
La liturgia di oggi è dominata da una delle parole di Gesù più belle e affascinanti tra quelle che i vangeli hanno trascritto e consegnato alla contemplazione delle generazioni cristiane di ogni epoca e luogo: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Davanti a questa sublime proposta, che annuncia un esodo verso la libertà piena e vera, i Giudei — proprio quelli che hanno cominciato a porre in Gesù la loro fiducia — si ritrovano ad avere un’improvvisa reazione di disappunto: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi?”» (Gv 8,33). Il risentimento malcelato in queste parole lascia intendere quale sia il problema di fondo avvertito da quanti, pur avendo iniziato l’avventura del discepolato, a un certo punto si trovano a puntare i piedi di fronte all’orizzonte di radicalità spalancato dal vangelo di Cristo. Non è certo la proposta di emancipazione a sconcertare l’uditorio, ma il fatto che tale condizione appaia come l’esito di un lungo e graduale processo, frutto di ascolto, apprendimento e obbedienza. Forse potrebbe turbare anche noi il pensiero che la libertà non sia tanto qualcosa di cui già possiamo disporre, ma il frutto di un cammino inesausto che siamo chiamati a portare avanti con pazienza, attraverso l’umile ascolto della parola di Dio. La fede non è affatto il luogo dove la vita si trasforma in un istante, ma è un lento cammino di relazione con la voce di Dio, cammino nel quale la sua vita lentamente si riversa nella nostra creando una comunione d’amore. Non può esistere alcun superamento della schiavitù del peccato fuori da un rapporto di relazione autentica con colui che dal peccato può liberare. Questo è lo scandalo che i credenti sono chiamati ad accettare e assumere: «Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (Gv 8,36). Il Primo Testamento ci offre una splendida immagine di quale frutto di libertà il cammino di fede possa far maturare, attraverso l’esperienza di quei tre giovani che vengono gettati nella fornace ardente perché in terra d’esilio si rifiutano di piegare le ginocchia alle divinità babilonesi. Nell’inferno di insopportabili fiamme rimangono illesi, persino custoditi da un lieve soffio d’aria che impedisce la consumazione della loro vita. Il fuoco dell’odio sembra incapace di raggiungerli perché in loro arde già la fiamma di una tenace relazione con il Dio d’Israele: «Ma l’angelo del Signore, che era sceso con Azarìa e con i suoi compagni nella fornace, allontanò da loro la fiamma dal fuoco della fornace e rese l’interno della fornace come se vi soffiasse dentro un vento pieno di rugiada. Così il fuoco non li toccò affatto, non fece loro alcun male, non diede loro alcuna molestia» (Dn 3,49-50). I tre giovani sembrano diventare massimamente liberi proprio nel momento in cui la loro vita è posta dentro la morsa di un’invincibile ostilità, simbolo di una più profonda libertà interiore dal condizionamento culturale e religioso sperimentato da Israele durante l’esilio babilonese. Non grazie a una speciale forza di volontà o a un impavido coraggio, ma a causa dell’abitudine — maturata nel tempo — di non considerare la propria vita come una libertà assoluta, bensì come il frutto di una relazione che, nel momento cruciale, non può mai illudere perché, già al presente, è vissuta e percepita senza alcuna delusione: «Noi non abbiamo bisogno di darti alcuna risposta in proposito; sappi però che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace di fuoco ardente e dalla tua mano, o re. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto» (Dn 3,16-18).