
Dopo aver accompagnato Abramo sul monte Moria ove ha potuto comprendere, non certo senza fatica, il mistero della sua stessa paternità e fecondità, oggi siamo accanto al nostro padre nella fede nel momento del lutto per Sara. Ancora una volta gli opposti si incrociano: da una parte Abramo «venne a fare il lamento su Sara e piangerla» (Gen 23,2) e questo lutto diventa l’occasione per organizzare il matrimonio di Isacco. Dalla storia di Abramo possiamo così imparare ad avere una fiducia infinita nella vita persino quando si tratta di attraversare le varie prove e le varie morti che la vita impone a tutti e a ciascuno. In tutto il suo cammino, sembra che Abramo abbia conservato una coscienza molto chiara della sua condizione, che presenta e quasi protesta davanti agli Ittiti: «Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi» (Gen 23,3). In un tempo come il nostro in cui sembra che il forestiero sia una minaccia, la meditazione del cammino di Abramo ci mette in condizione di ritrovare le nostre origini: se anche non abbiamo la sensazione di essere forestieri, siamo tutti «di passaggio». L’immagine di Isacco che accoglie Rebecca come un dono per poter trovare «conforto dopo la morte della madre» (Gen 24,67) ci ricorda come siamo tutti bisognosi di consolazione e di sostegno, per far fronte a ciò che la vita ci richiede inesorabilmente. La parola del salmo può nutrire la nostra preghiera quest’oggi: «Visitami con la tua salvezza, perché io veda il bene dei tuoi eletti» (Sal 105,4-5). Il matrimonio di Isacco che «amò» Rebecca, compie la storia di misericordia tra Dio e Abramo, una storia in cui la fede è sempre in cammino, continuamente in conversione per intercettare sempre nuovi possibili percorsi e processi. In questo senso possiamo rileggere in tono sponsale il testo della chiamata di Matteo. Il Signore lo libera come il paralitico di cui abbiamo letto ieri, ridonandogli la possibilità di vedere aperte nuove possibilità di incremento di speranza. Inoltre, il contesto della chiamata di Matteo è magnificamente sponsale: «Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli« (Mt 9,10). L’ingresso del Signore Gesù nella vita di Matteo fa si che questa si trasformi in un banchetto nuziale in cui la «misericordia» (9,13) nutre ognuno dei commensali in modo da sentirsi finalmente accolto e guarito da ogni senso di estraneità. Condividendo la mensa con i peccatori, il Signore Gesù elimina la distinzione delle mense, perché tutti si siedano serenamente gli uni accanto agli altri come compagni di guarigione perché: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9,12). Nulla vieta di escludersi, ma non è più possibile escludere.