Pubblicato in: Riflessioni personali

Perdono o per dono

Oggi le Scritture ci pongono a distanza ravvicinata con la sfida di un amore che si rende disponibile a raggiungere l’intensità e la qualità della misura divina. La domanda da cui prende avvio il Vangelo, con cui Pietro si rivolge a Gesù a nome dei discepoli di ogni tempo, ci risulta molto comprensibile e, persino, legittima, pensando alla fatica con cui ci misuriamo ogni volta che dobbiamo restare in relazione con qualcuno che ci ha ferito, abbandonato o tradito: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?» (Mt 18,21). Il dubbio sulla quantità degli atti di misericordia che saremmo tenuti a fare nei confronti dei nostri debitori manifesta molto chiaramente che, dal nostro punto di vista, si tratta soprattutto di uno sforzo che non vorremmo ripetere troppo a lungo, per non correre il rischio di essere logorati troppo in fretta dalle esigenze dell’altro. Inoltre attesta che, nella fatica relazionale, abbiamo l’abitudine di conservare in tasca una calcolatrice, pronti a conteggiare quanta pazienza dobbiamo ancora manifestare e quante altre occasioni siamo tenuti ad accordare all’altro, prima di poterci prendere una sottile e raffinata rivincita nei suoi confronti.  La lunga parabola del «re che volle regolare i conti con i suoi servi» (18,23) lascia intendere che, in realtà, il perdono sia più un problema di qualità che di quantità. Il racconto del servo a cui viene condonato un grosso debito (circa trecento tonnellate d’oro), incapace di avere misericordia nei confronti di chi gli è debitore soltanto di una piccola somma (circa mezzo chilogrammo d’argento), vuole segnalare un drammatico disturbo di (auto)coscienza da cui siamo tutti affetti. Smarriamo facilmente la consapevolezza di quanto la nostra vita sia dono gratuito, che non possiamo – ma soprattutto non dobbiamo – ripagare o conquistare con le nostre forze. A causa di questo oblio di memoria del cuore, spesso ci sentiamo in diritto di rivalerci sul nostro prossimo, tirandogli il collo, insensibili al grido di pietà del nostro fratello soffocato dal morso della nostra rabbia: «Il suo compagno prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”» (Mt 18,30). Molto diverso è invece lo sguardo mite con cui Anania, dentro la fornace ardente, solleva umilmente gli occhi al Dio del cielo. Nel fondo di un’angoscia che brucia e consuma, la sua voce diventa preghiera in prima persona plurale, manifestando una capacità di non concepirsi mai soli, nemmeno dentro una grande sofferenza: «Non ci abbandonare fino in fondo, per amore del tuo nome, non infrangere la tua alleanza; non ritirare da noi la tua misericordia» (Dn 3,34). La parola di Dio ci chiede, oggi, di provare a guardare le cose da un diverso punto di vista, per poter riconoscere nell’altro che sbaglia – magari rovinosamente contro di noi – un corpo debole e fragile, che soffre e sanguina proprio come il nostro: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (Mt 18,33). Solo partendo dal ricordo che siamo una radicale povertà amata da Dio, possiamo ritrovare uno sguardo di compassione verso i nostri fratelli e le nostre sorelle, cercando le strade più favorevoli per vivere insieme una comunione di pace e di perdono. Diventare misericordiosi è l’unica vera conversione a cui, in fondo, siamo chiamati per consentire a Dio di trasformare la realtà nel mistero del «regno dei cieli» (18,23). Essere misericordiosi ci libera dalla schiavitù del rancore e del risentimento, rendendoci in grado di camminare gli uni verso gli altri «con tutto il cuore» (Dn 3,14), fino in fondo: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22).