Pubblicato in: Riflessioni personali

Cosa è più facile?

La provocazione con cui il Signore Gesù reagisce alla reazione degli scribi, di fronte alla possibilità di alleggerire il peso di un uomo costretto all’immobilità dalla paralisi, riguarda anche ciascuno di noi: «Che cosa infatti è più facile…?» (Mt 9,5). Questa parola del Signore Gesù può diventare la chiave di lettura per ricomprendere un testo tanto famoso quanto difficile, che comunemente si indica come “il sacrificio di Isacco”. Possiamo dunque chiederci: «È più facile sacrificare il proprio figlio o liberarlo?»; e ancora: «È più facile far camminare un paralitico o riuscire a convincerlo di essere comunque amato?». Sta qui la grande sfida del Vangelo con il suo messaggio di liberazione che va nella direzione della leggerezza e della serenità. Il Vangelo ci mette di fronte a una scena di rara bellezza: «Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati”» (Mt 9,2). Il cuore del Signore Gesù è paterno e si mostra, ancora una volta, sensibile a ogni gesto di bontà e di compassione. Il fatto che questo paralitico abbia delle persone care che si occupano di lui fino a portarlo davanti a Gesù è già segno di una libertà dal senso di peccato e dal complesso di colpa. Questi cancri dell’anima rischiano di rendere ancora più pesante e doloroso l’inevitabile dolore che la vita spesso comporta, con le sue prove e le sue limitazioni. A questo punto possiamo porci alcune domande su ciò che è veramente successo su quel «monte» (Gen 22,2) su cui Abramo pensa di dover sacrificare il proprio figlio Isacco. Il testo ci dice con chiarezza che «Dio mise alla prova Abramo» (22,1). Forse la prova che Abramo deve affrontare come ciascuno di noi è di comprendere quanto Isacco sia importante non per quello che significa come figlio, ma per quello che è come persona chiamata a piena libertà. Alla fine del racconto, l’angelo del Signore rinnova per Abramo la benedizione e in certo modo la dilata: «ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare» (Gen 22,17). Dopo l’immolazione dell’ariete, sembra che Abramo abbia ritrovato più serenità e un coraggio dilatato, per sperare senza pensare di dovere sacrificare. Laddove gli scribi sembrano infastiditi dal fatto che Gesù alleggerisca il peso interiore di questo paralitico, siamo chiamati a imparare a preferire sempre ciò che rende la vita più vivibile e non ciò che la rende più pesante e difficile. Tutti – da Abramo, al paralitico a ciascuno di noi – possiamo sperare di più ritrovando il nostro «coraggio». Come un vero padre, il Signore Gesù riaccende in tutti i suoi figli la possibilità di sperare in un incremento di vita. Anche e proprio quando mette a disagio, creando scompiglio nei cuori di quanti sono detentori del controllo e del potere: «Allora alcuni scribi dissero fra sé: “Costui bestemmia”» (Mt 9,3). Davanti a questa reazione degli scribi, il Signore non reagisce con il silenzio  e non manca di mettere in chiaro una cosa fondamentale: la malvagità per eccellenza e il fondamento di ogni male sta nel non credere che sia «più facile» (Mt 9,4) e, soprattutto, più importante guarire il «cuore» (Mt 9,4) dal malvagio pensiero che non si possa migliorare. Non solo, si può persino ritrovare l’interezza e la pienezza del proprio volto di umanità. Tutto il resto poi viene in modo urgente e naturale: «Alzati e cammina» (Mt 9,5).

Autore:

Sono un frate minore cappuccino e vivo in Piemonte.

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