nostra vita con la sua paternità salvifica e terapeutica: «Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: “Tuo figlio vive”, e credette lui con tutta la sua famiglia» (Gv 4,53).

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Rallegrati

La IV domenica di Quaresima, la domenica laetare, è connotata dalla gioia. Al credente viene richiesta la gioia: “Rallegrati”. L’imperativo dell’antifona di ingresso si rivolge dunque a noi chiedendoci di non assolutizzare le nostre emozioni e i nostri sentimenti, che magari non sono affatto di gioia o di letizia, ma di cercare di condurli all’obbedienza evangelica. La reazione che proviamo di fronte a questo imperativo esprime molto della nostra fede e anche della nostra non-fede. Ci viene chiesto di rallegrarci perché l’evento pasquale si è avvicinato, è sempre più prossimo, ma soprattutto perché l’annuncio evangelico è quello dell’amore di Dio incondizionato per l’umanità, per tutti e per ciascuno. Questi, sono eventi che suscitano gioia in noi o che ci lasciano indifferenti e non smuovono né mutano le emozioni e i sentimenti di tristezza o di rabbia o di angoscia che eventualmente abbiamo in noi? L’obbedienza cristiana è la via per far entrare in noi il sentire che fu in Cristo Gesù e così evangelizzare il cuore e la mente e tentare di vivere realmente la nostra vita come vita in Cristo. E soprattutto di non finire prigionieri di quelle emozioni e sentimenti che ci sembrano più esprimere noi stessi e la nostra libertà, mentre finiscono con l’essere ciò che ci domina e ci agisce. Il vangelo chiede purificazione dello sguardo e ritrovamento della verità credendo al grande amore con cui Dio ha amato il mondo e al dono del suo Figlio per la salvezza e non per la condanna del mondo stesso. Ma per credere questo occorre percepire in maniera personalissima che si è i destinatari di quell’amore. Quel “mondo” che Dio ha tanto amato da dare il Figlio unigenito, va colto certamente come l’umanità intera, ma in esso ognuno di noi deve anche saper vedere se stesso. E deve mettere il proprio nome in quel mondo: raggiungesse ben il mondo intero, se quell’amore non raggiunge me, viene ridotto all’impotenza e non mi cambia né mi converte. Occorre dunque saper vedere se stessi, ma inseriti in un “mondo”, nell’umanità che è destinataria dell’amore di Dio, e di vedere se stessi in rapporto a Dio stesso e al suo amore. Dunque non più vedere se stessi come centro del mondo o della comunità ecclesiale, ma nel mondo e nella comunità. E sotto lo sguardo del Signore. Il brano evangelico della liturgia odierna si innesta nel discorso di Gesù con Nicodemo, dialogo in cui Gesù sconcerta Nicodemo dicendogli la necessità di una rinascita dall’alto, cioè dallo Spirito santo effuso dall’alto. La reazione stupita di Nicodemo (“Come può accadere questo?”), trova da parte di Gesù una risposta che sconcerta noi: “Se non credete quando vi ho parlato di cose della terra, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?” (Gv 3,12). Stando al contesto le “cose terrestri” consistono proprio nella dinamica di rinascita spirituale che deve avvenire in vita, qui sulla terra, nell’umanità della persona che, grazie alla fede, si apre all’azione dello Spirito santo. Mentre le cose celesti sono il paradosso di un innalzamento che coincide con una condanna a morte, e di un supplizio, la crocifissione, che è esaltazione, glorificazione. Questa incredibilità (“come crederete se vi parlerò di cose del cielo?”) sembra eco delle parole del profeta in Isaia 53,1: “Chi crederà alla nostra rivelazione?” che fanno seguito all’annuncio che il “servo del Signore sarà innalzato” (Is 52,13, con il verbo greco ypsóo, usato anche da Giovanni nel nostro testo per indicare l’innalzamento del Figlio dell’uomo). Al cuore della fede cristiana vi è un incredibile. E l’incredibile è specificato subito dopo: l’innalzamento del Figlio dell’uomo è l’evento che realizza in pienezza, e adempie il dono che il Padre ha fatto all’umanità: il dono del Figlio. L’innalzamento, in verità, è anche l’abbassamento; la salita, l’anabasi, è anche la katabasi, la discesa, la kenosi. Nel cristianesimo avviene una ri-modulazione della verticalità. Il brano evangelico parla della paradossale nascita dall’alto come vera iniziazione alla vita cristiana (cf. Gv 3,3), e il traduttore latino usa a volte altum o altitudo per rendere il greco báthos, profondo/profondità. La croce come innalzamento significa che si sale verso il punto più basso della società e della religiosità dell’epoca: la morte di croce è la morte turpe e infame dei maledetti da Dio e dei banditi dalla società. Ma soprattutto, dietro alla simbolica del salire e dello scendere (“nessuno mai è salito al cielo se non colui che è disceso dal cielo”: Gv 3,13) vi è l’evento del dono che esprime l’amore di Dio. Un amore che, essendo tale, non intende minimamente condannare, ma solo salvare, dare senso e pienezza. Un amore gratuito, incondizionato, ma che si può diffondere e può manifestare le sue energie in chi vi fa spazio accogliendolo in sé attraverso la fede. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”. Cristo, come dono di Dio, è sacramento e narrazione dell’amore di Dio e, nell’itinerario da Dio all’uomo, l’amore del Padre (il Donatore) diviene l’amore del Figlio (il Dono che dona se stesso) e diviene amore nell’uomo (il donatario). Il dono che è Cristo, è asimmetrico, non cerca reciprocità: “Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi” (Gv 15,9); “Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri” (Gv 13,34): il movimento della donazione divina non diviene un circolo asfittico e chiuso nell’infernale bipolarità “io-tu, tu-io” sempre esposta al rischio della violenza e della sopraffazione, ma resta aperto a un terzo di cui tende a far fiorire la soggettività e a servire la vita. Questo dono è decentrante rispetto al Donatore e si risolve in vita del donatario. L’amore che tale dono narra non è totalitario e obbligante, non pretende gratitudine, ma rispetta la libertà e la vita dell’uomo. La salvezza, non la condanna, è il fine dell’invio del Figlio da parte del Padre (cf. Gv 3,17). Questa è l’intenzione paterna di Dio, il senso del suo amore che si esprime nel dono del Figlio. E questo agire divino è normante per la chiesa. Anch’essa è mandata tra gli uomini non per giudicarli, ma per essere segno di salvezza e per narrare loro l’unica cosa salvifica e necessaria: la misericordia di Dio. Di fronte a persone che spesso sentono la vita come condanna, la chiesa ha il compito di narrare la misericordia divina, di fare opera di liberazione, di dare senso, respiro e vivibilità. Giovanni sottolinea che il dono del Figlio è volto a dare vita, non morte, agli uomini (cf. Gv 3,16). Cristo, in quanto dono per la vita degli uomini, ha vissuto la sua intera esistenza donando la propria vita, e così ha generato alla vita, ha trasmesso e suscitato vita. E tutta la sua vita terrena è stata questo dono da lui continuamente rinnovato agli uomini per la loro vita. E questo è culminato nella morte di croce, che Giovanni chiama “innalzamento” (3,14). Come Mosè, obbedendo al comando misericordioso di Dio, innalzò il serpente nel deserto perché chi lo guardava trovasse vita e guarigione, così l’innalzamento del Figlio dell’uomo è il compimento della misericordia divina per la salvezza dei credenti (cf. 3,14-15; Nm 21,4-9). Se nel serpente innalzato il credente era condotto a riconoscere il proprio peccato guardando in faccia il simulacro di chi lo aveva punito con i suoi morsi, nel Cristo innalzato il credente vede la misericordia di Dio che perdona i suoi peccati manifestando un amore unilaterale e universalmente salvifico. Tuttavia la pro-esistenza di Cristo, la sua esistenza spesa per gli altri, la sua vita donata non ha evitato il rifiuto che gli è stato opposto. Se la salvezza è destinata a tutti, solo alcuni accedono alla fede e alla conoscenza del dono di Dio in Cristo. Tale dono cioè può essere misconosciuto e rigettato. Ma questo rifiuto non sopprime la qualità di dono che il Cristo è, e conferma che esso è a servizio della libertà del donatario. Qui si rivela che il dono di Dio – gratuito ma non neutrale – diviene appello alla fede. Non a caso la prima menzione dell’amore di Dio nel quarto vangelo (3,16) è accompagnata da cinque rimandi alla fede (o alla non-fede) dell’uomo (3,15.16.18). E la distinzione tra adesione e non adesione diviene discernimento tra luce e tenebre, tra opere fatte “in Dio” (3,21) e opere maligne (3,19: fatte nel Maligno). Questa distinzione non si situa sul piano morale, ma designa una presa di posizione di fronte all’inviato di Dio. E allora si comprende che l’unica opera essenziale secondo il quarto vangelo sia la fede. La querelle tra fede e opere è così risolta da Giovanni: “Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). In questo atto di fede c’è anche la guarigione del nostro sguardo, il nostro passaggio dalla cecità alla luce. Non è un caso se l’annata liturgica A conserva nella IV domenica di Quaresima il testo tradizionale della guarigione del cieco nato in Gv 9. Anche questo è un motivo di gioia: ritrovare la vista, uscire dall’accecamento di chi non vede che sé stesso, di chi è accecato dalle proprie sofferenze, di chi è assorbito nel compito disperato e angoscioso di salvare se stesso a tutti i costi, e ritrovare la luce vedendo gli altri, il Signore di tutti, e se stesso insieme agli altri e davanti al Signore.

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La verità della relazione

Il profeta Osea non ha dubbi sull’atteggiamento fondamentale del Signore nei nostri confronti: «egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà» (Os 6,1). Il Signore Gesù non lascia alcun dubbio: «Io vi dico: questi a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (Lc 18,14). Così esorta Giovanni Crisostomo: «Rivela la tua coscienza in presenza di Dio, mostragli le tue piaghe e implora da lui i rimedi; rivolgiti all’Altissimo non come giudice, ma come medico» (Giovanni Crisostomo, L’incomprensibilità di Dio, 5). Ormai a metà del cammino quaresimale e mentre la marcia verso la Pasqua si fa corsa ardente e appassionata per reimmergerci nel mistero pasquale di Cristo Signore, siamo chiamati a fare sempre più ricorso alle fasce della misericordia senza dimenticare di essere i primi ad averne bisogno. Se, infatti, le fasce del giudizio stritolano la possibilità di conversione e di crescita dei nostri fratelli, le fasce della misericordia fanno sentire al caldo e al sicuro quanti sono ancora neonati nel cammino di fede, tanto da dare loro il coraggio del cambiamento. Così pure le fasce della misericordia permettono a quanti sono feriti a causa della debolezza della volontà e della fragilità nelle proprie scelte, di avere il tempo di lasciare che le piaghe non si infettino e possano gradualmente guarire fino a essere perfettamente risanate. L’atteggiamento del fariseo è fasciato nelle bende di una mummificazione che non ammette crescita e quindi non spera nelle possibilità della vita.
Il pubblicano è così consapevole della propria fragilità da essere capace di chiedere aiuto, tanto che «si batteva il petto» (18,13). Con questo gesto, che spesso ripetiamo all’inizio della celebrazione eucaristica, si manifesta una conoscenza umile e vera del proprio cuore, nemica di ogni mistificazione irrealistica che è il primo passo della superbia. La «conoscenza di Dio» (Os 6,6) reclamata dal profeta comincia sempre con un passo di lucidità su noi stessi che esige la capacità di andare oltre noi stessi per aprirci a un incontro così intimo con il Signore capace di mettere in luce la verità del nostro cuore senza che questo ci spezzi interiormente, ma, al contrario, ci rimetta in piedi senza cedere alla vanagloria. A ben pensarci, la boria di questo povero fariseo che non solo elenca davanti a Dio tutte le sue prodezze spirituali ma ha un bisogno incontrollabile di elencare pure le malefatte del suo vicino, nasconde un disagio che lo porta a moltiplicare le parole tradendo, così, le sue inquietudini più profonde, seppur ben mascherate. Il Signore predilige chiaramente l’atteggiamento del pubblicano non perché preferisca la trasgressione alla giustizia, ma perché ama di più una relazione fatta di verità piuttosto che un modo di porsi davanti a lui mascherando il proprio bisogno di essere accolti e di essere sempre perdonati e amati. La conoscenza di Dio, di cui ci parla il profeta, passa sempre attraverso la conoscenza di noi stessi che non può mai essere presuntuosa, ma sempre umile perché desiderosa di un contatto vero, che comporta sempre la capacità di assumere la nostra povertà di creature davanti alla bontà del nostro Creatore, che continuamente ci fascia con la sua misericordia.

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Dialogare con i desideri

Suscita un certo stupore — insieme forse a un pizzico di invidia — l’audacia di questo intraprendente scriba che riesce a strappare al Signore Gesù un sincero elogio per aver saputo discutere con lui di teologia in modo saggio e illuminato: «Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”» (Mc 12,34). In realtà non è tanto la domanda con cui lo scriba si è avvicinato a Gesù a provocare la sua reazione di compiacimento, ma il suo modo di restare dentro un dialogo di sincero confronto. Non sempre, quando ci accostiamo all’altro, siamo davvero liberi di mostrare i nostri più intimi desideri, senza però nascondere anche l’incertezza di non sapere se siamo sulla giusta strada per raggiungerli. Ripetendo le parole ascoltate da Gesù nella sua risposta, lo scriba se ne appropria, manifestando così una grande apertura al mistero di Dio: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici» (Mc 12,32-33). La semplice – ma decisiva – aggiunta della considerazione che l’amore vale più di qualsiasi sacrificio non è affatto una rielaborazione da poco conto del pensiero di Gesù. Rivela, anzi, un cuore talmente purificato dall’esperienza e dall’ascolto della parola di Dio da saper rinunciare a considerare «“dio nostro” l’opera delle nostre mani» (Os 14,4). Arrivare a credere che il vero — e unico — sacrificio che il cielo attende dalla terra non può essere altro che l’amore non è un cammino scontato perché, purtroppo, noi siamo maggiormente gratificati nel sacrificarci che nel dare fiducia all’altro, preferiamo dare affetto piuttosto che riceverne, amiamo mostrarci buoni anziché sentirci benvoluti anche quando non lo meritiamo. Riconoscere tutto questo e accettare che, nel nostro rapporto con Dio e con i fratelli, vorremmo sempre vedere in evidenza la nostra firma e la nostra forza, costa una sincera ammissione di colpa. Almeno quella di cui siamo tutti responsabili quando ci sforziamo di apparire sempre sicuri, determinati e padroni della situazione, anziché arrenderci e accogliere quella misericordia che ci può essere donata solo dalle mani dell’altro. Il profeta Osea trova le parole giuste per rendere quasi tangibile il sospiro di questa misericordia di Dio per la nostra umanità, che corrisponde a quel desiderio profondo di cui, nel tempo di Quaresima, dovremmo provare a riappropriarci interamente: «Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò profondamente, poiché la mia ira si è allontanata da loro» (Os 14,5). Un amore in grado di guarire la persona amata dalla sua infedeltà, capace di scendere nelle profondità del cuore dell’altro senza alcuna paura né violenza non si può certo improvvisare. È il frutto di una grande capacità di donarsi con generosità, ma senza quell’atteggiamento di conquista o di possesso che impedisce all’altro di trovare in se stesso la strada per aprirsi e farsi accogliente. La decisione con cui Dio si curva su di noi per renderci capaci di corrispondere al dono della vita non con sacrifici forzati o esteriori, ma con un’adesione personale e intima, è descritta dal profeta con accenti poetici: «Sarò come rugiada per Israele; fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano» (Os 14,6-7). Il Signore Dio nostro è capace di amarci con questa stupenda libertà, che gli consente di penetrarci nel profondo senza timore e senza clamore. Come la rugiada, gratuita umidità che dona un inaspettato refrigerio alla terra, come tante lacrime capaci di far rifiorire tutto ciò che sembrava arido e perduto: «Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, fioriranno come le vigne, saranno famosi come il vino del Libano» (Os 14,8).