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A cosa serve allontanare?

Non sono facilmente assimilabili i due allontanamenti di cui parlano oggi le Scritture disposte dal calendario liturgico. Quello di «Agar l’Egiziana» e del fanciullo «che lei aveva partorito ad Abramo» (Gen 21,9) – Ismaele – sorge a causa della gelosia di Sara e del suo tremendo sospetto che il figlio della schiava possa «essere erede» insieme al suo figlio «Isacco» (21,10). Quello del Signore Gesù, che viene espulso dal «paese dei Gadarèni», è piuttosto la conseguenza della sua azione di esorcismo nei confronti di «due indemoniati» (Mt 8,28), così forte da suscitare lo sconcerto in tutti gli abitanti della città. Mentre il primo allontanamento sembra «un gran male», non solo «agli occhi di Abramo» (Gen 21,11), ma pure a quelli del lettore, a cui pare inammissibile consegnare una mamma e suo figlio al rigore del deserto soltanto per gelosia, il secondo, già nell’epoca patristica, veniva interpretato anche sotto una luce positiva, come attestazione di meraviglia di fronte al potere taumaturgico di Cristo: «Non è per superbia che lo pregano di uscire dal loro territorio, come alcuni ritengono, ma è perché nella loro umiltà si credono indegni di ospitare il Salvatore. Così anche Pietro, cadendo ai piedi del Salvatore, dopo la pesca miracolosa, esclama: “Allontanati da me, Signore, perché sono uomo peccatore”» (Girolamo, Commento al Vangelo di Matteo 1,8,34). 
Osservando, però, con attenzione il filo delle due narrazioni, forse siamo costretti a maturare un giudizio meno schematico nei confronti dei non necessari – eppure così frequenti – allontanamenti, che nella vita a tutti capita di compiere o di subire. Senza dubbio, separarsi è sempre la scelta più drammatica che possa accadere, quando le persone non si scoprono più capaci di coltivare, con paziente amore, la complessità di rapporti scelti o accolti liberamente. Il comportamento di Sara, benedetta da Dio in età avanzata, quando suo marito aveva addirittura «cento anni» (Gen 21,5), non può essere certo emendato da quella dimensione di male, così evidente nel modo con cui chiede al marito di diventare complice dei suoi sentimenti di intolleranza: «Scaccia questa schiava e suo figlio» (21,10). Eppure, nonostante la crudeltà della parola e del progetto, Dio appare disposto a cogliervi un’opportunità di far crescere ugualmente la vita che non riesce più a rimanere unita: «Non sembri male ai tuoi occhi questo, riguardo al fanciullo e alla tua schiava: ascolta la voce di Sara in tutto quello che ti dice, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. Ma io farò diventare una nazione anche il figlio della schiava, perché è tua discendenza» (Gen 21,12-13). Dio non ama certo i compromessi, eppure non si scandalizza mai quando si trova nella circostanza di dover trarre del bene da una situazione irrimediabilmente compromessa. Come fa Gesù di fronte a quei due indemoniati «tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada» (Mt 8,28). Senza ascoltare il grido del loro terrore, il Signore ordina ai «demoni» di allontanarsi dai due uomini, separati da troppo tempo dalla loro dignità di viventi: «Ed essi uscirono, ed entrarono nei porci: ed ecco, tutta la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare e morirono nelle acque» (Mt 8,32). Per quale motivo Cristo acconsente alla richiesta dei demoni, permettendo loro di entrare nella mandria di porci? Giovanni Crisostomo suggerisce di scorgere in questo gesto numerosi insegnamenti: «Prima di tutto voleva far capire a quelli che liberava da quei malvagi tiranni quale grave danno fosse l’esser dominati da loro. In secondo luogo voleva mostrare a tutti che i diavoli non possono neppure entrare nei porci, se Dio non lo permette. Voleva, inoltre, far comprendere che, se gli indemoniati non avessero ottenuto in quella disgrazia il soccorso della provvidenza divina, i demoni avrebbero potuto far loro assai più male di quanto ne fecero ai porci» (Commento al Vangelo di Matteo 28,2). Gli allontanamenti, talora inevitabili e dolorosi, possono essere un’occasione di ripensare e perfezionare il nostro modo di rimanere nella fedeltà dell’amore. Per far crescere in noi solo «l’uomo che desidera la vita e ama i giorni in cui vedere il bene» (Sal 33,13).

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Pietro e Paolo uniti nella Chiesa

Sia Pietro che Paolo ci vengono presentati dalla Parola di Dio in un momento particolare della loro esperienza di sequela. Pietro «era tenuto in prigione mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui» (At 12,5). Paolo arriva a dire con grande consapevolezza: «il mio sangue sta ormai per essere versato in libagione ed è il momento di sciogliere le vele» (2Tm 4,6). Ambedue gli apostoli fanno esperienza di un intervento capace di trasformare la loro situazione delicata e oppressiva. Il tempo dell’angoscia si trasforma in occasione di manifestazione di quanto e di come «l’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva» (Sal 33,8). Proprio un angelo scioglie con un «tocco» liberatorio Pietro, mentre sarà lo stesso Signore Gesù a presentarsi, nella notte, a Paolo per dirgli: «Coraggio». Pietro pensa di sognare quando «le catene gli caddero dalle mani» (At 12,7) e, invece, era proprio vero. Da parte sua, Paolo condivide con il suo discepolo una delle esperienze più forti della sua vita (At 23,11). Ne scrive come di una memoria capace di sciogliere i nodi della paura e i morsi dell’angoscia: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza… e così fui liberato dalla bocca del leone» (2Tm 4,17). Per un attimo sarebbe bello concentrare la nostra attenzione sui sentimenti profondi che animano il cuore dei due apostoli davanti alla memoria chiara e forte di un Dio che sa liberare. Anche noi come discepoli abbiamo bisogno, nei momenti più delicati e difficili, di una forza del tutto impossibile alle nostre forze. Le due colonne apostoliche sono la memoria vivente che a dare consistenza e irremovibilità all’edificio della Chiesa sono certo le colonne che siamo ciascuno di noi, ma soprattutto l’Architrave che è Cristo. Celebrare insieme Pietro e Paolo significa, per la Chiesa, fare memoria di due uomini e di due apostoli così diversi. Furono capaci di arrivare fino allo scontro aperto e all’ammirazione più sincera. Celebrare in un solo giorno – come si ripete insistentemente nella liturgia odierna – il martirio di Pietro e di Paolo, significa celebrare la forza di Dio capace di sciogliere in terra ogni resistenza al vangelo. Diventare discepoli e testimoni fino al dono della vita significa superare radicalmente ogni logica di contrapposizione e di concorrenza per diventare veramente fratelli. Possiamo a ragione dire che gli apostoli hanno sperimentato gradualmente e veramente cosa significhi essere sciolti dalla paura, dalle precomprensioni e dai pregiudizi, tanto da cambiare così profondamente fino a dire: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,15) e affermare nelle catene «Il Signore mi libererà da ogni male» (2Tm 4,18). Quando Pietro esclama stupito «Ora sono veramente certo che il Signore ha mandato il suo angelo» (At 12,11) non ci dice quali fossero le sue sembianze. Possiamo immaginare un essere alato, ma anche un fratello in carne e ossa. Ciò che importa è che, se accettiamo di diventare discepoli fino in fondo, potremo sperimentare la liberazione e la fraternità come segno e sigillo della nostra sequela.

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Il Padre ascolta senza stancarsi

Le Scritture di oggi raffigurano il volto di un Dio che talvolta appare duro ed esigente — per non dire spietato — nei nostri confronti. La lunga preghiera di intercessione con cui Abramo sembra placare l’ira del Signore, riconducendola a parametri di indulgenza, potrebbe persino lasciarci l’impressione che la misericordia sia un’attitudine più umana che divina. Abramo gli si avvicinò e disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere?» (Gen 18,23-24). In realtà, leggendo più attentamente la parola di Dio scritta in parole umane, ci accorgiamo che le cose non stanno affatto in questi termini. Anzitutto, se Abramo si ritrova a pregare in favore di altri è perché il Signore ha voluto partecipargli le sue intenzioni. Che poi, a ben vedere, non sono (mai) progetti di morte, ma movimenti di compassione suscitati dal grido di sofferenza della nostra umanità, così facile a perdersi nelle latitudini della tristezza e del peccato. Disse allora il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!» (Gen 18,20-21). Il Dio che sembra (sempre) guardarci dall’alto al basso, per giudicare senza troppa accondiscendenza i nostri percorsi, è in realtà un Padre che non si stanca mai di ascoltare le nostra grida di dolore e di disagio. Per comprenderne le ragioni profonde e indicarci cammini di salvezza e di liberazione. Senza però cedere alla facile tentazione di omologare subito i nostri progetti, ancora così segnati da protagonismo e paura. «Maestro ti seguirò dovunque tu vada […] Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Mt 8,19.22). No, all’altra riva non c’è né un Dio impassibile, né una vocazione troppo difficile a cui non possiamo corrispondere. C’è la voce buona e vera di chi, pazientemente, ci insegna che la nostra conversione al vangelo non può che ripartire sempre da quello che siamo e da ciò che la vita ci permette di essere quando il nostro cuore si lascia ammaestrare e condurre altrove. Vedendo la folla attorno a sé. Gesù ordinò di passare all’altra riva (Mt 8,18).

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Guarire attraverso il desiderio

Il vangelo odierno presenta Gesù quale narratore della cura che Dio si prende degli umani. Gesù guarisce la donna emorroissa, Gesù ridà la vita alla bambina dodicenne morta. Il lungo testo di Marco è costituito infatti dall’incrociarsi di due racconti, quello di Giairo che va da Gesù a supplicarlo di guarire sua figlia che sta morendo (Mc 5,21-24.35-43) e quello della donna emorroissa che, mentre Gesù si sta recando a casa di Giairo, lo tocca nel suo mantello sperando così di guarire dalle perdite di sangue che da tanto tempo la affliggono (Mc 5,25-34). Di fatto, Gesù, sentendosi toccato in maniera non casuale, non dovuta alla semplice, meccanica e ottusa calca della folla, ma intenzionalmente, sentendosi toccato da un tocco che è un’invocazione, una supplica non verbale ma corporea, una richiesta di aiuto, si ferma e dialoga con la donna. Colpisce il fatto che Gesù intuisca che quel tocco è femminile. Marco scrive che Gesù, sentitosi toccato, “guardava attorno per vedere colei che aveva fatto questo” (Mc 5,32). Gesù discerne la presenza di una donna dietro a quella modalità comunicativa. Di fatto, fermatosi a parlare con la donna, Gesù ritarda il suo cammino verso un caso decisamente più grave, anche perché riguardava non una persona adulta malata cronica, da ben dodici anni, ma una bambina di soli dodici anni. Questo ritardo è fatale? Perché a un certo punto, mentre Gesù stava ancora parlando con quella donna (Mc 5,34), sottolinea Marco, delle persone giungono dalla casa di Giairo annunciandogli che sua figlia è morta e che dunque non è più il caso che disturbi il maestro. L’incrocio dei racconti è in verità anzitutto l’incrocio delle vite, delle esistenze e delle sofferenze, delle storie che spesso sono semplicemente storie delle disgrazie e dei mali di una persona, di una famiglia. Perché le malattie, le disgrazie, i lutti, hanno il potere di orientare le storie personali e famigliari, di dare loro una configurazione onnipervasiva. La vita, dunque, come incontro di sofferenze. Incontro che tuttavia ha dei connotati molto diversi: l’incontro di un uomo e di una donna. Di un uomo che svolge compiti liturgici durante le celebrazioni alla sinagoga, un uomo che ha una certa importanza (in Mt si parla di un “capo”: Mt 9,18.23). Entrambi, nel loro bisogno, nella loro sofferenza, vanno da Gesù. Unico per entrambi è il bisogno di vita, diverso il linguaggio che ciascuno esprime. Giairo, uomo con funzione sociale e religiosa importante, supplica, parla molto, ma ha anche il coraggio e l’umiltà di inginocchiarsi, di gettarsi a terra davanti a Gesù (Mc 5,22-23). Egli viene portando la situazione disperata di sua figlia che è malata in modo grave, è agli estremi, (in Lc 8,42 la situazione è resa più drammatica dall’annotazione che quella bambina dodicenne era la sua figlia unica), mentre la donna porta la propria sofferenza personale, ma che la accompagna giorno dopo giorno da dodici anni. Si tratta di una situazione che induce una profonda vergogna. Di Giairo colpisce il fatto che cade ai piedi di Gesù, si inginocchia davanti a lui. Certo, il movente è forte – la salute compromessa della figlia – ma ugualmente l’immagine di un uomo, un maschio adulto, che ricopre anche una funzione importante sul piano sociale e religioso, che si inginocchia per pregare e per supplicare, non può non colpire. Spesso avviene, soprattutto nella vita di fede di un uomo, di un maschio, che l’avanzare degli anni porti con sé anche un certo cinismo, un non crederci più di tanto, un pregare sempre meno o un tralasciare del tutto la preghiera. Colpisce molto vedere uomini in età avanzata, anziani, che piegano il loro corpo affaticato e acciaccato in un gesto di adorazione davanti a Dio, si inginocchiano, a volte in modo impacciato e lento, e tuttavia non rinunciano a questa espressione visibile e corporea dell’invisibile che abita nel loro cuore. Uomini che magari hanno costruito la loro vita da protagonisti e che tuttavia si riconoscono debitori davanti a Dio, si inginocchiano, pregano, rendono grazie. Qui, con Giairo, supplicano. Invece, l’emorroissa parla con il corpo, con il tatto, non dice parola alcuna, se non interiormente, tra sé e sé, per dotare di intenzionalità il suo toccare (Mc 5,27-28). Per avere un po’ di spazio deve rubarlo, muoversi di soppiatto, e toccare il mantello di Gesù “da dietro” (Mc 5,27). Deve il più possibile non essere vista, non essere notata, perché è un’impura, perché le perdite di sangue la collocano socialmente e religiosamente nello spazio dell’impurità. Agli antipodi di Giairo che socialmente e religiosamente è in vista. Ma insomma, ognuno, nel proprio bisogno, va a Dio con il proprio linguaggio, con tutto se stesso, con la verità di se stesso. E supplicare – ciò che fa Giairo – non è solo proferire parole che chiedono aiuto, ma è atto di tutta la persona che si “piega sotto”, si raggomitola all’ombra del Signore, si rifugia in lui cercando relazione e salvezza. Tuttavia è vero solo in parte che la donna non parla. La donna non esterna le sue parole, ma parla interiormente, sa parlare tra sé, sa pensare, sa avere una vita interiore, sa costruire una intenzionalità. “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata” (Mc 5,28). Lei sa bene che se tocca Gesù, o anche solo il suo mantello, lo rende impuro, ma ormai non conosce remore e non esita. E tocca il mantello di Gesù. Nessun feticismo, ma solo la fede, e una possibilità di comunicazione che passa attraverso il corpo. La donna esprime una preghiera corporea. E Gesù guarisce con il suo corpo. Sente una forza che lo abbandona. In questa guarigione il più è stato fatto dalla donna. In certo modo, Gesù ratifica ciò che è avvenuto e conduce la donna allo stato di parola, facendola veramente accedere a pienezza personale. Il testo dice che “essa conobbe grazie al suo corpo … Egli conobbe in se stesso” (Mc 5,29.30): da parte della donna un’intelligenza corporea, da parte di Gesù una percezione interiore. Vediamo dunque il coraggio della donna che, nonostante la sua condizione di “impura”, osa toccare Gesù. E questo gesto coraggioso viene letto da Gesù nella verità della sua intenzione profonda: la sete di guarigione e di vita. Vediamo anche il pudore della donna che, colpita da emorragia intima, non domanda e non implora, ma si limita a toccare il mantello di Gesù, diviene linguaggio ascoltato da Gesù che, fonte della vita, guarisce colei che era colpita proprio nella sorgente della vita. Del resto, il toccare è sempre reciproco: mentre tocco, sono toccato da ciò che tocco. Ma ecco che l’incontro della donna con le emorragie e Gesù porta allo stabilirsi di un contatto inedito anche tra la donna malata da dodici anni e la bambina dodicenne. Il contatto è tale che Gesù chiama la donna thygáter (Mc 5,34), figlia, esattamente come viene definita la bambina di Giairo (thygáter: Mc 5,25). Sembra che siano rese sorelle. La bambina è nata quando l’altra ha cominciato a soffrire di emorragie, dunque a morire alla capacità di generare figli. L’una è colpita nella sua maternità, l’altra, la bambina, entra nell’età in cui potrebbe realizzare la sua femminilità. E se la donna trova vita vedendo fermarsi il flusso di sangue, la bambina, che è nell’età dell’inizio della maturità anche sessuale, troverà vita vedendo riprendere a scorrere in lei quel sangue che è la vita, come ricorda l’Antico Testamento. Ma anche tra Giairo e la donna emorroissa viene stabilito un rapporto intenso e interessante. A Giairo, che ha ormai appreso la notizia della morte della figlia e ricevuto l’invito a non disturbare più il Maestro, Gesù dice di continuare ad avere fede (Mc 5,36); alla donna che ha toccato il suo mantello, Gesù proclama: “La tua fede ti ha salvata” (Mc 5,34). L’impotenza dell’uomo diviene luogo di dispiegamento della potenza di Dio. Giairo chiedeva la guarigione della figlia e deve scontrarsi con la sua morte; la donna chiedeva di essere salvata e Gesù attribuisce la salvezza alla sua fede. Siamo di fronte al misterioso potere dell’impotenza riconosciuta e assunta nella fede. E un cammino analogo e diverso al tempo stesso devono entrambi fare: Giairo e la donna. Gesù opera due azioni di guarigione, ma conduce anche a pienezza di relazione sia la donna che Giairo. Chiedendo “Chi mi ha toccato le mie vesti?”, Gesù porta la donna a vincere il timore che la teneva nel nascondimento e a passare dal gesto alla parola fino a dirsi davanti a lui, anzi, fino a dirgli “tutta la verità” (Mc 5,33). La donna si dice, nasce alla parola dialogica e così entra nella pienezza della vita: da esclusa, emarginata e impura, ora è inserita nello spazio dello scambio e delle relazioni sociali. Nel caso di Giairo, che lo supplicava “molto” (Mc 5,23), e della sua casa in cui molta gente urlava e faceva trambusto, Gesù fa compiere un cammino che dalla parola e dal rumore va al silenzio. Solo nel silenzio si può discernere la verità della situazione: “la bambina non è morta, ma dorme” (Mc 5,39). E il silenzio imposto a tutti, padre compreso, vuole forse lasciare tutto lo spazio alla bambina di crescere, di espandersi, di divenire una donna. Di trovare la sua parola. Non divoratela con le vostre parole, ma entrate nel silenzio e datele da mangiare.

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Accogliere rende fecondi

La prima lettura ci offre un secondo racconto dell’annunciazione della nascita di Isacco, in cui a mettersi a ridere non è più Abramo, ma sua moglie Sara la quale borbotta: «Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio» (Gen 18,12). Anche questa volta il Signore Dio non fa finta certo di non vedere o di non capire, ma interroga: «Perché Sara ha riso…?» (18,13). Sara non trova di meglio che negare avendo «paura» (18,15). Il Signore, il quale si manifesta nella visita dei misteriosi «tre uomini» (18,2), non solo continua per la sua strada, ma rimane assolutamente fermo nel proseguire per la strada dell’«impossibile» (18,14) come l’unica veramente possibile. Il contesto della seconda annunciazione della nascita di Isacco è quello di una visita che permette il dispiegarsi di un’accoglienza piena di delicatezza e di cura. Abramo e Sara accettano di perdere tempo fino a lasciare tutto il tempo agli ospiti: «mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono» (Gen 18,8). Solo a questo punto si comincia a parlare della promessa di un figlio ormai non più atteso.
Il messaggio risuona in tutta la sua forza: la fecondità, la vita e la gioia sono il frutto di una disponibilità a fare spazio all’altro. Soprattutto quando l’altro non può imporsi, ma ha bisogno di essere accolto e, in certo modo accudito. Si potrebbe dire che i tre viandanti si presentano improvvisamente e senza preavviso davanti alla tenda di Abramo e di Sara per saggiare la loro disponibilità ad accorgersi di una presenza inattesa e di mettersi generosamente in gioco per mettere a punto un’accoglienza generosa e radicalmente gratuita. Questa sembra essere la condizione per ogni fecondità di cui si fa segno l’annuncio della nascita di un figlio. Abramo si rivela capace di accorgersi. Il Signore Gesù è capace a sua volta di guardarsi attorno senza mai accontentarsi di essere guardato dalle folle: «Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre» (Mt 8,14). Non aspetta il Signore che qualcuno gli parli de lei, né tantomeno che la donna inferma chieda aiuto e soccorso: si accorge e interviene. L’ammirazione di Gesù per il «centurione» (Mt 8,5) non si limita alla meraviglia, ma ha toccato il cuore del Signore. L’incontro con il centurione che lo supplicava per un servo malato e «a letto» (8,6) è come se avesse insegnato al Signore stesso la grammatica e la sintassi dell’estrema compassione. Per il Signore Gesù comincia il lungo cammino della cura e dell’attenzione verso chiunque soffre e ha bisogno di consolazione. Lo sguardo del Signore si pone ormai su ogni sofferenza con una benevolenza talmente profonda da essere in grado di rimettere in piedi la speranza anche quando ormai ogni orizzonte di vita può sembrare impossibile. Ciò che l’Altissimo fa con Abramo, ciò che il Signore Gesù fa con tutti coloro che incontra sul suo cammino deve diventare la nostra attitudine discepolare: non solo vedere, ma accorgerci e coinvolgerci.

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Guarire dalle nostre rassegnazioni

La purificazione di un «lebbroso» (Mt 8,1) apre una serie di interventi di guarigione da parte del Signore. Questi gesti ci aiutano a riconsiderare le nostre malattie, le nostre fragilità e le nostre angosce. Il Signore Gesù si presenta come medico per soccorrerci nella nostra fatica di vivere e di sperare. Possiamo rileggere il racconto dell’annunciazione ad Abramo della nascita di Isacco come un evento di guarigione profonda. Mentre il lebbroso del Vangelo, nonostante tutto, continua a sperare in una possibile guarigione, sembra proprio che Abramo e Sara non sperino più di mettere al mondo un figlio che sia veramente il frutto della loro unione sponsale. Del resto, il testo ci mette davanti a quelli che, in linguaggio contemporaneo, definiremmo dati non semplicemente preoccupanti, ma chiaramente negativi: «Quando Abram ebbe novantanove anni» (Gen 17,1). Quanto a Sara, le cose non vanno certo meglio. Abramo sembra voler ricordare puntigliosamente tutto questo al Signore, per non farlo sentire in dovere di fare promesse astruse: «E Sara all’età di novant’anni potrà partorire?» (Gen 17,17). Potremmo glossare che davanti a cifre di questo numero scappa da ridere. Il povero Abramo è talmente lucido sulla situazione da non riuscire neppure ad arrabbiarsi: «si prostrò con la faccia a terra e rise» (17,17). A questo punto viene da citare il proverbio: «Ride bene, chi ride ultimo»! La conclusione della prima lettura lascia le cose in sospeso: «Dio terminò così di parlare con lui e lasciò Abramo, levandosi in alto» (17,22). Ecco spuntare il miracolo non narrato: Abramo, a novantanove, anni ritrova il coraggio di accostarsi alla novantenne Sara fino a generare un figlio non più atteso né, tantomeno, sperato. La parola del Signore che fa scoppiare a ridere Abramo in realtà è stata capace di rinnovare in questa coppia attempata la forza e la voglia di rischiare ancora senza vergogna di fallire un’altra volta. Ciò che la presenza del Signore ha guarito in Abramo è la sua rassegnazione. Ciò che il Signore Gesù guarisce nel lebbroso prima ancora di risanarlo dalla lebbra è la tendenza a lasciar perdere la speranza di poter vivere giorni più felici. La lettura liturgica fa saltare il momento in cui il Signore muta il nome di Abramo in «Abramo» (17,5), prima di cambiare quello di Sarai in «Sara» (17,15) la quale «ti partorirà un figlio e lo chiamerai Isacco» (17, 19). Del lebbroso guarito dal Signore Gesù non conosciamo il nome. L’evangelista Matteo ci narra come questo povero chiama colui che è appena «sceso dal monte» (Mt 8,1) quasi come fosse Mosè, col titolo di «Signore». E subito aggiunge «se vuoi, puoi purificarmi» (Mt 8,2). Questo lebbroso senza nome si prostra davanti a Gesù come Abramo si prostra davanti al suo Augusto interlocutore. Mentre Abramo chiede all’Altissimo di aiutarlo ad arrangiarsi senza troppo sperare di più, quell’uomo è capace di spingersi oltre la propria malattia, finalmente beatificata dalle parole pronunciate da Gesù e non più maledetta. Proprio un lebbroso, nel Vangelo di Matteo, fa ciò che nel Vangelo di Giovanni fa la madre di Gesù: «Se vuoi, puoi». La risposta è la stessa data ad Abramo che non l’aveva chiesto: «Lo voglio, sii…». Non c’è proprio niente da ridere, c’è da gioire.

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Il Signore fa grazia

Al cuore del vangelo di oggi, solennità della nascita di Giovanni Battista, c’è l’attribuzione del nome al bambino nato da Elisabetta e Zaccaria. Nel mondo ebraico il nome era molto importante perché rimandava al compito della persona e alla sua identità profonda. Associando la scelta del nome alla circoncisione, Luca non rispetta la storicità dei fatti poiché il nome veniva dato alla nascita, non otto giorni dopo, ma ci rivela tutta la novità di Giovanni. Con la circoncisione il bambino entra a far parte del popolo di Israele come suo padre Zaccaria, “il Signore si ricorda”, ma non può portarne il nome perché l’attesa è finita; il Signore realizza le promesse fatte, le profezie si compiono nel grembo gravido di Maria: la salvezza è giunta a pienezza e il Precursore del Messia deve chiamarsi Giovanni, “il Signore fa grazia, dona misericordia”. Il figlio di Zaccaria è segno e spiana la strada alla misericordia di Dio fattasi carne in Gesù, annuncia l’apertura di un tempo inedito. Zaccaria stesso lo comprende e – sanato dal mutismo che indicava la fine della mediazione sacerdotale e dell’economia dei sacrifici – canta l’opera di salvezza nel Benedictus (cf. vv. 67-79). Celebrando la nascita del Battista, allora, noi festeggiamo l’avvento di un mondo nuovo, il tempo della misericordia in cui ciascuno di noi vive. E all’interno del mondo nuovo che Giovanni indica al suo popolo, ci scopriamo come lui detentori di un nome unico e irripetibile, un compito e un’identità profonda da incarnare. La nascita del Battista e “tutte queste cose” (v. 65) sono motivo di timore per i vicini e di interrogativi per gli abitanti delle montagne di Giudea. Come avverrà per Maria dopo il parto di Gesù, c’è chi lascia che il proprio cuore trattenga e mediti gli eventi, che una domanda resti aperta e, di conseguenza, che i propri occhi siano puntati sul bambino, la propria vita disponibile all’inatteso che maturerà grazie alla sua presenza. L’agire di Dio nelle vicende quotidiane, nelle nascite e ri-nascite di ogni giorno, incontra in noi, oggi, la capacità di stupirsi e di abitare l’incertezza di un quesito aperto? Il nostro cuore è spazio in cui i segni dell’azione divina possono decantare per trasformarci? In chiusura leggiamo che Giovanni cresceva, si fortificava nello Spirito e viveva in regioni deserte. La solidità, la determinazione e la statura umana del Battista, che Luca illustrerà con la sua predicazione (cf. Lc 3), nascono dall’esperienza del deserto. Figlio di Israele, come i suoi padri che vissero l’esodo, Giovanni è educato da Dio in questo luogo aspro e inospitale, maestro di essenzialità, coraggio e silenzio. Essenzialità che dona il giusto posto al possesso delle cose e apre alla ricerca di senso per la propria esistenza (cf. Mc 1,6 ss.); coraggio di non piegare il capo di fronte ai potenti di questo mondo e alle loro logiche (cf. Mc 6,14 ss.); silenzio da cui scaturisce una parola chiara, autorevole, capace di stare di fronte a rifiuto e contestazione (cf. Lc 3,7 ss.). Precursore di Cristo nella morte, Giovanni lo è innanzitutto nella bellezza e credibilità della propria vita, un capolavoro di umanità che conduce all’uomo che solo Dio poteva darci, Gesù, misericordia piena del Padre.

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La via stretta da trovare

Non è sempre facile capire se abbiamo imboccato la via stretta, che conduce alla vita, o quella larga, che ci fa cadere nella perdizione. Il Signore Gesù sa bene che il nostro cammino è segnato da questa costante difficoltà. Diventando uomo come noi, ha fatto esperienza della nostra cecità che spesso ci fa compiere passi falsi e molto dolorosi. Per questo ci suggerisce  un criterio per mantenere sotto costante verifica la nostra marcia. «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7,15-16). I profeti non sono indovini che conoscono in anticipo gli avvenimenti o cartomanti che possono intravedere gli sviluppi della libertà umana o, addirittura, di quella di Dio. Svolgono un lavoro più modesto e, in fondo, assai più utile: rivelano l’andamento della storia, collocano gli avvenimenti dentro il disegno della volontà di Dio. I profeti sono importanti, perché non sempre ci è facile capire dove siamo e, soprattutto, dove dobbiamo andare. E poi, diciamolo pure, in tanti momenti la vita ci appare ostinatamente come una promessa mancata. È l’esperienza di Abram verso la fine dei suoi giorni, quando si accorge che priva di frutti è rimasta la sua casa. «Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco» (Gen 15,2). Il Signore risponde ad Abram, mostrandogli l’immensità del cielo con tutte le sue stelle e invitandolo a credere di nuovo all’impossibile: «Tale sarà la tua discendenza» (15,5). Poi sigilla questa parola con un segno profetico, passando come «forno fumante» e come «fiaccola ardente» (15,17) in mezzo agli animali sacrificati e divisi in due. Nell’oriente antico, infatti, i contraenti di un patto erano soliti passare tra le carni sanguinanti, invocando su di sé la sorte riservata a queste vittime, qualora avessero trasgredito il loro impegno. Il Signore Dio, passando da solo tra le vittime divise da Abramo, afferma così che «la sua alleanza è un patto unilaterale» (cf Nota della Bibbia di Gerusalemme). Questa è la vera profezia. Questo fanno i veri profeti di ogni tempo: ricordano che «il Signore è fedele al suo patto» (salmo responsoriale), anche quando la storia sembra smentire questa speranza. Annunciano che proprio «uno nato da» noi (15,4) sarà la nostra vita piena. «Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi» (Mt 7,17). Oggi, nella nostra assurda società, opulenta e mai sazia, siamo bombardati da molteplici profezie, che ci suggeriscono di andare a cercare la vita in cose futili e superficiali. Nessuno sa bene cosa sia la felicità, eppure tutti cercano di venderla e di comprarla. Siamo tutti commensali a questa grottesca mensa delle illusioni e delle vanità. La parola di Dio ci esorta ad aprire gli occhi e a essere vigili. Non c’è colpa grave nell’infilare le mani tra le spine cercandovi frutta buona. C’è invece enorme stupidità nel continuare a cogliere e ingoiare mazzi di rovi, che feriscono e umiliano la nostra umanità. 

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Le pre – occupazioni…a che servono?

La conclusione del Vangelo è una degna conclusione della lettura che, in questi giorni, abbiamo fatto della seconda lettera ai Corinzi. Il Signore Gesù raccomanda ai suoi discepoli lo spirito delle beatitudini, che si invera in un atteggiamento di semplice e coraggiosa fiducia che libera da ogni ansia senza mai far scadere nella superficialità e nella banalità: «Cercate, invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,33-34). Tutta la vita dell’apostolo Paolo, che può essere assunta come un modello di ispirazione per ogni crescita nella discepolanza, è stata un lungo cammino di purificazione da quella tendenza alla preoccupazione che può diventare, come era avvenuto nel caso di Saulo, talmente ossessiva da rendere pensabile nientemeno che la persecuzione. Alla fine della sua vita e del suo ardente servizio all’annuncio del Vangelo, Paolo si rivela come un uomo e un credente che, finalmente, si è arreso alla grazia, che ha dovuto imparare a conoscere come un mistero di misericordia e di perdono. Per questo il sommo e la somma di ogni rivelazione si trova in una parola che contrappone il modo di sentire e di salvare da parte di Dio e il tremendo arrovellarsi cui spingono le suggestioni di «Satana» (2Cor 12,7) e si riassume in una parola chiara, dolce e massimamente liberante: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Se ci lasciamo toccare realmente dalla parola del Vangelo, possiamo dire che la nostra forza sta nell’abbandono e nella fiducia, i quali ci aprono a una relazione con Dio e con noi stessi nel segno della semplicità e dell’essenzialità: «non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?» (Mt 6,25). A questa domanda che il Signore pone anche al nostro cuore in quelle che sono le nostre scelte quotidiane, non si risponde certo a parole, ma con scelte concrete in cui si manifesta la nostra scelta di campo, in cui il fulcro di ogni discernimento è la relazione con Dio nella memoria chiara e distinta che «Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24). Per poter comprendere e poter vivere tutto ciò, l’esortazione del Signore Gesù è di uscire dalle nostre complicazioni: «Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo» (Mt 6,26.28). Se guardiamo veramente gli uccelli del cielo e i gigli del campo, impareremo a guardare a noi stessi in un modo più semplice e più vero… in modo più naturale. Così grazia e natura si sposano e si riconciliano per poter anche noi dire con Paolo: «Mi vanterò quindi ben volentieri nelle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo», e questo vale ben più che tutte le «visioni» e «rivelazioni» (2Cor 12,1) che non sono da ricercare «anzitutto», ma da accogliere come un di più.

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La custodia del tesoro

Il salmo con cui rispondiamo alla prima lettura ci aiuta ad assumere la nostra più profonda e promettente identità: «Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (Sal 33,7). Dopo averci consegnato la forma della preghiera, il Signore Gesù ci affida il criterio di discernimento per essere autentici nella nostra vita e nella nostra ricerca. Il primo criterio è lapidario: «Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). Ambrogio di Milano mette in guardia i suoi ascoltatori: «Tu sei ‘carceriere’ dei tuoi beni e non proprietario, tu che seppellisci il tuo oro sottoterra (Mt 25,25), sei il suo servo e non il suo padrone: “Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”. In quest’oro, hai quindi sepolto il tuo cuore. Vendi piuttosto il tuo oro e compra la salvezza; vendi il minerale e acquista il Regno di Dio, vendi il campo e riscatta per te la vita eterna» (AMBROGIO, Su Nabaoth, 58). Per fare questo, è necessario assumere il secondo criterio facendo memoria di ciò che spiega ancora il Signore Gesù ai suoi discepoli: «La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso» (Mt 6,22). Normalmente pensiamo che gli occhi ci servano per vedere le cose fuori di noi, invece il Signore ci ricorda che l’occhio, per essere un sano organo per cogliere ciò che avviene all’esterno, deve essere, prima di tutto, un organo interiore capace di cogliere il reale che sta fuori di noi a partire da ciò che coltiviamo attraverso le scelte del cuore. Solo così potremo avere quella semplicità che è garanzia di libertà e di verità. L’apologia dell’apostolo Paolo ci fa comprendere come possiamo discernere il livello di semplicità e di luminosità del nostro cuore proprio a partire dal nostro grado di disponibilità a impegnare realmente la nostra vita, fino a rischiare di persona per ciò che sentiamo essere il «tesoro» irrinunciabile della nostra esistenza: «molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte» (2Cor 11,23). Come ricorda un maestro contemporaneo, quasi in contrappunto a quanto diceva Ambrogio di Milano: «Il cuore umano è complicato e instabile, ripiegato su se stesso fin dalla nascita. Niente di più instabile del nostro cuore che continua ad agitarsi senza sapere dove fissare la sua attenzione: cerca la felicità, poiché la gioia del cuore è la vita dell’uomo, ma spesso si sbaglia di oggetto» (C. FLIPO, Jésus maitre de vie, Salvator, Paris 2010, p. 18). Tutta la vita ci è consegnata come l’occasione per dare pace e gioia al nostro cuore, permettendogli di esercitare la sua funzione fondamentale, che è quella di scegliere ciò che desidera senza cedere all’illusione di ciò che, in realtà, riempie ma non sazia, acceca ma non illumina, brucia ma non scalda.