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Scegliere cosa è necessario e cosa no

Il testo evangelico odierno è costituito da un brano di Marco molto frammentato e questo intralcia una comprensione piena del testo che costituisce un’unità letteraria dal v. 1 fino al v. 23 e che può essere posta sotto il titolo di “Discussione circa il puro e l’impuro”. Il brano, infatti, è racchiuso in un’inclusione fra il sostantivo “impuro” (Mc 7,2: koinòs) e il verbo “rendere impuro” (Mc 7,23: koinóo). Ora, se giustamente il criterio del Lezionario liturgico è quello del taglio, tuttavia i tagli espongono inevitabilmente il testo a comprensioni parziali, certamente impoverite. Per esempio, nel nostro caso, il taglio liturgico esclude il forte ammonimento con cui Gesù rimprovera i farisei di “annullare la parola di Dio” (Mc 7,13) con la tradizione da loro tramandata. Ammonimento che, ovviamente, non si limita ai farisei ma si applica a situazioni vissute dai cristiani e dalle chiese. È dunque consigliabile che il credente legga personalmente per intero il testo di Mc 7,1-23, per una comprensione più adeguata del messaggio evangelico. Una seconda avvertenza preliminare è opportuna prima di leggere il nostro testo. Mc 7,1-13 presenta una discussione di Gesù con i farisei e gli scribi, dunque con rappresentanti religiosi del giudaismo dell’epoca. La specificazione che gli scribi erano “venuti da Gerusalemme” (Mc 7,1; cf. Mc 3,22), sottolinea il carattere ufficiale e autorevole di una delegazione inviata dal Sinedrio. Il testo presenta una discussione in cui Gesù entra in aperto conflitto con scribi e farisei arrivando anche ad apostrofarli come “ipocriti” (Mc 7,6). Di fronte a tutto questo, è importante non fare di questo brano evangelico l’occasione di predicazioni oannotazioni antigiudaiche o anche solo di commenti caricaturali che presentino un giudaismo legalista, esteriore e formale, a differenza di un cristianesimo spirituale e interiore. Già il testo di Marco si esprime con una certa approssimazione (si pensi alla generalizzazione “tutti i giudei” del v. 3: in realtà la prassi di lavarsi le mani prima di mangiare, all’epoca di Gesù, era solo di una parte e probabilmente minoritaria di gruppi farisaici che estendevano al quotidiano le norme di purificazione sacerdotale), e comunque, da un lato, la tradizione cristiana ha conosciuto essa stessa fenomeni analoghi a quelli qui denunciati e, dall’altro, importante è cogliere queste parole come rivolte a noi oggi e trovarne un’ermeneutica adeguata. Non ci si dimentichi mai che Gesù è ebreo e lo è per sempre. L’apertura del nostro brano vede il riunirsi di farisei e scribi intorno a Gesù (Mc 7,1). Il lettore “sente” un clima teso e minaccioso. Del resto i farisei erano già comparsi in Mc 3,6 quando con gli erodiani “tennero consiglio contro Gesù per farlo morire” e una delegazione gerosolimitana di scribi si era già presentata a Gesù in Mc 3,22 accusandolo di essere indemoniato e di scacciare i demoni per mezzo del capo dei demoni. In ogni caso, la presenza di farisei dice che si avrà a che fare con questioni pratiche, problemi di condotta, di halakah, e quella degli scribi che ci saranno questioni di tipo teologico. In effetti, alla questione del prender cibo con mani non lavate (Mc 7,1-5) si accompagna il ricorso alla Scrittura e il problema della sua ermeneutica (Mc 7,8-13). La domanda rivolta a Gesù riguarda in realtà non tanto lui, quanto il comportamento di “alcuni suoi discepoli” (Mc 7,2): “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?” (Mc 7,5). Il lettore di Marco ricorda l’analoga domanda posta a Gesù nel capitolo secondo: “Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano e i tuoi discepoli non digiunano?” (Mc 2,18). Sono domande pratiche riguardanti il digiunare e il mangiare. Gesù viene ancora interpellato dai farisei sul comportamento dei suoi discepoli che fanno ciò che non è lecito in giorno di sabato strappando delle spighe (Mc 2,23-24). Il movimento dei seguaci di Gesù è caratterizzato da una certa disinvoltura nei confronti di pratiche e osservanze tradizionali, da una libertà che Gesù motiva come obbedienza all’intenzione profonda del comando di Dio e come rispetto radicale dell’essere umano che del Dio creatore è immagine e somiglianza (“Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”: Mc 2,27). Inoltre tale libertà si fonda sulla novità che Gesù stesso rappresenta ed è venuto a portare con la sua stessa persona (“Finché hanno lo sposo con loro non possono digiunare”: Mc 2,19). La novità di Gesù diventa nei suoi discepoli coscienza di percorrere una strada nuova e dunque di potersi muovere con margini di libertà nei confronti di determinate pratiche e osservanze tradizionali. Osservanze giudaiche che Marco, che scrive per destinatari ignari di simili usanze (la comunità cristiana di Roma), deve spiegare anche a costo di qualche banalizzazione (il sistema rituale ebraico di puro e impuro – che ha connotati anche etici ed è connesso all’alleanza con Dio – ridotto al lavarsi o meno le mani: Mc 7,2). Ma l’esempio serve per introdurre il problema di fondo, che sottostà anche ad atteggiamenti ben più gravi e rilevanti sul piano etico, come quello riportato in versetti omessi dalla pericope liturgica circa il korbàn, cioè l’offerta a Dio (Mc 7,9-13), e per fondare le dure parole di Gesù in pieno stile profetico e che a un profeta – Isaia – si richiamano. Parole che denunciano l’ipocrisia di chi separa “labbra” e “cuore” (Mc 7,6), di chi vive una fede parolaia senza adesione profonda, di chi compie gesti cultuali imparati a memoria ma non vissuti nel profondo (Mc 7,8). Rischio dell’azione liturgica è di ridursi a spettacolo, a teatralità, a prestazione, a recitazione, ad azione meccanica che va da sé, a esteriorità. E Gesù sottolinea che fonte di impurità non sono i cibi che entrano nell’uomo (“Così rendeva puri tutti gli alimenti”: Mc 7,19), ma i pensieri e le azioni che sgorgano dal cuore dell’uomo e di cui viene dato un lungo elenco (Mc 7,21-23). Tuttavia il discorso di Gesù non si limita a condannare una esteriorità scissa da una interiorità. Noi siamo sia esteriorità che interiorità. Compito spirituale è quello di non separare ciò che Dio ha unito, ma di conservarlo unito: possiamo intendere interiorità ed esteriorità (anima e corpo, interiorità e sensibilità, spirito e materia, ascolto e visione) come dimensioni non opposte, ma interagenti in uno scambio in cui l’una dimensione prega l’altra di donarle ciò che non è capace di darsi da sé. Tentando un’ermeneutica del nostro testo possiamo affermare che il suo messaggio centrale consiste nel chiedere discernimento tra l’essenziale e il periferico, tra il prioritario e il secondario. E i due cardini su cui si fonda il discernimento di Gesù sono il comandamento di Dio (cf. Mc 7,8) e il cuore dell’uomo (cf. Mc 7,6.21). Ovvero, la parola di Dio e l’umanità dell’uomo, “il vangelo eterno” (Ap 14,6) e il volto dell’uomo. La parola di Dio ha come mèta il cuore umano e tende a suscitare una risposta che sia di tutto l’essere, senza divisione tra lingua e cuore, tra dire e fare, tra esistenza e culto. L’affermazione di Gesù circa l’origine interiore, nel cuore, di ciò che rende impuro l’uomo, è importante perché lega l’impurità al peccato, che è allontanamento dalla parola di Dio e fallimento umano. Soprattutto invita il credente a ricercare in sé l’origine del male che compie e a non rifugiarsi in sistemi di autogiustificazione in base a cui si accusano gli altri per discolpare se stessi. Le parole evangeliche riguardano usanze giudaiche, ma il meccanismo denunciato da Gesù è attivo in ogni sistema religioso e facilmente individuabile anche nel cristianesimo. Occorrerebbe sempre passare al vaglio del vangelo le priorità che noi cristiani ci assegniamo: sul piano pastorale o morale o altro ancora. E occorrerebbe sempre porsi la domanda: che cosa è davvero irrinunciabile, talmente centrale da non poter essere tralasciato nella vita e nell’annuncio cristiano? Come criterio di discernimento essenziale e minimale al tempo stesso, va ricordato ciò che diceva Isacco della Stella: “È la carità, l’agape, il criterio di ciò che nella chiesa deve essere conservato o cambiato”. Questo discernimento è importante all’interno di una riforma ecclesiale che cerca di riportare all’essenziale e all’irrinunciabile il vissuto di fede. La dialettica fra comandamento o parola di Dio e “tradizioni”, presente nelle parole di Gesù, è echeggiata dai Padri della chiesa che distinguono verità e consuetudine. “Nel Vangelo il Signore dice: Io sono la verità. Non dice: Io sono la consuetudine” (Agostino). Il rischio è che la consuetudine prevarichi sulla verità divenendo tradizione immutabile e sacralizzata quando altro non è che cattiva o pessima abitudine: “La consuetudine non deve impedire che la verità prevalga. Infatti, la consuetudine senza la verità è errore inveterato” (Cipriano). Una consuetudine, magari nata “da una certa ignoranza o da dabbenaggine, con l’andar del tempo si radica sempre più e si trasforma in prassi abituale, e così ad essa ci si appella in opposizione alla verità” (Tertulliano). E così, una pagina che affronta tematiche distanti dai nostri vissuti e dalla nostra sensibilità si svela incredibilmente attuale e capace di parlare al nostro oggi ecclesiale.

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La fiducia che ci viene donata

Sarebbe una gioia per ciascuno di noi essere in grado di realizzare concretamente nella propria vita quanto viene ricordato dall’apostolo Paolo come se fosse un’evidenza: «riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri» (1Ts 4,9). Da parte sua, l’apostolo ci tiene a sottolineare e a dichiarare che l’amore imparato alla scuola di Dio quale espressione dei nostri sentimenti migliori non può che essere rivolto «verso tutti» (4,10). La lettura liturgica del vangelo secondo Matteo si conclude con una parola assai dura: «là sarà pianto e stridore di denti» (Mt 25,30). Più che una minaccia, che metterebbe in crisi tutto quello che lungo la lettura del vangelo secondo Matteo ci è stato rivelato del cuore «mite e umile» (Mt 11,28) di Dio stesso, si tratta di una messa in guardia da tutto ciò che in noi può bloccare la crescita dell’amore. Se non cerchiamo di «progredire ancora di più» (1Ts 4,10) in una carità creativa, rischiamo di trasformare l’investimento che Dio ha fatto su di noi in un misero fallimento di Dio in noi. Paolo ci ricorda che abbiamo «imparato da Dio»! Ciò a cui si riferisce è esattamente questa capacità continua di investire sull’altro onorando l’investimento che gli altri fanno su di noi. Il primo ad investire è, in realtà, Dio stesso. L’ultima parola con cui sembra essere vergata l’intera lettura del vangelo di Matteo, così come ci viene offerto dalla lettura liturgica, ci può inquietare. Ma questo solo nella misura in cui dimenticassimo il gesto, non solo magnanimo ma rischioso, evocato dalla parabola: l’uomo ricco e potente, al momento di mettersi in «viaggio» (Mt 25,14), non va a trovare i «banchieri» (25,27) ma «consegnò loro i suoi beni, a uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo la capacità di ciascuno, poi partì» (Mt 25,15). Questa serena partenza si basa su una fiducia di fondo nei confronti dei servi da parte del padrone. La fiducia è condizione insopprimibile per una vera crescita, di cui l’apostolo Paolo si fa esplicitazione con la sua parola di esortazione: «a progredire ancora di più e a fare tutto il possibile per vivere in pace, occuparvi delle vostre cose e lavorare con le vostre mani» (1Ts 4,10-11). Pertanto, tutto ciò diventa impossibile se ci lasciamo prendere dalla «paura». La paura ci induce a «nascondere il tuo talento» (Mt 25,25). Se c’è una cosa che non possiamo imparare da Dio è la paura. Al contrario, la paura ci è stata inoculata come un veleno dal Nemico delle nostre anime. Il diavolo ci ha convinto non a progredire sempre di più a partire dai doni che abbiamo ricevuto, ma a illuderci così tanto su noi stessi fino a cadere nella trappola dell’assoluta sfiducia in noi stessi, fino a provare «paura» (Gen 3,10) e nasconderci. Quando cediamo a questa logica di sfiducia contagiosa, al Signore non resta che confermarci nel nostro dubbio per poterci guarire dalla paura. Quando ci comportiamo come quel servo impaurito e quasi vendicativo, al Signore non resta che stare al gioco: far finta di credere alle nostre paure nella speranza di liberarcene, prima o poi: «… tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso» (25,26). Eppure, questo non è vero! Ma chi può convincerci dell’amore? Chi può liberarci dalla paura se non acconsentiamo alla fiducia con la libertà di un cuore semplice? Sono, queste, domande gravi a cui non possiamo sottrarci!

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Una quotidianità da riempire

Nel vangelo di oggi risuona ancora l’invito a restare in un atteggiamento lucido e vigilante, per non fallire l’incontro con il Signore che viene a dare compimento al «regno dei cieli» (Mt 25,1) con il dono della sua presenza: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora» (Mt 25,13). Eppure, nella celebre parabola delle «dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo» (25,1), ciò che può maggiormente attirare la nostra attenzione e stimolare la nostra meditazione è il fatto che, pur nella loro diversità, nessuna di esse sembra essere in grado di mantenersi in uno stato di veglia: «Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono» (Mt 25,5). Del resto, anche la differenza tra le vergini «stolte» e quelle «sagge» (25,3) non assume certo proporzioni vistose nella parabola; è definita soltanto da un minuscolo particolare, che però al momento opportuno si rivela di grande importanza. Mentre le prime «non presero con sé l’olio», le seconde invece lo fecero, utilizzando «piccoli vasi» (25,3-4). In questa capacità di saper prendere non solo quanto sembra più rilevante, ma anche ciò che potrebbe rivelarsi indispensabile in un secondo momento, appare interessante il riferimento alla minuscola dimensione dei vasi in cui l’olio viene raccolto e custodito dalle cinque vergini. La saggezza su cui la parabola vuole farci riflettere appare come l’intelligenza di saper riconoscere e di non trascurare il valore dei dettagli, molto spesso avvertiti come superflui dal nostro occhio superficiale e distratto. Volendo fare un riferimento alla prima lettura, le vergini sagge potrebbero essere considerate come coloro che sono in grado di recepire il valore dell’ammonizione dell’apostolo: «Fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così vi comportate –, possiate progredire ancora di più» (1Ts 4,1). L’opportunità di progredire – tanto nella fede quanto nella vita di ogni giorno – è sempre legata al modo con cui si è capaci di vivere «senza lasciarsi dominare dalla passione» (4,5), cioè di essere liberi dal bisogno di assolutizzare qualcosa o qualcuno, perdendo la visione d’insieme in cui i passi del nostro cammino si svolgono. In fondo, senza voler ridurre la portata simbolica dell’insegnamento parabolico, possiamo affermare che il primo vaso che siamo chiamati pazientemente a riempire è proprio il piccolo scrigno del nostro cuore, dove la luce ricevuta nel battesimo ha bisogno di ardere continuamente sotto la guida e la forza dello Spirito. Non saper riconoscere i piccoli gesti quotidiani con cui possiamo far crescere la nostra vita battesimale in fede, speranza e carità, è la più grave stoltezza che impedisce – o almeno differisce – la nostra «santificazione»: «Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito» (1Ts 4,7-8). Secondo la parabola di Gesù, essere vigilanti significa essere saggi nella misura in cui si è abituati ad avere una speciale attenzione a tutto ciò che, senza un’adeguata cura, rischia altrimenti di spegnersi. La stoltezza delle cinque vergini appare evidente nel momento in cui, arrivato lo sposo, si destano e preparano le loro lampade, dicendo alle sagge: «Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono» (Mt 25,8). Se non si diventa familiari con l’abitudine di rispondere ai piccoli bisogni di cui è colma la vita nostra e quella di tutti, ci si può illudere di progredire confidando nella – vana – speranza di poter acquistare all’ultimo momento quello che sarebbe stato più facile coltivare giorno per giorno: «Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa» (Mt 25,10). Il tempo per conoscere Dio non è il domani, ma l’oggi. Solo nel presente, infatti, possiamo diventare sensibili a quanto sia indispensabile colmare i piccoli bisogni di amore, che siamo continuamente chiamati a onorare, diventando familiari a Dio e cari agli altri. Altrimenti, poi, sarà semplicemente troppo tardi: «In verità io vi dico: non vi conosco» (Mt 25,12).

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Vigilanza necessaria

L’apostolo Paolo si manifesta in tutta la sua sensibilità di tenerezza: «Voglia Dio stesso, Padre nostro, e il Signore nostro Gesù guidare il nostro cammino verso di voi!» (1Ts 3,11). I sentimenti di compiacenza e di ammirazione dell’apostolo temperano, per così dire, i toni assai più severi delle parole del Signore Gesù nel Vangelo: «lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti» (Mt 24,50). Eppure, si può ben dire che le parole del Signore Gesù sono animate dallo stesso ardente desiderio di bene di quelle dell’apostolo. Fa parte del linguaggio dell’amore una certa durezza quando si vuole a tutti i costi che l’altro si metta in cammino verso il bene e non si lasci distogliere dalla tentazione della comodità e della superficialità. Prima di arrivare alla minaccia finale, il Signore Gesù esorta appassionatamente i suoi discepoli: «Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa» (Mt 24,43). Il Signore cerca di sensibilizzare noi suoi discepoli a una crescente attenzione al concreto farsi presente del regno di Dio nella nostra vita perché, proprio attraverso la nostra accoglienza, possa essere donato a tutti. Il rischio più grave è quello della distrazione, con cui si mette in moto quel processo di disinteresse da cui nasce non solo l’estraniamento, ma persino quello che si potrebbe definire come inganno: «e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e bere con gli ubriaconi» (24,49). Ubriacarsi è il modo per dire l’esatto contrario dell’essere desti e vigilanti per prendersi cura degli altri. È necessario rimanere sobri per non abusare mai della fiducia accordata dal padrone e della posizione in cui ci si viene a trovare, non certo per esercitare il proprio potere, ma per mettesi a servizio del bene altrui. Nella prima parte della parabola troviamo la stessa soddisfazione apostolica di Paolo, espressa da Gesù nella forma di una domanda retorica: «Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito?». Sembra proprio che il Signore abbia fretta e una voglia matta di dare la risposta: «Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni» (Mt 24,45-46). Il servo fedele di cui il Signore si compiace non veglia e non serve per paura, ma perché attende il suo padrone con gioia e fiducia. Da questa fiducia di fondo nasce il senso del dovere di preparare la sua venuta creando e mantenendo un ambiente di serenità e di pace. A questo punto, l’esclamazione di Paolo può risuonare come fosse un applauso: «ci sentiamo consolati a vostro riguardo… ci sentiamo rivivere… per tutta la gioia che proviamo» (1Ts 3,7-9). Per l’ultima volta l’evangelista Matteo evoca lo spettro dell’ipocrisia, da cui più volte ha messo in guardia i discepoli stigmatizzando i farisei. Per guarire dall’ipocrisia bisogna agire sempre e soltanto non «per essere visti», ma perché si agisce sempre allo stesso modo, anche quando nessuno ci vede. Da qui l’effetto sorpresa evocato dalla parabola è l’ultima lezione di Matteo per lottare contro la tentazione sottile dell’ipocrisia sempre strisciante: «arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa» (Mt 24,50). La conseguenza è semplice: non si potrà più rimandare di «crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti» (1Ts 3,12).

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Un cuore facilmente corruttibile

La protesta apostolica dell’apostolo Paolo diventa per noi una sorta di segnaletica discepolare: «Voi ricordate, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio» (1Ts 2,9).Quale lungo cammino e quale duro lavoro di conversione di mentalità e di atteggiamento deve aver affrontato l’apostolo Paolo? Abituato a muoversi nelle più generose e rigide consuetudini farisaiche, Paolo impara l’arte del dono gratuito e assoluto della propria vita. Invece di «versare il sangue dei profeti» (Mt 23,30), bisogna versare in dono la propria vita spendendola generosamente in una cura simile a quella di «un padre verso i propri figli» (1Ts 2,11). Il rischio di trasformare la vita spirituale in un’apparenza sepolcrale è un pericolo sempre in agguato: «all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità» (Mt 23,28). Per uscire dalla logica cimiteriale è necessario assumere quella dell’intimità della casa in cui non c’è bisogno di apparire «all’esterno». In casa ci si sente liberi di essere veri gli uni verso gli altri, accettando persino di chiedere aiuto per fronteggiare i punti deboli della propria vita. Se si entra in questa logica di scambio di doni, allora non è possibile cadere nella trappola del calcolo, che si fa automaticamente ricerca del comodo. Il primo segno di essere scivolati in questa tendenza è l’incapacità a prendersi le proprie responsabilità senza scaricare sugli altri ciò che, in ogni modo, almeno in parte, dipende dalla nostra scelta e dal nostro impegno. L’invettiva del Signore Gesù continua con una certa forza, ma non ha come scopo quello di spaventarci, ma piuttosto quello di svegliarci dal sonno dell’ipocrisia. Siamo richiamati a fare attenzione per non scivolare nella morte interiore nel momento in cui, pensando di costruire tombe e mausolei, diventiamo noi stessi dei «sepolcri imbiancati» (Mt 23,27). La descrizione che ne fa il Signore non manca certo di efficacia: «all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume»! In realtà, l’immagine non è solo efficace, ma è pure alquanto inquietante, tanto da non ammettere nessuna giustificazione a posteriori richiedendo, invece, una presa di posizione che stia alla base di scelte precise e urgenti. Nel nostro cuore di discepolo lasciamo maturare la piena disponibilità a dare la propria vita piuttosto che limitarsi a piangere sul «sangue» (23,30) già versato. Le apparenze, infatti, possono anche dare buona coscienza, ma la buona coscienza viene da un cuore sincero e buono. L’apostolo Paolo si è presentato alla comunità di Tessalonica in tutta verità, tanto da ricordare che «l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti» (1Ts 2,13). Se lasciamo realmente che la Parola di Dio possa operare nell’intimo più segreto e complicato dei nostri cuori, allora sarà capace persino di trasformare il «marciume» in germe di vita. Potremo così cantare con il salmista: «nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno» (Sal 138,12).

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La potenza del nostro cuore

L’esperienza umana e spirituale dell’apostolo Bartolomeo, detto anche Natanaele, incoraggia oggi la Chiesa a domandare a Dio una particolare disposizione interiore per poter rinnovare e confermare la sua adesione a Cristo. L’«entusiasmo sincero» di questo apostolo, evidenziato dal racconto evangelico, è il dono che la liturgia invoca perché ogni credente possa diventare testimone del Risorto e del suo vangelo, e la «Chiesa si riveli al mondo come sacramento di salvezza» (cf. Colletta). Di questa speciale attitudine Bartolomeo è stato davvero un’icona esemplare se, come afferma la tradizione, i suoi passi hanno saputo spingersi fino ai territori delle Indie per annunciare la gioia della Pasqua del Signore e dilatare i confini della Gerusalemme celeste: «Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello» (Ap 21,14). La città santa di Gerusalemme che scende dal cielo, splendente e ben fortificata, appare debitrice della testimonianza apostolica, al punto che il nome dei Dodici si rivela come fondamento delle sue mura elevate e compatte. L’immaginario metaforico dell’Apocalisse ci ricorda una splendida realtà, troppo facilmente smarrita o trascurata dal nostro cuore intorpidito e distratto: siamo tutti inviati, nel nome del Signore, a diventare costruttori e cittadini di una città — anzi di un regno — dove la vita è per sempre e per tutti. L’entusiasmo cristiano non è il tripudio dei sentimenti, ma l’incontenibile gioia suscitata da un Dio che vuole essere con noi e con tutti nella misura in cui ci lasciamo condurre dall’affascinante mistero della sua volontà d’amore. Lo afferma senza fraintendimenti il ritornello del salmo responsoriale: «I tuoi santi, Signore, dicono la gloria del tuo regno». Bartolomeo ha saputo incarnare la generosa risposta a questa rivelazione di Dio con caratteristiche personali molto marcate, di cui il vangelo ci ha lasciato una preziosa attestazione. Informato da Filippo circa la comparsa di Gesù il Nazareno, Bartolomeo non esita a manifestare tutto il suo stupore nei confronti di una notizia così estranea alle sue aspettative: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?» (Gv 1,46). Si tratta di un’esclamazione apparentemente inopportuna, che denota tuttavia una grande libertà interiore. Gesù interpreta in modo assolutamente positivo questa spontaneità, dichiarando che essa è scevra da ipocrisia e menzogna. Esiste, infatti, un modo — entusiasta e non filtrato — di essere fedeli a noi stessi, assolutamente compatibile con il desiderio di Dio sulla nostra umanità: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità» (Gv 1,47). Essere sinceri, cioè uomini e donne in cui non c’è falsità, non significa doversi presentare sempre privi di errori o difetti, apparire in ogni circostanza adeguati e corrispondenti alle attese. Anzi, agli occhi di Dio, sincero è colui che non ha timore di rendere visibili le sue crepe e le sue incertezze, senza il bisogno di stuccarle o nasconderle attraverso l’arte — inutile e spesso patetica — del ritocco o della cosmesi. Come le statue dei tempi antichi che, quando erano preziose, non venivano aggiustate con cera o materiali affini e, per questo, erano definite “sincere” (sine cera). La risposta di Gesù a Bartolomeo apre un orizzonte di grandi promesse per chiunque è disposto, attraverso l’azzardo della sincerità, ad abbandonare le proprie idee per accedere a uno sguardo più vero e profondo su tutte le cose: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!» (Gv 1,50).

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Sguardo di ammirazione

L’augurio dell’apostolo «a voi, grazia e pace» (1Ts 1,1) può essere accolto come fosse il riassunto di ciò di cui abbiamo tutti bisogno. Della grazia e della pace, il Signore ci fa dono ogni giorno come viatico per la nostra vita. La grazia e la pace che ci vengono donate sono il segno di quanto siamo «amati da Dio», tanto da essere stati «scelti da lui» (1,4). L’inizio di quello che chiamiamo Nuovo Testamento e di cui la prima lettera ai Tessalonicesi è il testo più antico, precedente persino alla redazione dei Vangeli, è circonfuso di un’aura di serenità, di entusiasmo, di gratitudine: «Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presente l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza» (1Ts 1,3). A partire da questo testo, potremmo dire che il Nuovo Testamento si apre all’insegna di una gioiosa ammirazione. Proprio l’ammirazione sembra essere lo stile evangelico con cui bisogna imparare a guardare e a valutare il reale. Perché ciò sia possibile a partire dalle piccole cose della vita di ogni giorno, è necessario coltivare un atteggiamento fondamentalmente positivo e fiducioso nei confronti delle situazioni e delle persone. Le parole dell’apostolo rasentano la lusinga: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (1Ts 1,8). Al contrario, l’atteggiamento dei farisei e dei notabili del tempo di Gesù sembra dominato da una nota di disprezzo verso gli altri. Il modo farisaico di guardare gli altri dall’alto in basso e con una punta di disprezzo rende il rapporto non segnato da un dinamismo di crescita nella fiducia, ma piuttosto di sospetto radicale. Quello farisaico è il modello su cui si forgia l’atteggiamento clericale. Si tratta di una postura dominata dal disprezzo e, al contempo, dal bisogno di controllo, in cui si manifesta una necessità di avere qualcuno che faccia da scena e da pubblico alle proprie sacre esibizioni. Questo esibizionismo religioso-spirituale troppo spesso sfocia nell’abuso di potere. Le parole del Signore Gesù sono particolarmente dure non per un disprezzo analogo a quello dei farisei, ma per l’indignazione. Il Signore Gesù è indignato per tutto ciò che blocca e mortifica una possibilità di incremento di grazia, di pace, di speranza: «chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare» (Mt 23,13). Detto questo, il Signore Gesù si lancia in una lunga invettiva che talora raggiunge toni particolarmente duri. In realtà, la durezza e la chiarezza del modo di argomentare del Signore sono un invito a lasciarsi alle spalle i propri «idoli» (1Ts 1,9). Come per i discepoli di Tessalonica, si apre davanti a noi un cammino di relazione nella verità della carità. Quello che Paolo evoca con una punta di santo orgoglio «il nostro Vangelo» (1,5) deve diventare ogni giorno, nella concretezza della nostra vita, un vangelo vivente. Non certo semplicemente proclamato a parole, ma vissuto con i gesti di attenzione e di ammirazione verso chiunque cammini, come noi, in cerca di luce e di pace… di vita e di fraternità.

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Signore, da chi andremo?

L’odierna pagina evangelica presenta la reazione di “molti discepoli” (cf. Gv 6,60) al discorso che Gesù ha appena concluso nella sinagoga di Cafarnao. Si tratta del discorso in cui Gesù si è rivelato pane di vita disceso dal cielo che deve essere mangiato perché i credenti abbiano in se stessi la vita. Questa rivelazione provoca una reazione di paura e di sgomento che induce molti che seguivano Gesù a non andare più con lui (Gv 6,66). Al cuore di questa pericope vi è il tema della fede, espresso con il verbo “credere” (vv. 64.69), ma evocato anche con i verbi “ascoltare” (v. 60), “vedere” (v. 62), “venire a me” (v. 65), “conoscere” (v. 69). I discepoli reagiscono all’intero discorso di Gesù giudicandolo “duro”, ovvero, non semplicemente ostico e difficile da comprendere, ma inaccettabile, irricevibile. Viene denunciata l’assurdità delle affermazioni di Gesù. Un simile messaggio è inascoltabile: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?” (Gv 6,60). Questa reazione non va giudicata, stigmatizzata e così rimossa, ma va accolta e ascoltata dal credente che legge oggi il vangelo, perché rivela una dimensione di scandalo costitutiva della fede cristiana e ineliminabile dal messaggio evangelico. Tale dimensione è inaggirabile. Vi è una “incredibilità” dell’annuncio cristiano (“Chi crederà al nostro annuncio?”: Is 53,1). Vi è un “impossibile” della fede cristiana (“chi può ascoltarla?”: Gv 6,60). Gesù lo dice chiaramente altrove: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio” (Mc 10,27). Nel passo giovanneo questa impossibilità è espressa con il riferimento alla carne: “La carne non giova a nulla” (Gv 6,63). Vi è una impossibilità della “carne” a generare salvezza e pienezza di vita: la condizione precaria e fragile dell’uomo non è un ostacolo alla salvezza, ma solo se si apre al dono di Dio. Diventa invece ostacolo se si assolutizza, si chiude in sé e si fonda sulla propria forza. Il che equivale a chiudersi nell’illusione, nella menzogna, nell’autoinganno. L’apertura al dono di Dio è disposizione ad accogliere il dono dall’alto, lo Spirito santo vivificante (cf. Gv 3,3-13). Ma se solo lo Spirito dà la vita, per accogliere l’azione trasformante dello Spirito occorre quella rinascita dall’alto che già aveva scandalizzato Nicodemo: “Come può accadere questo?” (Gv 3,9). La reazione dei discepoli alle parole di Gesù si esprime come mormorazione (Gv 6,61). E così essi si trovano nella stessa posizione spirituale dei “Giudei” che avevano contestato Gesù mormorando contro di lui (Gv 6,41.43). Ora, poiché il termine “Giudei” in Giovanni designa solitamente chi si oppone a Gesù, i suoi avversari, il testo qui indica che anche i discepoli possono divenire avversari di Gesù, opporsi, coscientemente o meno, alla sua missione, e uscire dallo spazio dell’adesione e della fede. Gesù dunque rileva lo scandalo subito dai suoi discepoli (Gv 6,61) e pone provocatoriamente una domanda: se vi scandalizza l’annuncio del Cristo che è il pane disceso dal cielo, che cosa vi avverrà se doveste vedere il Figlio dell’uomo salire là dove era prima? La domanda sembra suggerire: il vostro scandalo aumenterebbe o si placherebbe? La risposta è implicita nelle parole che Gesù pronuncia subito dopo: “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla” (Gv 6,63). E lo Spirito sarà il dono che il Figlio dell’uomo disceso dal cielo e innalzato da terra, salito al cielo, ritornato al Padre, darà. Non la carne, ma lo Spirito consente di superare lo scandalo. Si ripropone con i discepoli la problematica che Gesù ha affrontato con Nicodemo quando gli ha detto: “Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo” (Gv 3,12-13). E l’accoglienza del dono di Dio inizia già ora con l’operazione spirituale basilare ed essenziale che è l’ascolto delle parole di Gesù. Infatti, dice Gesù: “Le parole che io vi ho detto sono spirito e vita” (Gv 6,63). Questo passo costituisce l’unica volta in cui Giovanni identifica la parola di Gesù con lo Spirito. L’unità inscindibile di parola e spirito emerge dall’osservazione elementare che il soffio, l’alito che esce dalla bocca “porta” le parole, le sostiene e le accompagna. E se la vita è relazione, ecco che l’atto di ascolto e di parola è decisivo per vivere e far vivere. Ecco dunque che “parola, spirito e vita” sono realtà reciprocamente interconnesse e interagenti. L’ascolto è l’atto imprescindibile dell’accoglienza di una comunicazione, è l’inizio della fede, ma anche della relazione e dell’amore. Con l’ascolto, la vita dell’altro e il suo spirito, e non solo la sua parola, entrano in me, vivono in me, mi fanno vivere e si trasmettono a quanti io incontro. Ma se l’ascolto è inizio della fede, Gesù rivela che tra coloro che lo seguono, tra i suoi discepoli, vi sono alcuni che, in verità, non credono. Il mormoratore non ha fiducia e Gesù mostra di conoscere che anche tra chi si dice suo discepolo vi è chi non crede e perfino vi è chi lo tradirà. E il v. 65 intende significare che c’è la possibilità di rifiutare il dono della fede. Le parole di Gesù provocano come reazione immediata l’allontanamento di molti suoi discepoli: “Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,66). Non abbiamo qui soltanto il resoconto di ciò che avvenne un tempo a dei seguaci di Gesù, ma la rivelazione di ciò che avviene ancora oggi nell’avventura rischiosa della vita cristiana. È cammin facendo che si scoprono le asperità e le difficoltà della sequela e della vocazione. La parola accolta un tempo, e che sembrava dischiudere un futuro di bellezza, di senso e di gioia, diviene una parola sconcertante, incomprensibile, dura (“questa parola è dura”: Gv 6,60). Si fa allora strada la tentazione della de-vocazione, dell’abbandono, dell’apostasia, del voltarsi indietro. Siamo di fronte all’enigma dell’abbandono, della rottura di una fedeltà, alla smentita di una promessa. E l’unica lezione da trarre non è certo il giudicare, ma il sapere che nessuno è garantito. Si può perdere la fede. La logica della scelta fatta un tempo è che, per mantenersi fedeli a essa, occorre ogni giorno rinnovare il proprio sì, la propria adesione e il proprio ringraziamento per la vita accolta e poi scelta. E rinnovarlo nelle differenti condizioni storiche ed esistenziali che si sono venute a creare. Rinnovare il sì in maniera creativa, non certo passiva e immobilistica. Vi è qui una sfida posta ai cristiani: la credibilità della loro confessione di fede risiede anche nella loro capacità di declinare oggi realtà come perseveranza, fedeltà, definitività di una scelta senza farla divenire immobilismo, paralisi, incapacità di movimento. Ma l’enigma non riguarda soltanto l’abbandono, ma il rimanere. E Gesù, con le sue parole, lo rivela subito e, rivolgendosi ai Dodici, dice loro: “Volete andarvene anche voi?” (Gv 6,67). Ovvero, perché, se alcuni se ne vanno, altri rimangono? Perché continuare a credere? Perché proseguire la sequela? Perché rimanere nella fede? È importante la domanda posta da Gesù: essa dice che la vita cristiana ha senso solo come atto di libertà, che non è una strada a senso unico, una strada obbligata, ma che vi sono alternative, che vi è la possibilità di un no. Restare nella sequela e perseverare nella fede richiede di essere all’altezza della libertà a cui il Signore ci chiama. Il brano evangelico presenta un momento di crisi della comunità di Gesù. Le crisi nella vita personale come nella chiesa e nella comunità cristiana sono dolorose, ma possono essere salutari perché passano al setaccio, vagliano, chiedono un adattamento a situazioni nuove, dunque sono possibili occasione di rinnovamento. Certo, nella crisi si fa strada la tentazione dell’azzeramento del proprio passato: “Ho sbagliato tutto”, “Mi ero illuso”, “Non ce la faccio più”, “Per me è impossibile”. E ancora: “Che senso ha?”, “Chi me lo fa fare?”, “Ne vale la pena?”. Queste sono le parole e le domande che vengono al nostro spirito in quei momenti. E allora è importante ricordare la risposta di Pietro (Gv 6,68-69) alla provocatoria domanda di Gesù. A nome dei Dodici, Pietro risponde affermando che essi appartengono a Gesù quale Signore delle loro vite (“Signore, da chi andremo?”); confessando che da lui essi hanno ricevuto e ricevono vita (“Tu hai parole di vita eterna”); ricordando l’atto di fede fatto un tempo e l’esperienza esistenziale che ha corroborato la loro fede (“Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”). Dalla vertigine della possibilità dell’abbandono, dall’illusione della libertà come sconfinamento, si passa allo sprofondamento nell’essenziale, in una fede sempre più nuda, spoglia, povera, centrata solamente sulla relazione con il Signore e le sue parole che sono spirito e vita. Nella vita cristiana si ascende scendendo, ci si eleva abbassandosi, ci si arricchisce impoverendosi, si cresce diminuendo. Unica condizione imprescindibile: la libertà. Sì, viene un momento per il credente in cui la fede chiede una rinascita, ma questo passa attraverso una morte, un affidamento radicale che è un perdersi, uno smarrirsi. Spesso sono i momenti di crisi che svolgono questa funzione di appello: allora si tratta di comprendere che “è lo Spirito che dà la vita e la carne non giova a nulla” (Gv 6,63) e di ricominciare, sempre più spogli, ma anche sempre più semplici e unificati, ad ascoltare la Parola e ad affidarsi allo Spirito del Signore.

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Servire per essere grandi

La Liturgia ci fa leggere in due giorni il libro di Rut. La tradizione ebraica legge interamente ogni anno questo rotolo nel giorno di Pentecoste, quando si offre il primo covone e si festeggia il compleanno del re Davide, assieme alla gioia di aver ricevuto il dono della Torah sul monte Sinai. Per i discepoli del Signore Gesù, Rut non è solo la bisnonna di Davide, ma un’icona di quello che sarà il cuore del Messia. La prima lettura si conclude in modo non solo gioioso, ma profetico: «E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide» (Rut 4,17). Questo nome – significa “servo” – dice fino in fondo che questo bambino è proprio il figlio di Rut e di Booz, i quali hanno accettato di decentrare l’attenzione da se stessi per porla sempre e comunque sull’altro. Questo nome diventa il passaggio obbligato per la generazione del Messia Re, che sarà il pastorello figlio di Iesse e diventa, ancora più profondamente, pregusto del Figlio che si fa «servo» (Fil 2,7). Possiamo già sentire il dolcissimo nome del Signore Gesù, «servo del Signore» (Is 42,1) che di se stesso dirà «sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). Obed è proprio figlio di Rut in quanto porta il nome di sua madre che, parlando di se stessa, ha sempre detto di essere una «serva» come farà la Madre di Gesù (Lc 1, 38). Rut è icona dell’atteggiamento della donna che sarà la madre di Gesù la quale, andando a visitare Elisabetta, non si lascerà ammaliare dal titolo di «madre del Signore» e canterà nel Magnificat di essere «serva». Così pure nessuno e niente riuscirà a convincere il Signore Gesù che si possa vivere diversamente per essere rivelazione del cuore del Padre. Rut mette al mondo colui che sarà l’anello di congiunzione per la generazione di Davide, pastore e per questo capace di essere re. Il frutto del grembo di Rut è, per sua natura, fecondo: mentre il bambino è ancora in fasce, già è «padre di Davide». Qui leggiamo non solo prefigurato, ma anche previssuto il mistero di Cristo lungamente preparato nella storia. Obed è il frutto benedetto del grembo di Rut, figlio di colei che ha saputo farsi serva sempre e comunque. La prima lettura di quest’oggi spiana così la strada alla parola così incisiva del Signore Gesù. Questa parola richiede a ogni discepolo, come pure alla stessa Chiesa, un continuo esame di coscienza, discepolare ed ecclesiale. La parola del Signore Gesù è forse la più evangelicamente dogmatica, anche se tra le più disattese: «Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato» (Mt 23,11). Lo stesso Signore Gesù ci aiuta a comprendere il senso profondo di questo atteggiamento a partire da un criterio che fa la differenza con l’attitudine degli scribi e dei farisei, i quali «legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente» (23,4). Al contrario, quali discepoli del Vangelo siamo chiamati a metterci a servizio dei nostri fratelli per alleggerire i loro fardelli, accettando di condividere i pesi fino a portarli con loro e perfino, talora, al loro posto.

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L’amore deve incarnarsi per essere vero

Il Signore Gesù non esita a rispondere con tutta onestà e chiarezza a chi ha il coraggio di interrogarlo con altrettanta onestà: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,40). Si potrebbe aggiungere che tutto il resto non è che commento e attuazione. Mentre la tradizione, soprattutto farisaica, aveva coltivato la tendenza piuttosto ad allungare in mondo infinito la lista dei precetti da osservare per avere una minima possibilità di sentirsi a posto con Dio, tanto fino ad accostare ogni precetto da osservare a una parte del corpo – in tutto 613 – il Signore Gesù sceglie la linea dell’essenzializzazione: «Amerai… Amerai» (22,37-38). Rut ci dà un esempio concreto di ciò che significa entrare in questa logica di amore incarnato piuttosto che programmato: «Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio» (Rt 1,21). Ciò che avviene sulla strada che porta dalla terra di Edom a Betlemme è quella necessaria inversione dei fattori che permette non solo di arrivare allo stesso risultato, ma sembra persino purificarlo e renderlo più pieno. Alla preoccupazione talora ossessiva di ogni forma religiosa di trovare e dare un posto conveniente a Dio nella vita dell’uomo sembra corrispondere l’invito a ricominciare, ogni giorno, dalla concretezza delle nostre relazioni umane attraverso la cui autenticità ci è dato di riconoscere, in noi stessi e negli altri, il segno del sigillo della divina presenza. Magnificamente il testo della prima lettura annota che le due donne «arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l’orzo» (1,22). L’esodo al contrario voluto da Elimelech in cerca di fortuna e di sopravvivenza lontano dalla terra promessa, in cui lui e i suoi due figli maschi troveranno invece la morte, porta il suo frutto nell’amore solidale e assolutamente concreto che si è creato tra Noemi e Rut. La Scrittura sembra ricordarci che la principale artefice di questa speranza nella più assoluta disperazione è la moabita Rut che, invece di programmare e scegliere la propria vita, sembra essere totalmente intenta ad assumere le costrizioni della vita trasfigurandole in un’occasione di più grande amore. Potremmo dire che si comincia a «mietere» nella vita solo quando si accetta di rinunciare consapevolmente a difendersi dalle esigenze di un amore fattivo e intessuto di scelte semplici e concrete. Il «pane» (1,13) di cui tutti abbiamo bisogno è soprattutto il pane che possiamo condividere, in modo da nutrire non solo il nostro bisogno di sopravvivenza ma, prima ancora, di dare ali al nostro desiderio di vivere in pienezza. Il primo passo di conversione, che Rut ha vissuto in modo così tanto naturale quanto poco religioso, è ciò che sembra ricordarci con la sua risposta il Signore Gesù, che ci chiede, delicatamente eppure così chiaramente, di rinunciare al «grande comandamento» (Mt 22,36) per piegarci ai “piccoli comandamenti” che presiedono alla fatica di scegliere il passo seguente della nostra vita.