
Quando pensiamo alla rivelazione del Nome di Dio, giustamente con la mente e il cuore andiamo al momento in cui l’Altissimo si rivela a Mosè nel roveto ardente: «Io sono»! In realtà il Nome di Dio non può mai ridursi a un semplice nominativo. La divina nominazione rimanda sempre all’avventura infinita di una scoperta continua. Questa scoperta non solo dura tutta la vita e persino oltre la morte, ma si approfondisce e si dilata. La prima lettura di quest’oggi mette insieme due luoghi di rivelazione che permettono a Mosè di incontrare Dio e, soprattutto, di farsi incontrare da Lui: la «tenda» (Es 33,7) e, ancora una volta, la cima del Sinai, dove il Signore «scese nella nube» (34,5). Dopo il travaglio dell’uscita dall’Egitto e la fatica di marciare nel deserto per far maturare la libertà necessaria a entrare nella terra della promessa, il Signore rivela il suo Nome in modo rinnovato: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni» (Es 34,6). A partire da queste parole possiamo comprendere meglio il mistero di quel «Io sono colui che sono!» (3,14).
Il nome di Dio non è che l’indizio per conoscere il cuore di Dio! Conoscere il cuore dell’Altissimo non può certo essere racchiuso in una definizione, ma è la rivelazione di una relazione che per sua natura e vocazione è in divenire e in perenne crescita. Ci sono parole che toccano il nostro cuore credente solo quando i tempi del cuore si fanno più maturi. Mosè aveva ricevuto un indizio, e non una definizione, nel suo incontro con l’Altissimo nel misterioso roveto ardente. La sua domanda iniziale davanti al «grande spettacolo», che lo distrae dalle greggi del suocero per farlo tornare al dramma del suo popolo ancora schiavo in Egitto, suona come un dovere di intelligenza: «perché il roveto non brucia?» (3,3). Dio non risponde a Mosè, ma gli chiede di mantenere la distanza. Mai possiamo dimenticare che la rivelazione di Dio al nostro cuore non si può verificare, si può soltanto accogliere come una missione. A distanza di tanto tempo e dopo tante prove, Mosè è in grado di comprendere ciò che gli era sembrato spettacolare, senza ancora cogliere fino in fondo il messaggio: «il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava» (3,2). Ad ardere senza consumarsi né, tantomeno, consumare è l’estrema compassione di Dio per il suo popolo. Questa compassione cresce in quanto, da essere benevolenza verso degli oppressi, si fa perdono per i peccatori. Alla luce di quando la prima lettura ci permette di comprendere, allora possiamo sentire tutta la forza della risposta di Gesù alla domanda dei discepoli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo» (Mt 13,36). La spiegazione, in realtà, non è poi così ingegnosa, ci si potrebbe facilmente arrivare da soli senza scomodare il Maestro. Ma l’esortazione finale fa la differenza: «Chi ha orecchi ascolti» (Mt 13,43). Nessun segno spettacolare come quello del roveto come nessuna spiegazione chiara ed esaustiva possono sostituirsi alla nostra reale disponibilità a vedere con gli occhi di Dio e ad ascoltare con il suo cuore «ricco d’amore» (Es 34,6).