
Sia Pietro che Paolo ci vengono presentati dalla Parola di Dio in un momento particolare della loro esperienza di sequela. Pietro «era tenuto in prigione mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui» (At 12,5). Paolo arriva a dire con grande consapevolezza: «il mio sangue sta ormai per essere versato in libagione ed è il momento di sciogliere le vele» (2Tm 4,6). Ambedue gli apostoli fanno esperienza di un intervento capace di trasformare la loro situazione delicata e oppressiva. Il tempo dell’angoscia si trasforma in occasione di manifestazione di quanto e di come «l’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva» (Sal 33,8). Proprio un angelo scioglie con un «tocco» liberatorio Pietro, mentre sarà lo stesso Signore Gesù a presentarsi, nella notte, a Paolo per dirgli: «Coraggio». Pietro pensa di sognare quando «le catene gli caddero dalle mani» (At 12,7) e, invece, era proprio vero. Da parte sua, Paolo condivide con il suo discepolo una delle esperienze più forti della sua vita (At 23,11). Ne scrive come di una memoria capace di sciogliere i nodi della paura e i morsi dell’angoscia: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza… e così fui liberato dalla bocca del leone» (2Tm 4,17). Per un attimo sarebbe bello concentrare la nostra attenzione sui sentimenti profondi che animano il cuore dei due apostoli davanti alla memoria chiara e forte di un Dio che sa liberare. Anche noi come discepoli abbiamo bisogno, nei momenti più delicati e difficili, di una forza del tutto impossibile alle nostre forze. Le due colonne apostoliche sono la memoria vivente che a dare consistenza e irremovibilità all’edificio della Chiesa sono certo le colonne che siamo ciascuno di noi, ma soprattutto l’Architrave che è Cristo. Celebrare insieme Pietro e Paolo significa, per la Chiesa, fare memoria di due uomini e di due apostoli così diversi. Furono capaci di arrivare fino allo scontro aperto e all’ammirazione più sincera. Celebrare in un solo giorno – come si ripete insistentemente nella liturgia odierna – il martirio di Pietro e di Paolo, significa celebrare la forza di Dio capace di sciogliere in terra ogni resistenza al vangelo. Diventare discepoli e testimoni fino al dono della vita significa superare radicalmente ogni logica di contrapposizione e di concorrenza per diventare veramente fratelli. Possiamo a ragione dire che gli apostoli hanno sperimentato gradualmente e veramente cosa significhi essere sciolti dalla paura, dalle precomprensioni e dai pregiudizi, tanto da cambiare così profondamente fino a dire: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,15) e affermare nelle catene «Il Signore mi libererà da ogni male» (2Tm 4,18). Quando Pietro esclama stupito «Ora sono veramente certo che il Signore ha mandato il suo angelo» (At 12,11) non ci dice quali fossero le sue sembianze. Possiamo immaginare un essere alato, ma anche un fratello in carne e ossa. Ciò che importa è che, se accettiamo di diventare discepoli fino in fondo, potremo sperimentare la liberazione e la fraternità come segno e sigillo della nostra sequela.