Pubblicato in: Riflessioni personali

Guarire dalle nostre rassegnazioni

La purificazione di un «lebbroso» (Mt 8,1) apre una serie di interventi di guarigione da parte del Signore. Questi gesti ci aiutano a riconsiderare le nostre malattie, le nostre fragilità e le nostre angosce. Il Signore Gesù si presenta come medico per soccorrerci nella nostra fatica di vivere e di sperare. Possiamo rileggere il racconto dell’annunciazione ad Abramo della nascita di Isacco come un evento di guarigione profonda. Mentre il lebbroso del Vangelo, nonostante tutto, continua a sperare in una possibile guarigione, sembra proprio che Abramo e Sara non sperino più di mettere al mondo un figlio che sia veramente il frutto della loro unione sponsale. Del resto, il testo ci mette davanti a quelli che, in linguaggio contemporaneo, definiremmo dati non semplicemente preoccupanti, ma chiaramente negativi: «Quando Abram ebbe novantanove anni» (Gen 17,1). Quanto a Sara, le cose non vanno certo meglio. Abramo sembra voler ricordare puntigliosamente tutto questo al Signore, per non farlo sentire in dovere di fare promesse astruse: «E Sara all’età di novant’anni potrà partorire?» (Gen 17,17). Potremmo glossare che davanti a cifre di questo numero scappa da ridere. Il povero Abramo è talmente lucido sulla situazione da non riuscire neppure ad arrabbiarsi: «si prostrò con la faccia a terra e rise» (17,17). A questo punto viene da citare il proverbio: «Ride bene, chi ride ultimo»! La conclusione della prima lettura lascia le cose in sospeso: «Dio terminò così di parlare con lui e lasciò Abramo, levandosi in alto» (17,22). Ecco spuntare il miracolo non narrato: Abramo, a novantanove, anni ritrova il coraggio di accostarsi alla novantenne Sara fino a generare un figlio non più atteso né, tantomeno, sperato. La parola del Signore che fa scoppiare a ridere Abramo in realtà è stata capace di rinnovare in questa coppia attempata la forza e la voglia di rischiare ancora senza vergogna di fallire un’altra volta. Ciò che la presenza del Signore ha guarito in Abramo è la sua rassegnazione. Ciò che il Signore Gesù guarisce nel lebbroso prima ancora di risanarlo dalla lebbra è la tendenza a lasciar perdere la speranza di poter vivere giorni più felici. La lettura liturgica fa saltare il momento in cui il Signore muta il nome di Abramo in «Abramo» (17,5), prima di cambiare quello di Sarai in «Sara» (17,15) la quale «ti partorirà un figlio e lo chiamerai Isacco» (17, 19). Del lebbroso guarito dal Signore Gesù non conosciamo il nome. L’evangelista Matteo ci narra come questo povero chiama colui che è appena «sceso dal monte» (Mt 8,1) quasi come fosse Mosè, col titolo di «Signore». E subito aggiunge «se vuoi, puoi purificarmi» (Mt 8,2). Questo lebbroso senza nome si prostra davanti a Gesù come Abramo si prostra davanti al suo Augusto interlocutore. Mentre Abramo chiede all’Altissimo di aiutarlo ad arrangiarsi senza troppo sperare di più, quell’uomo è capace di spingersi oltre la propria malattia, finalmente beatificata dalle parole pronunciate da Gesù e non più maledetta. Proprio un lebbroso, nel Vangelo di Matteo, fa ciò che nel Vangelo di Giovanni fa la madre di Gesù: «Se vuoi, puoi». La risposta è la stessa data ad Abramo che non l’aveva chiesto: «Lo voglio, sii…». Non c’è proprio niente da ridere, c’è da gioire.

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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