Mosè ordina al popolo qualcosa di semplice e di particolare al contempo: «Conterai sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni» (Lv 25,8). Forse un po’ ci ricordiamo della gioiosa fatica che abbiamo affrontato tutti da bambini nell’imparare a contare prima e a imparare a memoria le tabelline dopo. Per un attimo potremmo far finta di non saper contare… tutto diventerebbe complicato e ben più che non saper leggere. Contare significa essere in grado di prendere continuamente le misure dello spazio e del tempo per contestualizzare la propria vita. In realtà contiamo continuamente e la Parola di Dio ci chiede di imparare a contare in un modo diverso. Il mistero del Giubileo è una sorta di rimedio al rischio di contare sempre e solo nella linea di avere di più per contare di più. Al contrario, la logica del Giubileo ricorda a ciascuno come il segreto della vita non sta nell’ammassare e nel massimizzare i profitti, anche a costo di depauperare la casa comune e incrinare i rapporti tra persone. Allora ecco che spunta, per così dire, un modo diverso di contare che diventa la memoria di una gratuità di cui non bisognerebbe mai dimenticarsi: «Quanti più anni resteranno, tanto più aumenterai il prezzo; quanto minore sarà il tempo, tanto più ribasserai il prezzo» (Lv 25,16). Alla luce delle indicazioni giubilari possiamo capire meglio ciò che non funziona nel cuore, nella mente e nella corte di Erode. Il re pensa di poter disporre di tutto senza nessun limite, fino a promettere esageratamente: «egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto» (Mt 14,7). La reazione a questa incapacità di autolimitarsi da parte del re è una richiesta che forse lo stesso Erode neppure aveva potuto immaginare: «Ella, istigata da sua madre, disse: “Dammi, qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista» (14,8). Se Erode avesse saputo “contare fino a dieci”, forse non si sarebbe messo in una condizione così imbarazzante, tanto da commettere un’iniquità che neppure voleva mettere in atto: «Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione» (Mt 14,9). Di lontano risuona il monito del Levitico: «Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è un giubileo: esso sarà per voi santo» (Lv 25,11). Se non si può potare la vigna, figuriamoci se si può tagliare la testa a qualcuno. Tutto comincia sempre dalle piccole cose. Il rispetto della natura, l’attenzione a calcolare con cura ciò che veramente ci serve per vivere e ciò che invece è superfluo, la vigilanza sulle proprie pretese di disporre fino a imporre le cose più assurde per soddisfare immediatamente i propri bisogni e velleità. Possiamo definire tutto ciò un atteggiamento giubilare. Si tratta di non metterci mai al centro, ma accettare di essere parte di un mondo più grande che, se ci soccorre nelle nostre necessità, abbiamo il dovere di rispettare accettando di farci limitare. Si tratta di imparare ogni giorno a contare da uno a dieci prima di fare sciocchezze… talora pericolose per noi stessi e per gli altri.
La Parola di Dio con cui la Liturgia accompagna questa nostra giornata è una vera ispirazione in un tempo, come quello estivo, in cui molti cercano di cambiare aria raggiungendo luoghi diversi da quelli in cui si vive abitualmente, per darsi dei tempi da vivere con un ritmo diverso da quello consueto. Si potrebbe dire che a inventare le “vacanze” siano state le religioni. Infatti, una delle realtà che distingue la vita degli umani da quella degli altri animali è proprio l’alternanza del ritmo di lavoro e di riposo, di ordinarietà dei giorni e della straordinarietà delle feste. Ciò che poteva essere solo il privilegio di alcuni di potersi sottrarre a un ritmo sempre uguale e talora opprimente, diventa un dono per tutti. Il Levitico ordina con chiarezza e in modo universale: «Queste sono le solennità del Signore… non farete alcun lavoro servile» (Lv 23,8.36). Secoli prima della conquista da parte della classe operaia di avere diritto a un ritmo di lavoro che contemplasse anche dei tempi di riposo con la propria famiglia, i propri amici e per coltivare i propri hobbies, le Scritture ricordano a tutti che l’uomo non è solo «faber», ma è pure «festivus». Il ritmo delle feste liturgiche che troviamo non solo in Israele, ma in tutte le tradizioni religiose dell’intera umanità, è il primo sbocciare di un calendario. Ogni calendario non serve solo a contare i giorni e a calcolare i tempi, ma a vivere i giorni e le ore con la consapevolezza che sono l’occasione per vivere pienamente la propria esistenza con consapevolezza e libertà, non solo sotto la spinta della costrizione e della necessità. L’indicazione rituale per la festa delle primizie diventa simbolo di un atteggiamento e di un desiderio: «perché sia gradito per il vostro bene» (23,11). Attraverso lo scorrere del tempo siamo chiamati non semplicemente a passare il tempo, ma a far sì che questo ci faccia bene, fino a rendere capace ciascuno di compiere il bene. Non basta, per vivere adeguatamente il tempo, bisogna pure saper abitare sapientemente gli spazi della vita e i luoghi di vita. Nel Vangelo vediamo il Signore Gesù che torna «nella sua patria» (Mt 13,54), che si rivela un luogo inospitale e persino ostile. La conclusione della pericope risuona come una dolorosa constatazione: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua» (Mt 13,57). Non basta riconoscere un luogo come caro a renderlo automaticamente un luogo vitale. Non basta neppure avere a disposizione del tempo utile per le proprie occupazioni, per far sì che il tempo sia propizio e fecondo. Molto, talora persino tutto, dipende dalla nostra libertà davanti alle costrizioni. Proprio le costrizioni sono in grado di paralizzare, oppure possono diventare l’occasione per ulteriori approfondimenti, fino a dilatare i nostri orizzonti interiori ed esteriori. Come ogni pio israelita, siamo chiamati a vivere il tempo cercando di vivere fino in fondo ogni momento. Come il Signore Gesù, dobbiamo essere capaci di amare i luoghi senza attaccarci ad essi, ma rimanendo disponibili a nuovi scenari talora impensati, ma non meno magnifici.
Le due parabole, del tesoro e della perla, sono in realtà una sola, come uno solo è l’insegnamento che possiamo trarne. Il tesoro e la perla sono certo due immagini che significano la preziosità del dono del Vangelo. Ma il messaggio più importante da cogliere non è tanto l’oggetto trovato, quanto il sentimento con cui lo si cerca, lo si riconosce e si fa di tutto perché ci appartenga. Se rimane vero che bisogna preferire il messaggio evangelico a ogni altro tesoro, ritenendolo più prezioso di ogni «perla di grande valore» (Mt 13,46), è ancora più importante vivere tutto questo con piacere, con gioia. Si tratta di avere la stessa passione e competenza di un collezionista d’arte nel proprio cammino spirituale. Non va mai dimenticato che la scelta di diventare discepoli non è una mortificazione, ma una dilatazione della speranza e un ampliamento del gusto di vivere. Quando qualcuno o qualcosa conquista profondamente il nostro interesse e la nostra passione, si attiva naturalmente una disposizione a rischiare tutto ciò che è necessario per poter raggiugere l’oggetto del nostro desiderio. Con la sensibilità del suo cuore e della sua epoca, Giovanni Crisostomo spiega così: «Questa perla unica è la verità, e la verità è una, non si divide. Possiedi una perla? Allora, tu conosci la tua ricchezza: è racchiusa fra le tue mani; tutti gli altri ignorano la tua fortuna. Così è del Vangelo: se l’abbracci con fede, se resta racchiuso nel tuo cuore, quale tesoro possiedi! Tu solo lo conosci: chi non crede ne ignora la natura e il valore e non ha alcuna idea della tua incalcolabile ricchezza” (GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sul Vangelo di Matteo, 47, 2). La nota emotiva messa in evidenza dal Signore Gesù nella parabola è una sorta di parabola nella parabola: «pieno di gioia» (13,44) e con il coraggio di assumersi tutti i rischi, «vende tutti i suoi averi» (13,45). Quest’oggi potremmo fare particolare attenzione non tanto a quello che facciamo o non facciamo, ma a come compiamo i nostri gesti quotidiani perché siano all’altezza del dono del Regno di Dio. Esso viene a noi attraverso gli incontri, i compiti, le cose previste e, ancora di più, attraverso gli imprevisti. Questa sera potremmo fare l’esame di coscienza sulla gioia, la soddisfazione, la voglia di rischiare per ciò che sentiamo portare una promessa di vita alla nostra esistenza quotidiana, fino a farne dono agli altri in una passione condivisa. L’augurio che possiamo farci è di vivere, almeno qualche volta, la stessa esperienza di Mosè: «mentre egli scendeva dal monte – non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con il Signore» (Es 34,29). Nel libro dell’Esodo ci viene detto che Mosè è obbligato a mettere un «velo sul viso, fin quando non fosse di nuovo entrato a parlare con il Signore» (34,35). Non si tratta certo di abbagliare gli altri con le nostre esperienze. Il compito è quello di condividere nella semplicità del quotidiano il frutto di ciò che abbiamo cercato e trovato come il segreto intimo della nostra gioia. Inoltre, va accuratamente evitato, come avviene per il Signore Gesù, che gli altri abbiano «timore di avvicinarsi» (34,30). Anzi, il contrario!
Quando pensiamo alla rivelazione del Nome di Dio, giustamente con la mente e il cuore andiamo al momento in cui l’Altissimo si rivela a Mosè nel roveto ardente: «Io sono»! In realtà il Nome di Dio non può mai ridursi a un semplice nominativo. La divina nominazione rimanda sempre all’avventura infinita di una scoperta continua. Questa scoperta non solo dura tutta la vita e persino oltre la morte, ma si approfondisce e si dilata. La prima lettura di quest’oggi mette insieme due luoghi di rivelazione che permettono a Mosè di incontrare Dio e, soprattutto, di farsi incontrare da Lui: la «tenda» (Es 33,7) e, ancora una volta, la cima del Sinai, dove il Signore «scese nella nube» (34,5). Dopo il travaglio dell’uscita dall’Egitto e la fatica di marciare nel deserto per far maturare la libertà necessaria a entrare nella terra della promessa, il Signore rivela il suo Nome in modo rinnovato: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni» (Es 34,6). A partire da queste parole possiamo comprendere meglio il mistero di quel «Io sono colui che sono!» (3,14). Il nome di Dio non è che l’indizio per conoscere il cuore di Dio! Conoscere il cuore dell’Altissimo non può certo essere racchiuso in una definizione, ma è la rivelazione di una relazione che per sua natura e vocazione è in divenire e in perenne crescita. Ci sono parole che toccano il nostro cuore credente solo quando i tempi del cuore si fanno più maturi. Mosè aveva ricevuto un indizio, e non una definizione, nel suo incontro con l’Altissimo nel misterioso roveto ardente. La sua domanda iniziale davanti al «grande spettacolo», che lo distrae dalle greggi del suocero per farlo tornare al dramma del suo popolo ancora schiavo in Egitto, suona come un dovere di intelligenza: «perché il roveto non brucia?» (3,3). Dio non risponde a Mosè, ma gli chiede di mantenere la distanza. Mai possiamo dimenticare che la rivelazione di Dio al nostro cuore non si può verificare, si può soltanto accogliere come una missione. A distanza di tanto tempo e dopo tante prove, Mosè è in grado di comprendere ciò che gli era sembrato spettacolare, senza ancora cogliere fino in fondo il messaggio: «il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava» (3,2). Ad ardere senza consumarsi né, tantomeno, consumare è l’estrema compassione di Dio per il suo popolo. Questa compassione cresce in quanto, da essere benevolenza verso degli oppressi, si fa perdono per i peccatori. Alla luce di quando la prima lettura ci permette di comprendere, allora possiamo sentire tutta la forza della risposta di Gesù alla domanda dei discepoli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo» (Mt 13,36). La spiegazione, in realtà, non è poi così ingegnosa, ci si potrebbe facilmente arrivare da soli senza scomodare il Maestro. Ma l’esortazione finale fa la differenza: «Chi ha orecchi ascolti» (Mt 13,43). Nessun segno spettacolare come quello del roveto come nessuna spiegazione chiara ed esaustiva possono sostituirsi alla nostra reale disponibilità a vedere con gli occhi di Dio e ad ascoltare con il suo cuore «ricco d’amore» (Es 34,6).
L’odierno brano evangelico presenta Gesù che, insieme ai discepoli, si sposta nella zona montuosa non lontana da Tiberiade (Gv 6,1.3). Giovanni annota che una “grande folla” lo seguiva. Questa espressione, che qui indica le persone che lo seguivano perché avevano visto i segni che egli faceva sugli infermi, la ritroviamo, nel IV vangelo, solo nell’episodio dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, quando si afferma che “la grande folla … accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti” (Gv 12,9; cf. anche 12,12). C’è un vedere i segni compiuti da Gesù o i loro esiti (Lazzaro risuscitato da morte) che per Gesù equivale a non fede. E Giovanni l’ha annotato: “Molti, vedendo i segni che compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro” (Gv 2,23-24). Gesù non pone fiducia nella fede di chi crede in lui a partire dalla constatazione dei prodigi compiuti. Salito sul monte e postosi a sedere, nella posizione da cui solitamente impartiva il suo insegnamento (cf. Mt 5,1-2; Lc 5,3; Gv 8,2), in realtà Gesù non pronuncia alcun insegnamento. L’evangelista annota però la prossimità della Pasqua (Gv 6,4) e poi lo sguardo di Gesù sulla numerosa folla (Gv 6,5). La prossimità della Pasqua, alla luce del racconto successivo, cioè il dono sovrabbondante del pane per le folle, è indicazione discreta del senso ultimo del dono del pane che sfama le folle. Ovvero, è segno e profezia del dono della vita che Gesù fa alle moltitudini consegnando la propria vita alla morte. Quella morte che sarà vivificata nell’evento pasquale. Giovanni riferisce lo sguardo di Gesù sulle folle che vengono a lui. Che cosa vede Gesù? Che cosa suscita in Gesù il vedere quelle folle numerose che lo cercano? Gesù si mostra preoccupato di dare loro da mangiare, di nutrirle. E pone una domanda a Filippo, una domanda che ha intento pedagogico, che vuole testare l’intelligenza di fede del discepolo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?” (Gv 6,5). L’iniziativa di sfamare le folle non viene dai discepoli (come nei Sinottici), ma direttamente da Gesù. Non è motivata neppure dalla compassione nei confronti di folle stanche o smarrite o bisognose (come in Mc 6,34; 8,2; Mt 15,32). Il gesto di Gesù è sovranamente gratuito: è un’azione, non una reazione. Nasce solo dal suo sguardo sulla folla in quel tempo prossimo alla Pasqua (cf. Gv 6,4). E così il gesto appare rivelativo: sia in rapporto al Dio che nella Pasqua compirà il suo amore sovrabbondante per l’uomo donando il suo stesso Figlio per la vita del mondo, sia in rapporto all’uomo e alla sua fame non dovuta a particolari circostanze, ma fondamentale, costitutiva. Questa fame non è una disgrazia, ma la verità umana ordinata alla verità di Dio che la precede e la fonda e che è il desiderio di Dio di consegnarsi all’uomo per aver comunione con lui e perché l’uomo abbia la vita in abbondanza. Potremmo dire che Gesù vede nelle folle una fame che lui solo può saziare. E questa è la fame che lui stesso desta e che porta tanti uomini e tante donne a seguirlo, a desiderare la sua parola, a nutrirsi dei suoi insegnamenti. Egli è colui che desta la fame e che la sazia: è la fame e il cibo: “Chi viene a me non avrà più fame” (Gv 6,35). Gesù, che a Cana aveva donato il vino migliore (Gv 2,1-12), che alla Samaritana aveva annunciato il dono dell’acqua che estingue la sete in eterno (Gv 4,14), ora dona il pane in abbondanza (Gv 6,12-13). Lui stesso è questo pane, rivelerà Gesù nel discorso nella sinagoga di Cafarnao: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!” (Gv 6,34). E come il vino di Cana (Gv 2,9) e l’acqua della Samaritana (Gv 4,11) sono accompagnati dalla domanda sulla loro origine con l’avverbio pòthen, “da dove?”, così ora Gesù stesso chiede a Filippo “da dove (pòthen) potremo comprare il pane …?” (Gv 6,5). E in Giovanni questo avverbio non indica tanto un luogo quanto la sorgente di ogni dono, l’origine di ogni dono: Dio, il Padre: “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre” (Gc 1,17). Filippo non coglie l’intenzionalità profonda della domanda di Gesù e si arresta al piano materiale della monetizzazione del pane da acquistare rilevando l’assoluta inadeguatezza anche di una cifra significativa come duecento denari: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo” (Gv 6,7). E in fondo, anche Andrea, altro discepolo che segnala a Gesù la presenza di un ragazzo che ha quel po’ di cibo a partire dal quale Gesù sfamerà le folle, è nella stessa logica: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?” (Gv 6,9). Gesù, allora, prende l’iniziativa e lui stesso, in prima persona, prende quel cibo e lo distribuisce rendendo grazie. Tutti si cibano a sazietà e avanza ancora parecchio cibo (Gv 6,10-13). La folla coglie correttamente il gesto di Gesù come segno che rivela qualcosa della sua identità profonda (cf. Gv 6,14), ma ne trae conseguenze che Gesù rigetta. Sapendo che volevano farlo re, Gesù si ritira in solitudine sulla montagna (cf. Gv 6,15). La sua regalità è altra e apparirà nella paradossale gloria del Crocifisso. Gesù si ritira, “fa anacoresi”, persino “fugge”, secondo alcuni testimoni della tradizione manoscritta (Gv 6,15). Fugge coloro che di un profeta vogliono fare un re, coloro che da un gesto di amore e di rivelazione vogliono trarre un’istituzione politica. Fugge chi lo applaude e lo acclama, fugge persino i propri discepoli, mostrando che a volte l’arte della fuga è l’unica possibilità di salvaguardare la qualità e la dignità della propria vita e il carattere evangelico della propria fede. Notorietà e successo possono disumanizzare. Perché dunque questa fuga? Gesù legge come tentazione l’intenzione delle folle, che potrebbe apparire un riconoscimento della sua potenza, perfino qualcosa di conforme al volere divino e che rende più efficace la sua missione. Ma Gesù sa che la traduzione in potere politico di un gesto profetico è uccisione della profezia. Soprattutto, Gesù sa che la tentazione avviene in situazioni quotidiane, mediante ministri umani e attraverso vie che a molti potrebbero apparire non tentazione satanica, ma volontà divina. Come discernere? L’intento delle folle di fare re Gesù è stravolgimento del suo gesto di donazione sovrabbondante in un do ut des in cui esse accordano potere su di loro a chi dona loro cibo e sussistenza. Accettare di essere re significherebbe entrare in un gioco perverso di potere in cui non vige il servire gli altri, ma il servirsi degli altri. E servirsene inducendo gli altri a dare il loro consenso grato allo sfruttatore. E questo si chiama abuso. Il rifiuto di essere fatto re rivela che Gesù non vuole che gli uomini si asserviscano, pagando con l’obbedienza e la sottomissione il pane che potrebbero ricevere. Gesù chiama alla libertà e fa della sua vita un insegnamento di libertà. Egli rifiuta la logica del grande Inquisitore di Dostoevskij che afferma che, poiché l’uomo non è all’altezza della libertà, l’istituzione ecclesiastica ha dovuto rivestire gli abiti regali per andare incontro all’ansia umana di inchinarsi davanti a qualcuno e per porre rimedio al dono insopportabile della libertà che Gesù fece all’umanità. “L’uomo non cerca Dio, ma miracoli”, afferma il grande Inquisitore. Per questo, egli prosegue, “dal Tentatore noi accettammo … la spada di Cesare e ci proclamammo re della terra, gli unici re … Chi mai infatti deve dominare gli uomini, se non quelli che dominano la loro coscienza e nelle cui mani è il loro pane?”. Rifiutando la regalità, Gesù rifiuta di servirsi del miracolo e del potere come strumenti di asservimento dell’uomo; rifiuta il dominio sulla coscienza dell’altro. Per Gesù non esistono sudditi, ma fratelli. Gesù si rifiuta di piegare la fame, il bisogno ontologico dell’uomo, a un personale disegno di potere. E così interdice anche alla chiesa e agli uomini di chiesa di sfruttare la debolezza e il bisogno umano, la sofferenza, la paura, la malattia, il peccato, la mediocrità degli uomini per indurli a consegnare la propria coscienza nelle mani di chi potrà assicurare loro comprensione, perdono e consolazione. Al contrario di quanto afferma il grande Inquisitore: “Essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: ‘Riduceteci in schiavitù, ma sfamateci’. Comprenderanno essi stessi che libertà e pane terreno sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro!”. Stando al linguaggio di Dostoevskij, Gesù si rifiuta di servirsi di “miracolo, autorità e mistero” per manipolare il consenso di una persona, per ergersi a padrone della sua coscienza. Se a Gesù, secondo il grande Inquisitore, “la libertà della fede era più cara di tutto”, l’Inquisitore, come ogni manipolatore e abusatore che si muove nello spazio ecclesiale, si erge a benefattore dell’umanità portandola a rinunciare “al grave fastidio e al terribile tormento di dovere personalmente e liberamente decidere”. Dice il grande Inquisitore: “tu non volesti privar l’uomo della libertà e respingesti l’invito a mutare le pietre in pane, perché, così ragionasti, quale libertà può mai esserci, se l’ubbidienza è comprata con pani?”. Purtroppo, la logica e il dinamismo psichico perverso del grande Inquisitore non è faccenda del passato, ma si ripresenta in ogni caso di abuso e manipolazione nella chiesa.
Può generare un certo imbarazzo l’insistenza della prima lettura nello stabilire un nesso così forte tra l’accoglienza dell’alleanza con Dio e il segno del sangue. L’accoglienza da parte del popolo del dono delle “dieci parole” passa attraverso una sorta di compromissione e non semplicemente di una passiva e distratta accettazione. Nel segno del sangue si manifesta la partecipazione attiva del popolo nella ricezione di un dono che ha per fine quello di di tenere viva la relazione tra Dio e il suo popolo. Solo la partecipazione corale permette di entrare in un regime di alleanza, senza più accontentarsi di vivere in uno stato di sottomissione o di indifferenza. Il desiderio dell’Altissimo di entrare in relazione con il suo popolo richiede una risposta che permetta all’umanità di entrare nel progetto di Dio per la vita di tutti: «Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: “Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di queste parole!”»> (Es 24,8). La risposta generosa del popolo sembra esigere un segno forte che ne sottolinei la serietà di coinvolgimento: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto» (24,7). Come nella vita di relazione, quando i rapporti umani sono autentici e solidi, così nel rapporto con il Signore ciò che viene prima e subito è l’adesione del cuore. L’adesione concreta si fa “pratica di relazione” senza perdersi in vuote teorie. Nel Vangelo, il Signore ci racconta un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo» (Mt 13,24). Questo non toglie che «venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò» (13,25). Al panico dei servi corrisponde la calma operosa del padrone. Questi dimostra una grande fiducia nel fatto che, per quanto possa essere più difficile e faticoso far crescere insieme la zizzania e il buon grano, questo non significa che non lo si potrà distinguere e raccogliere nel «granaio» (13,30). Fondamentale per non fare più danni cercando di correre ai ripari è di non cedere alla fretta dettata dall’ansia. Il primo passo sembra essere proprio quello della fiducia nella e verso la vita senza cedere a inutili allarmismi e a frettolose soluzioni, che rischiano di fare più male che bene. Non bisogna mai scendere a patti con la violenza, nemmeno quella animata dai sentimenti più generosi di mettere ordine e di fare pulizia con l’intento di mettere tutto a posto. La giustizia, secondo il cuore di Dio, segue il ritmo della vita. La vita concreta, vissuta e patita non è scritta nella sabbia e nella polvere, ma sulla pietra e con il sangue. Per questo possiamo confidare che tutto andrà per il meglio e conoscerà la sua pienezza se sapremo coltivare la pazienza dell’attesa e l’operosità generosa del momento presente. Diventare capaci di vivere il momento presente significa saper portare il peso di ciò che ancora non c’è o, almeno, non è ancora chiaro, così da poterlo distinguere senza correre il rischio di prendere lucciole per lanterne, per citare un proverbio a tutti noto.
La parola dell’apostolo Paolo può offrirci lo strumento per leggere l’esperienza singolare di Brigida di Svezia, copatrona d’Europa: «mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio» (Gal 2,19). L’augurio di Paolo è stato vissuto in modo così profondo da Brigida da renderla magnificamente una donna «viva»! Il segreto della vitalità e della fecondità di Brigida sta nel suo continuo conformarsi al mistero di Cristo attraverso tutte le vicissitudini, fasi e stati della sua esistenza. Sulle labbra e, prima di tutto, nel cuore di questa donna, così viva da essere ardente, possono risuonare nuovamente quelle dell’apostolo: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,19-20). Bisogna stare molto attenti a non interpretare queste parole come l’invito a una vita mortificata, quasi che il dolore sia un valore a sé stante. Ciò che sta al cuore dell’esperienza discepolare non è la mortificazione, ma la relazione con quel Signore che «mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (2,20). Ciò che ha reso viva la vita di Brigida è stata l’esperienza di intimità con il Signore nelle cui piaghe di Crocifisso e di Risorto ha attinto il segreto di una vita continuamente scambiata nella logica di un amore appassionato e creativo. Così Brigida può veramente non solo intercedere per i nostri popoli europei, ma diventare un modello per ogni cittadino e cittadina del nostro continente. La sfida per costruire insieme un mondo più giusto e gioioso è di non rinchiudersi in nessun confine: né nazionale, né mentale. Brigida diventa un modello non solo di itineranza geografica, ma di apertura mentale e di cuore. Fu questa sua attitudine ad andare incontro all’altro sia nell’intimità della famiglia che nelle relazioni ecclesiali, sociali e politiche. Il Vangelo che accompagna questa festa ci rimanda all’immagine della «vite» (Gv 15,1). Quando il Signore Gesù evoca la vigna ci rammenta come la vita non può essere feconda se non in una relazione vitale in cui gli elementi sono molteplici: la vite, i tralci, l’agricoltore, i frutti, i vendemmiatori… La speranza di una gioia che sia duratura e autentica sembra essere direttamente proporzionale alla capacità di collaborare e cospirare insieme in una profonda comunione di intenti. Il Signore Gesù sembra supplicare i suoi discepoli: «Rimanete in me e io in voi» (Gv 15,4). Non solo, li mette anche in guardia da quello che sembra essere il più grande pericolo: «Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (15,6). In altri termini, si potrebbe dire che bisogna vigilare attentamente sulla tentazione di potersi separare dagli altri pensando di fare meglio da soli. Al contrario, è solo la disponibilità a sentirsi gli uni parte degli altri a far sì che la linfa vitale circoli e la vita sia veramente viva per tutti e per ciascuno. Allora non ci resta che chiedere l’intercessione di Brigida perché, dall’estremo nord del nostro continente europeo all’estremo sud dove attraccano o naufragano tanti nostri fratelli e sorelle in cerca di speranza, ci sentiamo sempre di più tralci della stessa vite e membra dello stesso corpo.
Maria Maddalena, o di Magdala, di cui oggi facciamo memoria, è ricordata dai vangeli soprattutto negli ultimi capitoli, tra le donne testimoni della crocifissione e della resurrezione di Gesù. Solo Luca la menziona esplicitamente anche altrove, tra le donne “guarite da spiriti cattivi e da infermità” che seguivano e servivano Gesù. Da lei, specifica l’evangelista, “erano usciti sette demoni” (Lc 8,2-3). Maria è dunque innanzitutto la testimone della morte e l’annunciatrice della vita di Gesù. Colei che sta presso la croce e vede l’eccesso dell’amore; e poi corre al sepolcro, attratta da quel corpo amato, e lì scopre che l’amore è vivo e la invia, prima fra tutti, ad annunciarlo agli altri discepoli, per cui sarà ricordata come “l’apostola degli apostoli”. Eppure, più che come annunciatrice, nell’immaginario collettivo Maria è presente come la peccatrice penitente. Pensiamo alle immagini, soprattutto occidentali, che la ritraggono discinta, a indicare il suo presunto peccato, e penitente! I “sette demoni” hanno fatto correre la fantasia esegetica già degli antichi, che identificano Maria di Magdala con la peccatrice di cui lo stesso Luca narra appena prima del brano sulle donne a seguito di Gesù. Colei che, portando un vaso di profumo, unse i piedi del Maestro, asciugandoli e baciandoli, con una libertà che aveva scandalizzato il fariseo Simone (cf. Lc 7,36-39). I sette demoni sono bastati per un’identificazione che l’esegesi moderna mette in discussione, insieme all’altra, anch’essa antica, che associa Maria Maddalena a Maria di Betania. Identificazioni a parte, ciò di cui per certo i vangeli parlano è una donna che ha conosciuto un passaggio di guarigione e di rinascita. Maria ha visto prima nella sua carne e poi in quella del Maestro l’azione nefasta della morte. Quindi, prima nella sua carne e poi nel corpo del Maestro, la potenza della vita: lei liberata dai sette demoni e Gesù dalle catene della morte. Questo passaggio è il messaggio del vangelo di oggi. Il primo tratto che emerge da questo brano è il pianto di Maria. Per quattro volte in pochi versetti torna il verbo “piangere” (vv. 11, 13, 15). Per due volte sotto forma di una domanda che si ripete identica, sulla bocca dei due angeli e di Gesù: “Donna, perché piangi?” (vv. 13 e 15). Quel pianto però si scioglierà in un grido di esultanza, in quel “ho visto” dell’ultimo versetto, espressione del passaggio dalla morte alla vita, dall’angoscia di aver perso, alla gioia di aver ritrovato. E in mezzo l’incontro risanatore con il Signore, riconosciuto dal tono della voce che, con straordinaria semplicità e grazia, dice solo il suo nome, “Maria”, risvegliando così in lei l’identità e la funzione di colui che la chiamava: “Maestro” (v. 16). Ecco l’incontro di guarigione. Maria riascolta la voce: la sua vocazione originaria. E poi ridà a Gesù lo spazio che gli spetta nella sua esistenza: Rabbunì, Maestro, più precisamente: “Mio maestro”. Questo richiede che Maria accetti un altro passaggio: dal Maestro come lo aveva conosciuto a un altro modo di presenza. È quello che Gesù le chiede con quel “non mi trattenere” (v. 17), un imperativo presente che dice durata e che potremmo tradurre con “non continuare a trattenermi”. Maria deve lasciare. Solo così potrà rinascere. Lasciare per ritrovare. E soprattutto lasciare che il Signore sia il Signore e lei la discepola.
La parola di Dio, oggi, non ci parla — né assicura — quei lavori di cui siamo tutti in affannosa ricerca o rimpianto, quei contratti a tempo indeterminato che ci risparmiano la fatica di dover cercare un nuovo impiego tra qualche mese. Annuncia un mistero di più grande respiro e — perché no — ben più utile alla nostra esperienza quotidiana. Gettato nel deserto per vivere l’avventura, e il compito, della libertà, il popolo di Israele rimpiange in fretta le garanzie e il tempo della schiavitù. «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine» (Es 16,3). Il libro dell’Esodo riserva una sorpresa per questa infelice attitudine, raccontando come una solenne mormorazione possa non andare necessariamente incontro alla rabbia del Signore, ma suscitare persino una sua premurosa risposta. Non determinata dai nostri ricatti, ma dai suoi disegni di giustizia e di amore. Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge» (16,4). Mentre nutre la fame del popolo, il Signore non si lascia sfuggire l’occasione di mettere alla prova la sua fede. È, in qualche modo, la stessa scelta che il Maestro Gesù compie quando inizia a parlare in parabole, nel vangelo di Matteo. Dopo il grande discorso della montagna (cc. 5-7), i primi segni (cc. 8-9), la prima onda missionaria (c. 10), le prime dispute e i primi rifiuti (cc. 11), l’annuncio del Regno sembra conoscere la difficoltà di radicarsi nella terra dell’umanità. Allora Gesù ricorre a un linguaggio che persegue il duplice obiettivo di illustrare e custodire il vangelo davanti alla libertà dei suoi ascoltatori. «[…] Un’altra parte cadde su terreno buono e diede il frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti» (Mt 13,8). La storia dei diversi terreni che, con le loro difficoltà, ostacolano il maturare del seme, posti in contrapposizione al terreno buono che porta un frutto impensabile, ci dice quanto la maturazione della Parola di Dio in noi sia un percorso difficile, che tuttavia giunge a una sorprendente fecondità. Di questa parabola facciamo fatica a custodire l’unità, ora facendo memoria solo dei limiti nei quali inciampiamo frequentemente — superficialità, emotività, idolatria — ora illudendoci con la sola speranza del riscatto finale. La voce di Dio non si lascia determinare né dalle nostre resistenze, né dalle nostre paure. Ci chiede di essere anzitutto un cuore che ascolta e comprende che, in questo mondo, non siamo solo viandanti in un deserto dove sopravvivere nutrendo la nostra fame. Siamo pure terra fertile, capace di portare il frutto che nutre la fame dei fratelli.
In pochi versetti troviamo nella prima lettura un triplice riferimento al «parlare», mentre il Signore Gesù chiede a ciascuno di aprirsi a un ascolto sempre più profondo e più vero di quella che è la «volontà del Padre» (Mt 12,50). Nella tradizione ebraica, i legami familiari sono fortissimi, come in tutte le antiche culture e assumono un peso ancora più grande a motivo della fede condivisa nel Dio dei Padri, che si riceve in eredità con il latte materno e si identifica con i propri legami di sangue che risalgono fino a Dio. Questo ha come effetto che la famiglia, come in molte culture antiche i cui valori sopravvivono talora fino ai nostri giorni, ha un diritto di parola che si fa talora diritto di veto sulla vita e le scelte dei propri congiunti. L’evangelista Matteo ci mostra uno di questi momenti particolari, in cui i familiari di Gesù hanno bisogno di «parlargli» (12,46) e la reazione del Signore è un invito a porsi piuttosto in ascolto, che esige come primo passo quello di non rimanere più «fuori» (12,47) dal gruppo di quanti stanno ascoltando la sua parola, ma di accettare di esserne parte. Questo passaggio dal pensare e dal voler parlare al decidere di mettersi in un ascolto che si fa obbedienza e conformazione alla volontà del Padre è, nella vita quotidiana di ogni credente, il vero e continuo esodo attraverso il mare di cui ci parla con toni epici la prima lettura. L’elemento dell’acqua rimanda sempre al “materno” senza il quale nessuno potrebbe venire alla luce e avere accesso alla vita, nondimeno le acque, perché possano permettere la vita, devono necessariamente separarsi per creare le possibilità, all’umido dell’indistinto fusionale, di cedere il posto all’«asciutto» (Es 14, 22) della differenziazione. Questo processo – doloroso – è imprescindibile per dare spazio alla libertà, che esige un vero processo di individuazione. Il testo dell’Esodo ci ricorda come «Invece gli Israeliti avevano camminato sull’asciutto in mezzo al mare» (Es 14,29). Il Vangelo ci esorta a relazionarci con il Signore Gesù con le nostre orecchie e con il nostro cuore finalmente unificato e personalizzato che, per questo, non ha più bisogno di identificarsi con una “famiglia”, con un “gruppo”, con un “insieme”. Non basta, infatti, mutare la rigida appartenenza per il vincolo di sangue a una famiglia da cui siamo stati generati, per creare un sedicente legame con una “famiglia spirituale” per essere nella logica del Vangelo. Bisogna riconoscere che talora simili legami sono ancora più potenti e invasivi di quelli familiari e il segno è che si abbia un continuo bisogno di parlare nel senso di ascoltare poco per imporre il proprio modello interpretativo del reale. Non è facile trovarsi dalla parte del popolo che attraversa il mare verso la libertà o dalla parte degli Egiziani che sono sommersi dalle acque mentre cercano di riportare a casa i loro schiavi di sempre, la cui fuga ha messo in crisi il loro sistema di vita. Potremmo chiederci in che cosa possa realmente consistere fare la volontà del Padre. Una risposta possibile potrebbe essere quella di cominciare a mettere in conto di non conoscerla e di doverla faticosamente apprendere come e con tutti gli altri.