
Suscita un certo stupore — insieme forse a un pizzico di invidia — l’audacia di questo intraprendente scriba che riesce a strappare al Signore Gesù un sincero elogio per aver saputo discutere con lui di teologia in modo saggio e illuminato: «Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”» (Mc 12,34). In realtà non è tanto la domanda con cui lo scriba si è avvicinato a Gesù a provocare la sua reazione di compiacimento, ma il suo modo di restare dentro un dialogo di sincero confronto. Non sempre, quando ci accostiamo all’altro, siamo davvero liberi di mostrare i nostri più intimi desideri, senza però nascondere anche l’incertezza di non sapere se siamo sulla giusta strada per raggiungerli. Ripetendo le parole ascoltate da Gesù nella sua risposta, lo scriba se ne appropria, manifestando così una grande apertura al mistero di Dio: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici» (Mc 12,32-33). La semplice – ma decisiva – aggiunta della considerazione che l’amore vale più di qualsiasi sacrificio non è affatto una rielaborazione da poco conto del pensiero di Gesù. Rivela, anzi, un cuore talmente purificato dall’esperienza e dall’ascolto della parola di Dio da saper rinunciare a considerare «“dio nostro” l’opera delle nostre mani» (Os 14,4). Arrivare a credere che il vero — e unico — sacrificio che il cielo attende dalla terra non può essere altro che l’amore non è un cammino scontato perché, purtroppo, noi siamo maggiormente gratificati nel sacrificarci che nel dare fiducia all’altro, preferiamo dare affetto piuttosto che riceverne, amiamo mostrarci buoni anziché sentirci benvoluti anche quando non lo meritiamo. Riconoscere tutto questo e accettare che, nel nostro rapporto con Dio e con i fratelli, vorremmo sempre vedere in evidenza la nostra firma e la nostra forza, costa una sincera ammissione di colpa. Almeno quella di cui siamo tutti responsabili quando ci sforziamo di apparire sempre sicuri, determinati e padroni della situazione, anziché arrenderci e accogliere quella misericordia che ci può essere donata solo dalle mani dell’altro. Il profeta Osea trova le parole giuste per rendere quasi tangibile il sospiro di questa misericordia di Dio per la nostra umanità, che corrisponde a quel desiderio profondo di cui, nel tempo di Quaresima, dovremmo provare a riappropriarci interamente: «Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò profondamente, poiché la mia ira si è allontanata da loro» (Os 14,5). Un amore in grado di guarire la persona amata dalla sua infedeltà, capace di scendere nelle profondità del cuore dell’altro senza alcuna paura né violenza non si può certo improvvisare. È il frutto di una grande capacità di donarsi con generosità, ma senza quell’atteggiamento di conquista o di possesso che impedisce all’altro di trovare in se stesso la strada per aprirsi e farsi accogliente. La decisione con cui Dio si curva su di noi per renderci capaci di corrispondere al dono della vita non con sacrifici forzati o esteriori, ma con un’adesione personale e intima, è descritta dal profeta con accenti poetici: «Sarò come rugiada per Israele; fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano» (Os 14,6-7). Il Signore Dio nostro è capace di amarci con questa stupenda libertà, che gli consente di penetrarci nel profondo senza timore e senza clamore. Come la rugiada, gratuita umidità che dona un inaspettato refrigerio alla terra, come tante lacrime capaci di far rifiorire tutto ciò che sembrava arido e perduto: «Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, fioriranno come le vigne, saranno famosi come il vino del Libano» (Os 14,8).