Pubblicato in: Riflessioni personali

A cosa serve allontanare?

Non sono facilmente assimilabili i due allontanamenti di cui parlano oggi le Scritture disposte dal calendario liturgico. Quello di «Agar l’Egiziana» e del fanciullo «che lei aveva partorito ad Abramo» (Gen 21,9) – Ismaele – sorge a causa della gelosia di Sara e del suo tremendo sospetto che il figlio della schiava possa «essere erede» insieme al suo figlio «Isacco» (21,10). Quello del Signore Gesù, che viene espulso dal «paese dei Gadarèni», è piuttosto la conseguenza della sua azione di esorcismo nei confronti di «due indemoniati» (Mt 8,28), così forte da suscitare lo sconcerto in tutti gli abitanti della città. Mentre il primo allontanamento sembra «un gran male», non solo «agli occhi di Abramo» (Gen 21,11), ma pure a quelli del lettore, a cui pare inammissibile consegnare una mamma e suo figlio al rigore del deserto soltanto per gelosia, il secondo, già nell’epoca patristica, veniva interpretato anche sotto una luce positiva, come attestazione di meraviglia di fronte al potere taumaturgico di Cristo: «Non è per superbia che lo pregano di uscire dal loro territorio, come alcuni ritengono, ma è perché nella loro umiltà si credono indegni di ospitare il Salvatore. Così anche Pietro, cadendo ai piedi del Salvatore, dopo la pesca miracolosa, esclama: “Allontanati da me, Signore, perché sono uomo peccatore”» (Girolamo, Commento al Vangelo di Matteo 1,8,34). 
Osservando, però, con attenzione il filo delle due narrazioni, forse siamo costretti a maturare un giudizio meno schematico nei confronti dei non necessari – eppure così frequenti – allontanamenti, che nella vita a tutti capita di compiere o di subire. Senza dubbio, separarsi è sempre la scelta più drammatica che possa accadere, quando le persone non si scoprono più capaci di coltivare, con paziente amore, la complessità di rapporti scelti o accolti liberamente. Il comportamento di Sara, benedetta da Dio in età avanzata, quando suo marito aveva addirittura «cento anni» (Gen 21,5), non può essere certo emendato da quella dimensione di male, così evidente nel modo con cui chiede al marito di diventare complice dei suoi sentimenti di intolleranza: «Scaccia questa schiava e suo figlio» (21,10). Eppure, nonostante la crudeltà della parola e del progetto, Dio appare disposto a cogliervi un’opportunità di far crescere ugualmente la vita che non riesce più a rimanere unita: «Non sembri male ai tuoi occhi questo, riguardo al fanciullo e alla tua schiava: ascolta la voce di Sara in tutto quello che ti dice, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. Ma io farò diventare una nazione anche il figlio della schiava, perché è tua discendenza» (Gen 21,12-13). Dio non ama certo i compromessi, eppure non si scandalizza mai quando si trova nella circostanza di dover trarre del bene da una situazione irrimediabilmente compromessa. Come fa Gesù di fronte a quei due indemoniati «tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada» (Mt 8,28). Senza ascoltare il grido del loro terrore, il Signore ordina ai «demoni» di allontanarsi dai due uomini, separati da troppo tempo dalla loro dignità di viventi: «Ed essi uscirono, ed entrarono nei porci: ed ecco, tutta la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare e morirono nelle acque» (Mt 8,32). Per quale motivo Cristo acconsente alla richiesta dei demoni, permettendo loro di entrare nella mandria di porci? Giovanni Crisostomo suggerisce di scorgere in questo gesto numerosi insegnamenti: «Prima di tutto voleva far capire a quelli che liberava da quei malvagi tiranni quale grave danno fosse l’esser dominati da loro. In secondo luogo voleva mostrare a tutti che i diavoli non possono neppure entrare nei porci, se Dio non lo permette. Voleva, inoltre, far comprendere che, se gli indemoniati non avessero ottenuto in quella disgrazia il soccorso della provvidenza divina, i demoni avrebbero potuto far loro assai più male di quanto ne fecero ai porci» (Commento al Vangelo di Matteo 28,2). Gli allontanamenti, talora inevitabili e dolorosi, possono essere un’occasione di ripensare e perfezionare il nostro modo di rimanere nella fedeltà dell’amore. Per far crescere in noi solo «l’uomo che desidera la vita e ama i giorni in cui vedere il bene» (Sal 33,13).

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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