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Quante parole a vuoto

Conquistato dalla grazia di Cristo, Paolo ha parlato con franchezza alle prime comunità dove lo Spirito lo ha guidato a compiere l’opera di evangelizzazione. La debolezza e la follia della croce sono state l’anima tanto della sua vita, quanto della sua predicazione. Al punto da non temere in alcun modo di poter essere, o sentirsi, inferiore ad altri «super apostoli» — mai assenti nella storia — che presumono di poter edificare la chiesa sull’arte del parlare o sul fascino di dottrine suadenti. «Temo però che, come il serpente con la sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità nei riguardi di Cristo» (2Cor 11,3). Decadiamo dallo statuto della semplicità evangelica ogni volta che torniamo a dire e poi a non fare, a promettere e poi a non mantenere, a sedurre senza realmente voler bene. In altre parole, quando dalla nostra bocca escono parole vane, suoni non accompagnati da alcuna forza, che non producono nulla. Il vangelo prescrive una cura: cominciare, anzitutto, a risparmiare sillabe, riducendo quello spreco di suoni che spesso crea confusione nei rapporti e introduce illusioni nell’animo. A cominciare dal nostro rapporto con Dio. «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6,7-8). Purificare la preghiera dagli eccessi verbali è scuola di pazienza e di umiltà. Ci educa a credere che molta della felicità che andiamo cercando, in realtà, ci sta già aspettando da qualche parte. Se ne avvertiamo la mancanza è solo perché le nostre vie sono ancora abbastanza lontane da quelle su cui Dio desidera farci camminare. Pregare il Padre con poche parole significa imparare a rimanere docilmente davanti alla sua volontà, nell’attesa che diventi presto anche la nostra. Nella fiducia che i nostri desideri verranno ascoltati non a forza di parole, ma con parole forti di speranza. Quelle sobrie, sincere, cordiali, che un figlio rivolge con naturalezza al suo babbo.

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Fare le cose con gioia

La Liturgia ci propone oggi lo stesso testo che segna, ogni anno, l’inizio della Quaresima. Per questo potremmo dire che, in realtà, ogni giorno può diventare per noi una sorta di piccolo “mercoledì delle ceneri” con cui riprendiamo, daccapo e con rinnovato amore, il nostro cammino di conversione. L’apostolo Paolo ci esorta prima di tutto ad assumere uno stile di conversione che si può riassumere così: «con gioia»! La prima lettura è come una finestra aperta sul mistero di Dio che si riflette nella nostra vita: «Ciascuno dia quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7). Stando a quello che ci dice del Padre il Signore Gesù, possiamo immaginare e credere che l’Altissimo «che vede nel segreto» (Mt 6,4) scruta e accompagna «con gioia» ogni nostro piccolo o grande segno di conversione. Questa gioia passa sempre attraverso una interiorizzazione nemica di ogni spettacolo ipocrita. Se ogni mattina può e deve essere per noi il rinnovato inizio di un cammino di conversione, il primo passo di questo viaggio interiore è l’obbedienza alla parola del Vangelo che ci mette in guardia non dagli altri, ma da noi stessi: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 6,1). In realtà, c’è una corrispondenza magnifica tra ciò che vede il nostro Padre che è nei cieli e ciò che possiamo sentire nell’intimo segreto del nostro cuore, nel quale l’Altissimo ama abitare discretamente, ma così efficacemente se solo gli diamo veramente e generosamente spazio. Non si tratta solo di sentire la soddisfazione di uno sguardo del Padre che valga più dell’ammirazione del mondo intero, ma, ancor di più, sotto questo sguardo noi possiamo maturare una serenità interiore per cui la testimonianza del nostro cuore, illuminato dallo sguardo compiaciuto del Padre, ci basta per trovare pienezza e gioia, liberandoci così da ogni inutile e frenetica attesa del plauso che ci potrebbe venire dagli altri. Così possiamo comprendere come la parola consegnataci dal Signore Gesù non ci mortifica, ma ci dilata nella nostra serenità e pace: «Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra» (6,3). L’apostolo conferma e chiarisce ulteriormente ciò che il Signore ci consegna nel Vangelo: «tenete presente questo: chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà» (2Cor 9,6). Il salmista ci offre una sorta di ritratto di quello che siamo chiamati a diventare riflettendo in noi il volto invisibile del Padre che è nei cieli: «Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti: misericordioso, pietoso e giusto» (Sal 111,4). Siamo chiamati ad esercitarci nell’arte del segreto per essere capaci, in verità, di libertà e di amore. Nel nostro cuore – nel segreto del nostro cuore – siamo chiamati a chiarire a noi stessi quanto e come vogliamo darci… fino a che punto vogliamo donarci… per quali motivazioni profonde vogliamo seminare il dono di noi stessi con larghezza.

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Persone che sanno donare

Ciò di cui l’apostolo Paolo ci parla nella prima lettura ci può sembrare anche abbastanza banale. Eppure, la portata simbolica di ogni gesto di condivisione e di carità ha un peso rivoluzionario in quelle che sono le nostre relazioni fraterne. Paolo esorta e allo stesso tempo ammira: «E come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest’opera generosa. Non dico questo per darvi un comando, ma solo per mettere alla prova la sincerità del vostro amore con la premura verso gli altri» (2Cor 8,7-8). Il termine «premura» può sembrare una parola assai leggera e, invece, può diventare il primo passo di gesti e di scelte assai importanti nel nostro modo di porci non solo davanti, ma accanto agli altri. Ancora di più, è altamente significativo il fatto che l’apostolo Paolo sembra esplicitare la forma di questa premura apparentemente così banale calandola, per così dire, nello stampo dello stesso mistero dell’incarnazione: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). Queste parole dell’apostolo Paolo ci permettono di cogliere nella sua più alta profondità la provocazione del Vangelo, che potremmo definire una sorta di dichiarazione di guerra contro tutto ciò che nel nostro cuore tende a restringere il coraggio della generosità. Continuando la sua catechesi, che sta a fondamento di ogni esperienza discepolare, il Maestro lancia un’ulteriore provocazione ai suoi ascoltatori e a noi, che ci vantiamo di essere tra coloro che vogliono seguire il Signore: «Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?» (Mt 5,46-47). Il Signore Gesù ci chiede di fare della nostra vita un simbolo della sua stessa passione di dono che lo ha portato a diventare uno di noi fino a mettersi nelle nostre mani, accettando persino che lo mettessimo sotto i nostri piedi. Tutto ciò non certo per una sorta di masochismo gratuito che sarebbe alquanto malato, ma per una fedeltà al proprio cuore che è stata capace di rivelarci il cuore stesso di Dio come Padre.  L’esortazione finale del Vangelo di quest’oggi diventa così un programma aperto a tutti gli imprevisti e disposto a rispondere a tutte le urgenze relazionali che la vita pone davanti a noi: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). L’«opera generosa» (2Cor 8,6) evocata e consigliata dall’apostolo Paolo, che si concretizza in un piccolo gesto di solidarietà, diventa così il simbolo di un atteggiamento di fondo che ci rende persone sempre in atto di donare, persino quando riceviamo qualcosa, perché si accoglie tutto e tutti con sentimenti di gratitudine e di stupore.

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Accogliere in maniera nuova

L’inizio della prima lettura può fungere da portale per comprendere appieno le gravi parole del Signore Gesù che, come sapiente pittore, continua a dare colori e profondità all’affresco delle beatitudini quale stile di vita che dona la vita: «poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio» (2Cor 6,1). Accogliere la grazia diventa, nell’insegnamento del Signore, accogliere fino all’estremo ogni nostro fratello, riconoscendo così di avere raggiunto la consapevolezza di avere continuamente bisogno, a nostra volta, di essere accolti. Il primo passo per esprimere e vivere l’accoglienza dell’altro, che è sempre un farsi accogliere dall’altro, è quello non solo di saper dare del tempo, ma di essere persino disposti a perdere tempo: «E se uno ti costringe ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due» (Mt 5,41). Riascoltando questo insegnamento, il cuore ricorda quasi automaticamente quel camminare del Risorto accanto ai due discepoli che fanno la strada da Gerusalemme a Emmaus, che dista dalla città santa ben «undici chilometri» (Lc 24). Quante cose si possono scoprire camminando insieme, quanti pregiudizi possono cadere e quali amicizie e umane complicità possono rafforzarsi con quell’andare dei piedi che distende la mente, scioglie la lingua e conforta il cuore. Il Signore fa memoria di quanto si trova scritto nella Legge: «Occhio per occhio e dente per dente» (5,38) e, proprio mentre lo rammenta non senza devozione, ci aiuta ad andare oltre per non trasformare la vita in un grande cimitero, ma far sì che appaia sempre di più come un giardino in cui ci si scambia il dono di un’accoglienza reciproca vera e umile al contempo. Come ricorda Doroteo di Gaza: «intendo l’umiltà vera, non un abbassamento a parole e ad attitudini, bensì una disposizione veramente umile, nell’intimo del cuore e dello spirito. Per questo il Signore dice: “Sono mite e umile di cuore»”. Chi vuole trovare il vero riposo per la sua anima impari dunque l’umiltà» (DOROTEO DI GAZA, Istruzioni, 1, 8). Questo diventa assolutamente più facile se facciamo nostra l’attitudine dell’apostolo Paolo: «come poveri, ma capaci di arricchire molti, come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!» (2Cor 6,10). La legge del taglione, che facilmente ci viene di disprezzare come antiquata e per molti aspetti barbara, in realtà è già un balbettìo e un bisbiglio di vangelo con cui si cerca di arginare la cieca violenza che ci serra il cuore prima di farci stringere i pugni. La parola di Cristo, come pure l’esortazione dell’apostolo, non sono certo un lasciapassare per il male, né, tantomeno, un invito a incoraggiarlo e a farlo dilagare, ma ben più profondamente apre il nostro cuore ad accogliere uno spirito nuovo che ci permette di porre l’attenzione non sul torto che eventualmente ci viene fatto, ma sempre sul fratello che lo sta compiendo. Tenere fisso lo sguardo sulla persona, senza lasciarci distogliere dal male che compie, significa neutralizzare il male poiché oltre le sue maschere repellenti sappiamo cogliere il bisogno concreto del nostro simile, che attende se non di essere amato, almeno di essere rispettato come «malvagio» (Mt 5,39), e questo è il primo passo di un’accoglienza che può – forse deve – ancora crescere.

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La forza interiore

Poste dopo la parabola del seminatore e dei diversi tipi di terreno, in cui si afferma che “il seminatore semina la parola” (Mc 4,14), le due parabole odierne parlano dell’efficacia di tale parola. Efficacia che, per dispiegarsi, ha bisogno delle operazioni spirituali già evocate in Mc 4,1-20 (interiorizzazione, perseveranza e lotta spirituale), ma anche di pazienza e di attesa, di fiducia, come appare nelle parabole di Mc 4,26-32. La fiducia necessaria quando si deve attendere e sperare obbligandosi al non intervento ed entrando in un rapporto con il tempo che richiede forza nei confronti di se stessi. Si tratta della forza del contadino che decide di non affrettare i tempi della crescita del seme, ma di assecondarne la crescita, accettando di non essere protagonista, ma anche della fiducia necessaria quando si deve credere che un seme minuscolo come il grano di senape possa divenire un albero maestoso. Entrando dunque in un rapporto con la realtà che richiede la forza di non cedere all’evidenza, di non arrendersi al visibile, ma di credere al paradosso, cioè che gli ultimi saranno i primi, che gli afflitti saranno beati, insomma di credere alla forza del vangelo. Il paradosso che sempre le parabole ci pongono di fronte è il paradosso stesso della fede cristiana, della morte salvifica del crocifisso. Esattamente come il Regno di Dio che è simile a un seme gettato e che deve essere sepolto nella terra, deve morire per germinare. Del resto, il seme, simbolo della parola di Dio e del Regno di Dio, è anche segno di Cristo stesso e della sua morte e resurrezione. “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (Gv 12,24). Caduta nel cuore di un uomo, la parola di Dio deve rimanervi, essere interiorizzata, ascoltata sempre di nuovo con perseveranza, deve essere fatta regnare sulle tante altre parole che distraggono dall’essenziale, fino a divenire principio di discernimento e di azione, dunque di carità, di misericordia, di perdono, di giustizia, di verità. E l’uomo che avrà coltivato così nel proprio cuore la parola di Dio sarà da essa rigenerato, trasformato, e ne mostrerà l’efficacia nel suo stesso vivere, senza esibizionismi, “come, egli stesso non lo sa” (cf. Mc 4,27). Il testo di Mc 4,26-29 contiene la cosiddetta parabola del “seme che spunta da solo” o forse, meglio, la parabola del contadino che lavora sia con l’azione (seminare, mietere) che con il non-agire. Tra la semina e la mietitura c’è un tempo di inattività del contadino. Inattività necessaria affinché il seme spunti da solo. Questo momento di astensione dal fare è essenziale perché il seme giunga alla sua germinazione e fruttificazione. Infatti, c’è un evento che il contadino non può determinare e dunque deve respingere la tentazione di farlo: che il contadino dorma o si alzi, egli nemmeno sa come il seme arrivi a maturare. Condizione dunque del maturare del frutto è il non forzare i tempi della crescita. Ma questa inattività non è indifferente né disimpegnata, ma colma di attesa, di attenzione, di pazienza, di fiducia. Nella parabola, il contadino è chiamato all’azione interiore, alla vigilanza di chi dovrà essere pronto a cogliere l’attimo in cui il frutto è maturo per mietere: “Quando il frutto è maturo, subito manda la falce, perché è giunta la mietitura” (Mc 4,29). La parabola narra la pazienza di Dio, la capacità del Signore di attendere i tempi umani, ma essa suggerisce anche a noi una modalità di lavoro che è la non-azione, l’acconsentire alla maturazione dell’altro senza forzare i tempi, l’acconsentire all’azione di Dio nell’altro senza fretta, senza presunzione e senza angoscia. Si tratta di imparare la faticosa arte di non agire, di aiutare ciò che procede da solo, di porre un freno alla nostra impazienza, di astenerci dall’intervenire direttamente impedendo la giusta possibilità del terreno di dare frutto nella propria misura (trenta, sessanta, cento) e a proprio tempo. Occorre lasciar fare facendo fiducia alla potenza del seme-parola di Dio e alla capacità di accoglienza della terra-cuore umano. Lasciar fare senza trascurare, ma avendo cura e aiutando la crescita con l’atto generante della fiducia. La fiducia è la non-azione che consente all’altro di trovare la forza e la possibilità di agire, anzi, di essere, di divenire, di crescere. Ovviamente, va evitata la passività: occorrerà accompagnare il processo. Come testimoniano altre parabole evangeliche, occorre sarchiare il terreno, zapparlo, irrigarlo, insomma mettersi a disposizione del terreno e del seme perché possa germinare e crescere come pianta con i suoi tempi. L’efficacia, in questo caso, è tutta nel non ingerirsi e nell’assecondare, con umiltà, un processo che avverrà non in virtù dei nostri sforzi, ma sponte sua. Si tratta di mettersi a servizio di ciò che procede da solo. Non è facile questo assecondare perché implica il nostro metterci in secondaposizione, il rinunciare all’essere i protagonisti indiscussi dell’evento. Certamente, nel concreto di tante situazioni questo equilibrio non è facile da trovare e occorrerà vagliare caso per caso tra intervento e attesa, ma il testo evangelico apre una prospettiva ispirata a mitezza. Non al clamore, ma alla discrezione, non al controllo ma alla fiducia, non all’agire, ma all’attesa, non all’intervento, ma all’ascolto. Una parabola evangelica, che ha a che fare con il tempo e anche con il raccolto agricolo abbondante, illustra bene quanto sto dicendo. In Lc 12,16-21 si parla di un uomo ricco che elabora il modello di un piano da realizzare per mettere al sicuro il raccolto abbondante della sua campagna, piano che però sarà smentito dalla sua imprevedibile morte la notte stessa. Il progetto di quest’uomo tendeva a controllare il tempo, a dominare il futuro, ad avere una presa sul passare del tempo. Noi spesso pensiamo l’efficacia come controllo. Gesù dirà, facendo eco alla tradizione sapienziale biblica: “Chi di voi, per quanto si dia da fare, può allungare anche di poco, la propria vita?” (Lc 12,25). Quale tipo di efficacia emerge allora? E quale tipo di rapporto con il tempo (e con gli altri e con il mondo)? Un rapporto umile e mite. Un rapporto con il tempo che conduce l’uomo a lasciar lavorare il tempo su di sé: attenzione e attesa, pazienza e discernimento divengono atteggiamenti basilari per un rapporto con il tempo che favorisce la nostra crescita interiore. Accettiamo che il tempo ci lavori. E che non sia soltanto l’ambito in cui noi interveniamo sugli altri o sul mondo. Al tempo stesso, questo lasciarci lavorare dal tempo non è il passivo lasciare che il tempo passi, ma entrare in un tipo di lavoro e di azione che è invisibile e interiore, ma non per questo meno efficace, soprattutto perché si tratta di un lavoro non sull’esteriorità, ma sull’interiorità. Questa dimensione di umiltà accompagna la fiducia nella trasformazione dell’altro mentre attua una trasformazione in noi stessi. La trasformazione è invisibile, eppure è efficace. Noi ne vediamo solo il frutto, non il processo, che si sottrae alla visibilità. Ci accorgiamo che siamo invecchiati, ma lo vediamo nell’arco di un periodo di tempo; vediamo il frutto maturo, ma non lo vediamo nel mentre della sua maturazione. La trasformazione non è locale, ma globale; non è momentanea, ma avviene nella durata, in un processo; non rinvia solo a un soggetto che ne sia l’attore, ma a un insieme di fattori, a un complesso di condizioni, dunque procede su un registro pervasivo e diffuso. La crescita è silenziosa, graduale, globale, invisibile. Si pensi alla straordinariamente efficace e invisibile azione dell’erosione: ne vediamo a un certo punto gli effetti, ma non vediamo il mentre. Accompagnare la trasformazione di sé e degli altri, accompagnare e favorire il divenire e la crescita di un gruppo, di una comunità, esige attesa, capacità di silenzio, esige anche la capacità di non-agire. E di discernere i tempi dell’azione e i tempi dell’inazione. La parabola successiva (Mc 4,30-32) ha il suo centro nello scarto tra inizio e fine, fra realtà iniziale, un seme minuscolo, e risultato finale, un albero grandioso. O, forse, il cuore della parabola è la trasformazione incredibile del seme una volta che è seminato a terra. L’accento, in questo caso, cade sulla terra in cui il seme cade e viene sepolto per morirvi, salvo poi spuntare e crescere fino a divenire un albero maestoso. In questa seconda accentuazione il richiamo cristologico è più evidente e noi siamo rinviati alla dimensione di paradosso della rivelazione e della fede cristiana. Il paradosso del Salvatore che è il Cristo morto, sepolto e risorto, il paradosso di una fede che ama chi non è amabile, crede l’incredibile e spera l’insperabile. Il paradosso ci ricorda che la vita non è linearità senza rotture, non è totalità senza mancanze, non è coerenza senza contraddizioni, non è luce senza ombre, non è regolarità senza incoerenze, non è logica senza asimmetrie. E con queste incoerenze, rotture, ombre, contraddizioni, asimmetrie, noi abbiamo sempre a che fare: perché esse sono in noi, negli altri e nella realtà. Sono nei rapporti difficili che viviamo con altri, nelle incomprensioni dei nostri linguaggi, nelle distanze che continuano ad abitare persone che pure vivono insieme da anni. Sono il segno della nostra condizione umile, povera, sempre in ricerca. Queste realtà costituiscono il paradosso in cui siamo immersi. Il paradosso ormai abitato dal Cristo morto e risorto.

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Un cuore di Madre

Quando si entra nella logica della ricerca di Dio e nel desiderio di compiere la sua volontà, il prezzo è la disponibilità a perdere in termini di sicurezza e di comprensione. Il testo evangelico si conclude con una finestra sulla fatica di Maria e di Giuseppe, che è pure la nostra: «Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro» (Lc 2,50). Dopo aver contemplato il mistero del cuore di Cristo e del suo ineffabile donarsi a noi come via per ricomprendere e attraversare la vita nella logica propria del Vangelo, la Liturgia ci fa contemplare il cuore di sua madre. La prima lettura ci fa entrare nell’esultazione profonda che ha accompagnato, come un sottofondo inalterabile, la vita e l’esperienza di fede di Maria: «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo che si mette il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli» (Is 61,10). Ma l’esultazione e la gioia che hanno segnato il cammino di Maria, la cui vita è stata totalmente a servizio del mistero dell’incarnazione e della piena umanazione del Verbo, ha conosciuto, sin dal primo istante dell’annunciazione fino all’attesa trepida della risurrezione, la realtà dell’angoscia.
Il Vangelo di quest’oggi ce lo ricorda in modo chiaro e condiviso con il padre del Signore, con Giuseppe sposo di Maria: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (Lc 2,49). Il cuore di Maria non è stato poi così diverso da quello che sente e patisce il nostro stesso cuore: ha provato le gioie più indicibili come quella di stringere tra le braccia e accompagnare la crescita del Signore Gesù, ma ha anche patito tutti i turbamenti che nascono dall’incertezza di ogni cammino di fede che sia autentico. Il cuore di Maria ha dovuto imparare il ritmo di Dio fino a entrare nel suo modo di guidare e di vivere la storia. Una cosa che sicuramente Maria ha imparato, prima di noi e forse persino un po’ per noi, è una verità fondamentale: per camminare nelle vie del Signore ci vuole tempo non tanto per capire quanto per aderire! «Tre giorni» (2,46) sono il ritmo necessario alla fede perché diventi luogo di fede non a livello intellettuale, ma nella piena e generosa adesione del cuore.
Pur avendolo generato e accolto come un figlio, Maria e Giuseppe devono imparare a cercarlo e a trovarlo senza mai possederlo e questo processo interiore non solo non è mai scontato, ma è sempre giustamente doloroso. L’evangelista Luca ci fa intuire il disagio di Maria, unitamente a quello di Giuseppe, in cui si consuma la fatica di un cuore chiamato ad amare senza identificare l’amore con le proprie emozioni e i propri progetti: «Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro» (Lc 2,50). Quante volte questo potrebbe essere detto di noi? Eppure, non capire può essere talora il primo passo per aderire al mistero dell’altro accettando che esso ci riveli a noi stessi in modo più ampio e più vero. Al cuore di Maria possiamo affidare tutte le nostre fatiche, quando non capiamo molto della nostra vita e di quella di quanti amiamo, senza smettere di desiderare di camminare insieme, mettendo in conto anche di doverci forse persino perdere: «Scese dunque con loro…» (Lc 2,51). Per il cuore questa è la cosa più importante e irrinunciabile.

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La libertà dove la trovi?

L’apostolo Paolo non lascia dubbi: «Il Signore è lo Spirito e, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2Cor 3,17). Potremmo parafrasare questo testo paolino dicendo che il Signore è libertà e non si tira indietro davanti all’esigenza di andare oltre tutti i limiti, persino quelli del buon senso o della consuetudine, con una capacità di andare sempre più al cuore e all’essenza delle realtà: «Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio» (Mt 5,22). Se i grandi mali cominciano sempre con piccole distrazioni e sottovalutazioni del bene, il cammino di una pienezza di relazione con i nostri fratelli passa sempre attraverso l’attenzione a quei piccoli semi di consapevolezza e d’amore che assicurano, nel tempo, il grande raccolto della misericordia. Il Signore Gesù ci esorta: «se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20). Il Maestro non si accontenta di esortarci, ma si fa esempio di una capacità di lettura del reale che si fa sapiente e coraggiosa interpretazione delle Scritture. Superare non significa, nel linguaggio evangelico, mettere da parte, ma andare oltre come si fa percorrendo una strada o salendo una scala: per fare il passo seguente bisogna assicurare al meglio quello precedente per non cadere e farsi male o, peggio ancora, fare del male. Il nostro cuore è un laboratorio quotidiano di perdono poiché è proprio nella capacità di superare la cieca logica di una giustizia meccanica che ci rendiamo diafani alla presenza dello Spirito di Cristo in noi, che si fa visibile e percepibile per quanti ci incontrano. In tal modo si compie in noi, oltre che per noi, la Scrittura: «E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3,18). Se siamo sinceri, dobbiamo riconoscere come spesso il «Vangelo rimane velato» (4,3) nella nostra vita di apprendisti discepoli, ogni volta che facciamo fatica a credere nella necessità terapeutica di un perdono continuamente ricevuto e ridonato… sempre scambiato come il dono più prezioso e il più necessario alla vita e al suo incremento dentro di noi e attorno a noi: «Perciò, avendo questo ministero, secondo la misericordia che ci è stata accordata, non ci perdiamo d’animo» (2Cor 4,1). Concretamente questa decisione per il perdono si esprime in una capacità di decisione senza rimando alcuno e che non ha bisogno di nessun confronto o approvazione esterne, perché si consuma nell’intimità di un cuore esposto alle esigenze della misericordia: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24). In questo breve ma così intenso viaggio dall’altare al fratello e dal fratello all’altare si rivela il nostro grado di libertà; per questo le parole che riprendiamo dal salmo responsoriale possono diventare il grido della nostra supplica in questo giorno: «Donaci occhi, Signore, per vedere la tua gloria»!

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La creatività dello Spirito

Le parole con cui il Signore Gesù sviluppa la logica delle beatitudini, introducendo nel discorso della montagna le cosiddette «antitesi» del Regno dei cieli (cf. Mt 5,20-48), affermano che non c’è bisogno di immaginare o provocare alcuna rottura, quando si vuole dare compimento alla legge di Dio, in tutte le sue necessarie sfumature esistenziali: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17). La dichiarazione che non c’è alcun bisogno di togliere per esplicitare e vivere fino in fondo il rapporto con Dio potrebbe, tuttavia, correre il rischio di essere intesa come una radicalizzazione troppo esigente, tutta sbilanciata a nostro sfavore. Quasi una pretesa esagerata nei nostri confronti, da cui ci sentiamo togliere un po’ il fiato: «In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto» (Mt 5,18). In realtà, ciò che sta a cuore al Signore Gesù — e sembra cingere con forza i confini della nostra libertà — non è altro che l’urgenza di insegnarci ad affrontare la vita come un dono che merita sempre di essere portato a termine e mai abdicato. Se le beatitudini hanno il compito di stabilire una nuova opportunità di vita, tutta fondata sulla presenza di Dio dentro la storia umana, non deve certo preoccupare il conseguente invito a ricercare, in ogni tipo di rapporto, la misura migliore di vita per noi e per gli altri. Del resto, se il nostro peggior vizio – anche spirituale – è misurare le parole di Dio a partire dal nostro sguardo, lo Spirito del Risorto preferisce convincerci che la nostra vita – persino quando è povera, misera e rifiutata – può essere testimonianza credibile del mistero pasquale: «Fratelli, proprio questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio. Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, il quale ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita» (2Cor 3,4-6). La ragione per cui Gesù può chiederci di non chiedere mai – né a Dio né a noi stessi – l’autorizzazione a trascurare anche solo uno «iota» della realtà che siamo chiamati a servire, ma ci incoraggia a invocare la forza di poter accompagnare ogni cosa verso il suo compimento nell’amore, è proprio la forza dello Spirito Santo, il primo dono nella cui memoria devono imparare a rimanere i credenti di ogni tempo. La riflessione di san Paolo si spinge anche oltre, arrivando ad affermare che non solo siamo autorizzati a essere pieni di fiducia, perché rinnovati da un dono di misericordia, ma dobbiamo essere persino creativi mediante il tocco interiore dello Spirito, che ci fa diventare persone pienamente realizzate nell’attenzione alla realtà e nella comunione con gli altri. Osservare, senza abolire, la Legge e i Profeti significa diventare appassionati ricettori di quella grazia che è con noi sempre, fino alla fine del mondo, ma che non può restare con noi se non siamo disposti a offrirla interamente e liberamente agli altri, in qualsiasi modo essi possano riceverla. Se Mosè ha ricevuto il singolare compito di consegnare le tavole della Legge a Israele, noi che ascoltiamo il discorso della montagna dobbiamo diventare consapevoli di un compito ancora più grande: mostrare che l’alleanza con Dio può essere portata a compimento nella nostra carne umana, senza dover eliminare niente e nessuno dal libro della vita, di cui ogni pagina è salva perché raggiunta dal sangue dell’Agnello: «Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu avvolto di gloria al punto che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito?» (2Cor 3,7-8).

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Saporiti e luminosi

Quella del Signore Gesù è una parola che forse non riusciamo a cogliere in tutta la sua portata e la sua importanza, abituati come siamo ormai ad avere a disposizione tutti gli alimenti di cui abbiamo bisogno. Ma nei tempi antichi il sale era un bene primario perché andava prodotto con grande cura e portato in quelle zone in cui non si sarebbe potuto trovare. In alcuni rituali di accoglienza, come segno di attenzione verso l’ospite, gli si offriva, oltre che il pane, anche un po’ di sale. E il Signore Gesù pensando ai suoi discepoli, pensando a noi che desideriamo essere annoverati tra i suoi discepoli, ci dice ancora una volta e in modo così diretto: «voi siete il sale della terra, ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrebbe rendere salato?» (Mt 5,13). E come se non bastasse a farci temere di essere comunque inadeguati al nostro compito e alla nostra missione di presenza e di testimonianza in mezzo ai fratelli, aggiunge: «Voi siete la luce del mondo» (5,14). Ciò che nel vangelo secondo Giovanni è continuamente riferito allo stesso Signore (Gv 8,12) quale «luce vera» (1,9) e al profeta Giovanni suo Precursore, indicato come «lampada» (5,35) gioiosa, qui viene riferito con la stessa intensità a ciascuno di noi: «così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e diano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5,16). Proprio Matteo, che tra poco insisterà sulla necessità di compiere ogni cosa «nel segreto» (Mt 6,4.6.18), subito dopo aver elencato le beatitudini è come se invitasse chiunque ne sperimenti nella propria esistenza una piccola scintilla a non tenerla «nascosta» (5,14) come «un tesoro geloso» (Fil 2,6) ma, al contrario, di condividerla come si fa con la luce di una candela in piena notte e di un pugno di sale in cucina. Davanti a questo mistero di dono, che siamo noi stessi tanto da essere obbligati a donare e a condividere a nostra volta, possiamo fare veramente nostre la parole di Paolo: «È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2Cor 1,24). In altre parole, dobbiamo continuamente tenere desta la memoria che la fonte della nostra luce non è in noi stessi ma viene da Dio; la fragranza del gusto della nostra vita non è frutto della nostra sagacia, ma è partecipazione alla sapienza che viene dallo Spirito. Una simile consapevolezza non può che generare un atteggiamento di grande disponibilità alla condivisione, sempre unita a una profonda discrezione. Infatti, non siamo «padroni della vostra fede» ma «collaboratori della vostra gioia» (1,24). La conclusione di Paolo è assai interessante: «perché nella fede voi siete già salvi». Questo modo di guardare alla vita degli altri come già perennemente abitata dalla presenza del «Figlio di Dio, Gesù Cristo» (1,19) rende tutto più semplice e più bello. Non si tratta di apportare nulla di nuovo nella vita dei nostri fratelli ma, semplicemente, di scoprirvi e mettere «sul lucerniere» (Mt 5,15) ciò che già li abita profondamente, ciò che già – forse a nostra insaputa e sempre in modo invisibile – dà sapore e gusto alla nostra stessa vita. Non siamo forse tutti chiamati a essere «collaboratori» (2Cor 1,24) della gioia?!

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Ci rende felici il qui e ora

L’avvio della Seconda lettera ai Corinzi, che la liturgia propone oggi al nostro ascolto, è un magnifico portale d’ingresso al discorso della montagna, con cui il Signore Gesù annuncia la venuta del Regno attraverso le beatitudini, giustamente considerate il midollo del vangelo e la magna charta della vita cristiana. Attingendo a piene mani dalla sua esperienza, san Paolo si ritrova a benedire la provvidenza di Dio per il modo specifico con cui la sua salvezza agisce nella vicenda umana, in virtù della Pasqua eterna di Cristo: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione!» (2Cor 1,3). Il trionfo di Cristo sul peccato e sulla morte non determina l’apertura di alcuna corsia preferenziale nelle autostrade della storia. Diventare figli di un Dio capace di offrire la consolazione necessaria a ogni cammino di vita non significa sperare di essere preservati dalle esperienze più scomode e indesiderabili che la realtà può riservare, ma sperimentare che, proprio nel cuore delle più grandi angosce e delle più prolungate sofferenze, si possono spalancare impensabili sentieri di speranza: «Poiché, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione» (2Cor 1,5). La vera consolazione, quella in grado di colmare le attese del nostro cuore, non può identificarsi con l’assenza di problemi, ma con la presenza di una compagnia capace di rassicurare il bisogno più profondo che tutti abbiamo: non essere e non rimanere mai soli nel viaggio della vita. Quella di Cristo è una consolazione certa e abbondante, perché attraverso il suo Spirito egli è in grado di raggiungerci sempre e continuamente, al di là del nostro livello di desiderio e di consapevolezza. La gioia di una relazione con il Figlio e, attraverso di lui, anche con il Padre, è la chiave che ci permette di comprendere il senso profondo delle beatitudini. 
Diversamente dagli slogan di una cultura ingannevole, dove si afferma che per toccare il cielo con un dito — cioè, per essere felici — bisogna occupare un prestigioso ruolo sociale, conquistare gratificazioni e riconoscimenti attraverso gli strumenti del potere e l’illusione del possesso, le beatitudini proclamano che la strada verso una vita piena non sta fuori, ma dentro di noi. Ci assicurano che non è vero che siamo tutti destinati alla felicità. È vero esattamente il contrario: la felicità è destinata a noi, da sempre, da Dio nostro Padre. Ecco perché Gesù prende la parola e passa in rassegna tutti quei luoghi esistenziali in cui a noi non sembra affatto che possa esserci una vita degna di questo nome: per dirci che il segreto di un’autentica gioia non si colloca in cima ai nostri desideri frustrati, ma in fondo alla consapevolezza di quello che siamo e stiamo diventando. Il vangelo delle beatitudini ci invita ad accogliere la nostra realtà come un luogo di sempre possibile gratitudine e di felicità, rifiutando l’illusione che la vita possa esprimere il suo meglio al di fuori di quello che siamo e di quanto ci troviamo a essere: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). La povertà in spirito – con tutte le sue diverse declinazioni – è condizione per l’accesso al Regno nella misura in cui è segno di una relazione con il cuore mite e umile di Cristo. Beati lo siamo, dunque, se nelle sofferenze e nelle persecuzioni a cui possiamo andare incontro, restiamo fondati sull’intima certezza di essere amati e custoditi dal volto di Dio, che è felice di poter avere i nostri occhi davanti ai suoi: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,12). Solo in relazione a un simile sguardo di amicizia fedele, la realtà si può trasfigurare in condizione di felicità, fino a farci credere che non esiste altro che possa renderci felici se non il qui e ora della nostra vita. Se, infatti, qualcosa di necessario ancora ci mancasse, «Dio ce lo avrebbe già dato» (M. Delbrêl).