
La Parola di Dio con cui la Liturgia accompagna questa nostra giornata è una vera ispirazione in un tempo, come quello estivo, in cui molti cercano di cambiare aria raggiungendo luoghi diversi da quelli in cui si vive abitualmente, per darsi dei tempi da vivere con un ritmo diverso da quello consueto. Si potrebbe dire che a inventare le “vacanze” siano state le religioni. Infatti, una delle realtà che distingue la vita degli umani da quella degli altri animali è proprio l’alternanza del ritmo di lavoro e di riposo, di ordinarietà dei giorni e della straordinarietà delle feste. Ciò che poteva essere solo il privilegio di alcuni di potersi sottrarre a un ritmo sempre uguale e talora opprimente, diventa un dono per tutti. Il Levitico ordina con chiarezza e in modo universale: «Queste sono le solennità del Signore… non farete alcun lavoro servile» (Lv 23,8.36). Secoli prima della conquista da parte della classe operaia di avere diritto a un ritmo di lavoro che contemplasse anche dei tempi di riposo con la propria famiglia, i propri amici e per coltivare i propri hobbies, le Scritture ricordano a tutti che l’uomo non è solo «faber», ma è pure «festivus». Il ritmo delle feste liturgiche che troviamo non solo in Israele, ma in tutte le tradizioni religiose dell’intera umanità, è il primo sbocciare di un calendario. Ogni calendario non serve solo a contare i giorni e a calcolare i tempi, ma a vivere i giorni e le ore con la consapevolezza che sono l’occasione per vivere pienamente la propria esistenza con consapevolezza e libertà, non solo sotto la spinta della costrizione e della necessità. L’indicazione rituale per la festa delle primizie diventa simbolo di un atteggiamento e di un desiderio: «perché sia gradito per il vostro bene» (23,11). Attraverso lo scorrere del tempo siamo chiamati non semplicemente a passare il tempo, ma a far sì che questo ci faccia bene, fino a rendere capace ciascuno di compiere il bene. Non basta, per vivere adeguatamente il tempo, bisogna pure saper abitare sapientemente gli spazi della vita e i luoghi di vita. Nel Vangelo vediamo il Signore Gesù che torna «nella sua patria» (Mt 13,54), che si rivela un luogo inospitale e persino ostile. La conclusione della pericope risuona come una dolorosa constatazione: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua» (Mt 13,57). Non basta riconoscere un luogo come caro a renderlo automaticamente un luogo vitale. Non basta neppure avere a disposizione del tempo utile per le proprie occupazioni, per far sì che il tempo sia propizio e fecondo. Molto, talora persino tutto, dipende dalla nostra libertà davanti alle costrizioni. Proprio le costrizioni sono in grado di paralizzare, oppure possono diventare l’occasione per ulteriori approfondimenti, fino a dilatare i nostri orizzonti interiori ed esteriori. Come ogni pio israelita, siamo chiamati a vivere il tempo cercando di vivere fino in fondo ogni momento. Come il Signore Gesù, dobbiamo essere capaci di amare i luoghi senza attaccarci ad essi, ma rimanendo disponibili a nuovi scenari talora impensati, ma non meno magnifici.