Oggi sono trent’anni che sono frate cappuccino. Quanti ricordi belli, ma anche quante fatiche e cammino fatto. Ringrazio tutti quello che mi hanno accompagnato e che ancora oggi ci sono nella mia vita.
Gran parte del pensiero che abita il nostro cuore, anche — soprattutto — quello che a noi pare molto bello e ispirato, in realtà, è un impedimento all’azione di Dio e alla manifestazione della sua grazia. Non perché sia necessariamente un pensiero cattivo o orientato al male, ma perché (sotto)pone la realtà dentro i soliti nostri «termini» (Zc 8,1), razionali e molto umani, con i quali ci ostiniamo a misurare le cose, a guardare la storia con i nostri occhi e non con quelli di Dio. Il profeta Zaccaria anticipa lo scetticismo di un popolo logorato dall’esilio, tentato di non credere alle promesse di riscatto e di felicità che Dio rivolge al suo avvenire, sollevando l’indispensabile interrogativo: «Se questa cosa sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi?» (Zc 8,6). Non meno profetica è la voce con cui il Signore Gesù cerca di distogliere i discepoli dai loro progetti di grandezza, ponendo un bambino vicino a sé e indicando la legge del minimo al posto di quella del massimo, a cui sempre aspira il nostro cuore frustrato. «Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande» (Lc 9,48). Nella vita, i veri cambiamenti non avvengono mai quando puntiamo in alto o verso una narcisistica espansione del nostro io, ma quando scendiamo in basso, verso una seria e serena accettazione dei fragili confini che la realtà — anzitutto la nostra — possiede e continuamente manifesta. Laddove noi siamo sempre persuasi che solo un intervento esterno — magari quello di Dio, il «Signore degli eserciti» (Zc 8,6) — possa cambiare velocemente le sorti sempre avverse, il vangelo annuncia che l’unico movimento che scioglie la paralisi della nostra umanità è piuttosto una lucida e amorosa accettazione di noi stessi e degli altri. Con la stessa assenza di paura e di attese con cui un bambino è capace di lasciarsi abbracciare e circondare di attenzione. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me» (Lc 9,47-48). Finché siamo convinti che solo l’ingrandimento dei nostri spazi e l’amministrazione di qualche potere siano la via che conduce alla felicità, restiamo pieni di pretese con noi stessi e di giudizio verso gli altri. E dimentichiamo che la conversione non è — e non può mai essere — un percorso impossibile. Convertirsi al vangelo significa disertare i nostri termini, oltrepassare le misure dei nostri occhi, accettare le legge del minimo. Scoprire che la realtà, così com’è, può diventare luogo e scuola di felicità.
Il brano evangelico di questa domenica si apre in modo improvviso presentando in primo piano sulla scena Giovanni che si rivolge a Gesù parlando alla prima persona plurale, dunque a nome del gruppo dei discepoli. Gesù ha appena tenuto il discorso sul farsi ultimo di tutti e servo di tutti da parte di chi volesse essere il primo nella comunità, ha appena parlato di accoglienza (Mc 9,35-37), e Giovanni, dando prova di quella che un esegeta ha chiamato “una sordità assordante”, esibisce come un vanto davanti a Gesù l’impresa di aver tentato con insistenza e ripetutamente di impedire a uno sconosciuto di cacciare dei demoni perché lo faceva nel nome di Gesù, ma non facendo parte del gruppo dei Dodici (Mc 9,38). I discepoli hanno appena ascoltato parole sull’accogliere e compiono gesti di esclusione e rifiuto. Giustificati, nelle parole di Giovanni, dal fatto che quest’uomo usurperebbe il nome di Gesù. Ma dalle parole di Giovanni emerge anche un’altra motivazione. Giovanni dice che quest’uomo “non ci seguiva” (Mc 9,38). Dove la sequela è intesa non solo in rapporto a Gesù, ma ai discepoli stessi. I quali mostrano così la pretesa di impadronirsi della comunità, di farla loro, di rendersene signori, di renderla una loro personale impresa. Rischio sempre presente nelle vite comunitarie da parte di chi sente di poter avanzare titoli di qualche tipo. Ma io penso che dietro alle parole di Giovanni ci sia anche un’altra motivazione. Non detta, anzi, indicibile, nascosta. I discepoli si sono appena rivelati incapaci di scacciare un demonio da un ragazzo posseduto da uno spirito muto e sordo (Mc 9,14-29; soprattutto la dichiarazione di impotenza del v. 28: “Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?”). E questo è avvenuto a loro che seguono Gesù e costituiscono la sua comunità. Ebbene, costoro adesso vedono che uno sconosciuto riesce là dove loro hanno fallito. Emerge la dinamica invidiosa, anch’essa una piaga tipica delle vite comunitarie e in genere delle vite associate. L’invidia è una passione sociale perché abbisogna sempre di altri o almeno di un altro. L’invidia si chiede: perché lui sì e io no? E vedendo l’impossibilità per sé di essere o di fare come l’altro, ecco che essa cerca di proibire all’altro di essere ciò che è o di fare ciò che fa. Se noi non siamo stati capaci di scacciare un demonio e costui, che nessuno sa chi sia, ci riesce, noi possiamo abbassare lui al nostro livello, possiamo impedirlo, possiamo dirgli che non può fare ciò che fa. L’invidia nasce sempre da un’impotenza. L’invidioso dice: restando me stesso, io voglio ciò che tu hai e che tu sei, e che hai e sei in virtù del fatto che tu sei tu e non me. Così, l’impotenza da cui scaturisce l’invidia diventa l’impossibile del suo scopo. All’origine dell’invidia vi è l’impotenza, come fine vi è un impossibile; il percorso non può che essere una sofferenza indicibile. L’invidioso, in verità, non accetta di essere ciò che è, rifiutando di accogliere i propri limiti. L’invidia vede nella riuscita dell’altro una diminuzione di sé; ciò che l’altro ha o è viene sentito come sottrazione a sé e come impossibilità di raggiungere lo stato in cui l’altro è installato. L’invidia poi si nutre anche di attrazione quasi irresistibile nei confronti dell’oggetto invidiato e verso cui si prova anche avversione e odio. Sì, in Giovanni sembrano emergere elementi significativi di un vissuto interiore di frustrazione e di invidia. Ma Gesù stronca sul nascere questi sentimenti che nelle parole di Giovanni si rivestono di sentimenti pii verso Gesù, di difesa del suo santo nome, e di zelo e di rigore verso chi è fuori dal giro della comunità. In verità, dietro sembra esserci anche la pretesa di essere gli unici detentori di quel nome, di averne l’esclusiva e usarlo come un potere e un diritto. Del resto, è strano anche il modo in cui Giovanni si presenta a Gesù a dirgli ciò che lui e i discepoli facevano. Non gli chiede nulla, ma solo gli racconta un episodio: perché? Con quale scopo? La risposta di Gesù che proibisce di proibire, mostra che Gesù non si sente minimamente minacciato dalla presenza di un uomo che fa riferimento al suo nome per compiere il bene. Con la sua risposta, Gesù chiede ai discepoli di aver fiducia, di non aver paura. Per lui non è decisivo il criterio dell’appartenenza al gruppo dei Dodici per l’abilitazione a compiere il bene nel suo nome. È talmente aperta la sua concezione della comunità che arriva a dire che chi non è contro è per (Mc 9,40). La non opposizione è già vista da Gesù come aperto favore. Criterio posto da Gesù è il parlare bene o male di lui: “Chi nel mio nome compie il bene non può subito dopo parlare male di me” (cf. Mc 9,39). Dunque, questi non sarà un detrattore della via percorsa da Gesù, del cammino cristiano, un bestemmiatore del nome. Gesù mostra fiducia nella potenza del nome come forza benefica che agisce ben oltre i confini comunitari. Il nome ha una forza benedicente che influenza chi lo pronuncia, il quale non potrà, almeno subito, parlar male di Gesù. Così, con poche parole, Gesù capovolge la logica e lo sguardo dei discepoli, di Giovanni in specie: dal noi contro gli altri, si passa agli altri che, non essendo contro di noi, sono per noi. Di più. Gesù mostra i discepoli come beneficiari della bontà e dei gesti di carità degli altri (“Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome …”: Mc 9,41). Insegnando così a cambiare sguardo: a vedere se stessi non come centro del mondo a cui gli altri si devono piegare, ma come destinatari del bene che altri fanno loro. Ecco dunque che Gesù presenta gli altri non come persone da cui guardarsi, ma come coloro che possono testimoniare l’amore e la gratuità di Cristo ai seguaci di Cristo stesso. Ciò che viene chiesto da Gesù è un mutamento dello sguardo. Passare dallo sguardo invidioso allo sguardo capace di gratuità e amore. Invidiare (in-videre) significa proprio guardare torvo, guardare di traverso, ma significa in profondità non vedere più correttamente né la realtà né gli altri né se stessi. Significa avere una visione alterata della realtà, dunque anche della comunità e della vita. Dal nostro testo emerge con forza una dimensione diappartenenza e identità del gruppo dei discepoli giocate in maniera esclusiva ed escludente. E affiora immediatamente, infatti, anche la dimensione dell’inimicizia: i discepoli, di fatto, vedono nell’esorcista sconosciuto, un nemico. Da punto di vista ermeneutico possiamo affermare che il rapporto chiesa-nemico si situa all’interno di una fondamentale polarità. Da un lato, se la chiesa vive la radicalità evangelica e lo spirito delle beatitudini, non può non conoscere persecuzioni e inimicizie a causa del Nome di Cristo; dall’altro, la stessa radicalità evangelica impedisce alla chiesa di fabbricarsi dei nemici, di entrare in regime di inimicizia con gli uomini non credenti o di dar nome di nemico ad “altri”, a categorie di persone o a gruppi umani che semplicemente sono segnati da diversità o estraneità. Sul problema dell’inimicizia la chiesa gioca la sua capacità di assumere e gestire, positivamente o meno, il problema dell’alterità e della differenza al proprio interno e di fronte a sé. Il discorso sullo scandalo (Mc 9,42-48), che segue il dialogo di Gesù con Giovanni e i discepoli, di fatto indica il rischio per il gruppo dei discepoli, quindi per la chiesa stessa, di divenire scandalo e inciampo per altri. In particolare per “i piccoli che credono in me” (Mc 9,42) e che non sono i bambini, ma i credenti dalla fede debole, dalla fede semplice. Per evitare lo scandalo il cristiano ricordi che la Potenza e la Presenza del Signore non sono suo monopolio, ma sono suscitate dallo Spirito e noi, afferma il Vaticano II, “dobbiamo ritenere che lo Spirito santo dia a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale” (GS 22). L’espressione “nel modo che Dio conosce” dice che nemmeno la chiesa può pretendere questa conoscenza, pena il ridurre Dio a idolo e il divenire occasione di scandalo, cioè inciampo e ostacolo al cammino dell’uomo verso Dio. Certamente la prima accezione delle parole di Gesù sullo scandalo è comunitaria, e intravede la possibilità che un corpo comunitario si opacizzi al punto da non essere più trasparenza della presenza di Cristo. Ma tali parole hanno anche una valenza personale: occorre vigilare sul proprio agire (mani: Mc 9,43), sul proprio comportamento (piedi: Mc 9,45) e sulle proprie relazioni (occhi: Mc 9,47) per non divenire un ostacolo alla vocazione e al cammino di fede dell’altro. Il discorso di Gesù, che si svolge sul registro del paradosso, afferma che occorre il coraggio della rinuncia a ciò che può ostacolare l’ingresso nel Regno, ingresso che avviene non a partire da un di più o da un pieno, ma da un vuoto, da una mancanza, da una povertà. Abbiamo qui l’esigenza di un’ascesi, di una lotta, di un duro combattimento contro le tendenze che portano l’uomo a un comportamento e una relazionalità antievangelici. Tagliare e cavare (lett. “gettare”) non sono disumane direttive da applicarsi letteralmente, ma indicazioni realistiche di una lotta da combattere ogni giorno per purificare il proprio cuore e vivere il vangelo con maggiore libertà. C’è un perdere la vita che è essenziale per trovarla in Cristo (cf. Mc 8,35).
Potremmo cercare di entrare nella mente e nel cuore dei discepoli alle prese con le parole non solo «misteriose» (Lc 9,45), ma destabilizzanti del loro Maestro. Forse anche noi opteremmo al loro posto per adottare la logica dello struzzo: meglio non indagare troppo e far finta che le cose vadano per il verso giusto anche quando vanno per il verso sbagliato. La reazione degli apostoli davanti alle esigenze pasquali, così come si vanno sempre più chiaramente delineando, è una fuga mentale che prepara quello che sarà l’abbandono nella notte della passione: «e avevano timore di interrogarlo su questo argomento». Il timore è direttamente proporzionale, per così dire, alla voglia di non cambiare il proprio punto di vista e non rinunciare alle proprie illusioni, che spesso aprono il varco a dure delusioni. Il Signore Gesù non si pone nella linea del timore e della paura, ma in quella del coraggio, che comincia sempre con quell’onestà intellettuale da cui è generata la forza necessaria per prendere posizione e non tardare nelle decisioni: «mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: “Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini”» (Lc 9,43-44). A partire dalla parola decisa del Signore Gesù, possiamo interpretare il senso della risposta che viene data da quest’uomo misterioso al profeta: «Vado a misurare Gerusalemme per vedere qual è la sua larghezza e qual è la sua lunghezza» (Zc 2,6). Davanti al mistero pasquale non possiamo sottrarci al compito di misurare la nostra disponibilità a smantellare i nostri sistemi di difesa per aprirci al rischio del dono della nostra vita. Il sogno del profeta diventa una indicazione assai preziosa: «Gerusalemme sarà priva di mura, per la moltitudine di uomini e di animali che dovrà accogliere» (Zc 2,8). Mentre il nostro istinto di conservazione ci spinge a rafforzare le nostre difese, la nostra opzione evangelica ci obbliga a smantellare i nostri sistemi di difesa, per creare spazi aperti in cui si possa sperimentare il dono della reciproca e incondizionata accoglienza. Come per gli apostoli, così pure per noi entrare nella logica pasquale non solo non è facile, ma esige un previo cammino di intelligenza del cuore, attraverso cui diventiamo capaci di riposizionarci in modo adeguato. Quante volte per paura di soffrire e di rischiare diciamo: «meglio di no!». Il Signore Gesù invece ci spinge a imitare la sua capacità di assumere tutte le conseguenze della propria postura evangelica, tanto da dire piuttosto: «meglio di sì». Nella nostra quotidiana preghiera e nell’ascolto fiduciale della Parola di Dio racchiusa nelle Scritture, possiamo finalmente interrogare il Signore, impegnandoci ad accogliere le sue risposte che, certamente, mai ci lasceranno marcire nelle prigioni, più o meno dorate, delle nostre paure. Nel suo mistero pasquale, a lungo preparato, il Signore Gesù si fa per noi maestro di intelligenza di ciò che accade dentro di noi e attorno a noi, per non essere sorpresi dagli eventi, ma pronti ad assumerci fino in fondo le nostre responsabilità. In questo siamo confortati dalla promessa che ci raggiunge attraverso il profeta: «Io stesso – oracolo del Signore – le farò da muro di fuoco all’intorno e sarò una gloria in mezzo ad essa» (Zc 2,9).
Nella prima lettura il profeta Aggeo continua a stimolare i suoi fratelli a guardare oltre le macerie della distruzione per immaginare un incremento di vita sempre possibile. Questo incremento passa per un «coraggio» (Ag 2,4) non semplicemente ritrovato, ma sempre di più rafforzato. Ritrovare la speranza esige sempre il coraggio di non ripiegarsi nemmeno sul proprio dolore, per attivare continuamente processi di trasformazione della realtà in una promessa. Soprattutto quando il vissuto concreto delle persone e delle società si presenta con il suo lato più duro, diventa ancora più necessario e urgente fare spazio a ciò che il profeta presenta come una promessa eccedente ogni immaginazione: «La gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta» (Ag 2,9). Viene alla mente la parola solenne del Signore Gesù alla vigilia della sua passione nel vangelo secondo Giovanni: «In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14,21). Come discepoli e come credenti siamo chiamati a guardare al futuro con una fiducia aperta alle trasformazioni possibili attraverso quei processi di speranza con cui saremo capaci di continuare a dare un futuro di incremento e non di semplice ripetizione. L’evangelista Luca, come in altre occasioni, contestualizza la domanda di Gesù ai suoi discepoli circa la sua identità nella cornice, solenne e intima al contempo, di un momento di preghiera: «Le folle, chi dicono che io sia?» cui aggiunge subito dopo, in modo ancora più diretto e coinvolgente: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Lc 9,18.20). La risposta di Pietro viene accolta dal Signore Gesù come la buona, perché è capace di rileggere la relazione personale e discepolare con Gesù alla luce della più grande attesa che abita il cuore di un pio israelita: «Il Cristo di Dio»! Il commento che il Signore Gesù fa alla professione cristologica di Pietro conferma l’eccedenza e non l’eccellenza come la punta di diamante di questa intuizione: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Lc 9,22). Stranamente e significativamente, il Signore Gesù non conferma il riconoscimento messianico di Pietro, ma lo accoglie dilatandolo ulteriormente, facendone un’espressione del mistero del misterioso «Figlio dell’uomo». In questa figura cara al cuore di Gesù si può riconoscere un modo di intendere l’attesa messianica in termini ben più grandi delle semplici soluzioni di alcuni problemi, come quelli legati alla situazione di soggezione politica. La cifra ermeneutica non solo di patire ma di «soffrire molto» e non per il capriccio di qualcuno, ma da parte proprio di tutti, diventa il segreto per capire il mistero di Cristo secondo il Vangelo. Questo «molto» diventa per noi discepoli lo stile con cui prepariamo e già viviamo nella nostra vita il mistero del fare spazio a quella «gloria futura» profetizzata da Aggeo. Quella gloria passa per la gioia di aprire sempre a qualcosa di più grande, di più bello, di più vero, inteso come frutto del desiderio di ciascuno di coinvolgersi senza lentezze e con estrema generosità.
Erode, annota l’evangelista Luca, «non sapeva cosa pensare» (Lc 9,7). Per Erode pensare è un’operazione che tradisce se stessa. Infatti, pensare è uno degli atti più umani e umanizzanti proprio perché, attraverso l’esercizio dell’intelligenza, la persona pensante si apre a un mondo ben più grande del suo stesso pensiero, aprendo orizzonti di comprensione da cui nascono scelte di compromissione e di condivisione. Erode, invece, quando pensa non fa che ripensare a se stesso con una ossessiva autoreferenzialità che lo rende cieco, mentre si illude di voler vedere per poter capire: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io» (9,9). Di fronte a questo narcisistico soliloquio di Erode risuona, per ben due volte, l’esortazione del profeta Aggeo: «Riflettete bene sul vostro comportamento» (Ag 1,5.7). Il profeta ci aiuta a capire che riflettere non può mai limitarsi a un’operazione intellettuale, per quanto geniale, ma è la premessa per compiere scelte operative, da compiere senza inutili rimandi: «Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa» (1,8). Potremmo dire che Erode secondo Luca assomiglia a Erode secondo Matteo: il figlio è in tutto simile al padre. Infatti, come Erode il Grande ai tempi della nascita di Gesù non si scomodò per andare a vedere il bambino, ma vi mandò i Magi prima e i suoi sicari subito dopo, per cercare di sbarazzarsi della minaccia di un Messia troppo atteso dal popolo e temuto da se stesso, così Erode Antipa non fa nulla per incontrare il Signore, per paura di essere veramente incontrato e smascherato. Quando Pilato gli servirà su un piatto d’argento la possibilità di incontrare Gesù appena prima di condannarlo su pressione dei notabili del popolo, neppure se ne accorgerà, troppo preso dalle sue fantasie. Forse Pilato aveva sperato che Erode arginasse l’astio del sinedrio contro Gesù… ma Erode stava pensando ad altro… come sempre a se stesso! Non possiamo sbarazzarci troppo in fretta di Erode: in realtà nel nostro cuore si nasconde un piccolo Erode che ci spinge a perderci nei nostri pensieri e a farci guidare dalle nostre paure. La sindrome di Erode è quella di chi «cercava di vederlo» ma senza fare nulla per vedere, senza minimamente esporsi e soprattutto senza assolutamente farsi interrogare da chi gli sta davanti. Per questo, pur ascoltando «volentieri» (Mc 6,20) il Battista, nondimeno, oltre a non fare minimante ciò che Giovanni gli chiede, non riesce neppure a opporsi al capriccio della sua decapitazione; così pure il giorno in cui Pilato gli manda il Nazareno veniamo a sapere che Erode, in realtà, «sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui» (Lc 23,8) e non potrà che rimanere deluso, fino a schernire e deridere colui che aveva da lontano ammirato (23,11). Desiderare di vedere Gesù senza essere disposti ad ascoltarlo è un vicolo cieco. Questa la sindrome di Erode da cui noi tutti rischiamo di essere affetti ogni volta in cui non diamo concretezza al nostro pensare, non riuscendo così a vedere e a farci vedere.
Esdra si rivolge al Signore Dio con sentimenti in cui si mescolano l’angoscia e la gratitudine. Forte è la consapevolezza della fatica del popolo a rimanere fedele all’alleanza: «Mio Dio, sono confuso, ho vergogna di alzare la faccia verso di te, mio Dio, poiché le nostre iniquità si sono moltiplicate fin sopra la nostra testa; la nostra colpa è grande fino al cielo» (Esd 9,6). La dura consapevolezza delle proprie colpe rischia di restringere tragicamente l’orizzonte della speranza fino ad aprire la botola della disperazione. Quando si cede alla disperazione difficilmente si può sperimentare la salvezza, perché viene meno la presa con cui la grazia può risollevarci dalla nostra «prostrazione» e farci sperimentare quel «sollievo» (9,8) che viene dall’alto. Esdra non si arrende ed è capace di guardare oltre la propria fragilità e vulnerabilità, dimostrandosi così capace di non appiattirsi sulla propria colpa e su quella del popolo, resistendo così alla tentazione del ripiegamento che uccide la speranza. Risuona solenne il «Ma» che fa la differenza e permette di guardarsi e di considerare gli eventi in modo più ampio. Si potrebbe dire che, dopo aver riconosciuto con vera umiltà la propria colpa, Esdra matura la capacità di riconoscere che il peccato non è mai l’ultima parola nella vita del credente: «Ma ora, per un po’ di tempo, il Signore, nostro Dio ci fa fatto una grazia: di lasciarci un resto e darci un asilo nel luogo santo, e così il nostro Dio ha fatto brillare i nostri occhi e ci ha dato un po’ di sollievo nella nostra schiavitù» (Esd 9,8). Come Esdra siamo chiamati ogni giorno a fare una doppia verità sulla nostra vita: non dobbiamo chiudere gli occhi sulle nostre infedeltà, ma dobbiamo altresì spalancare il nostro cuore alla «grazia». Proprio il riconoscimento della grazia, sempre operante nella nostra esistenza e in quella dei nostri fratelli e sorelle in cammino come noi, diventa un «asilo» in cui e da cui possiamo aspettarci nuove sorprese come quella del «re di Persia» (9,9). Alla luce di quanto abbiamo appena detto commentando la prima lettura della Liturgia odierna, possiamo ben dire che la missione affidata dal Signore Gesù ai suoi apostoli è una missione di «grazia», di «sollievo», di «asilo». Il mandato apostolico non è quello di trasmettere una dottrina, ma di testimoniare quel «Ma» della grazia con cui le situazioni più dolorose possono essere trasformate in occasione di grazia: «diede loro forza e potenza su tutti i demoni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi» (Lc 9,1-2). La convocazione e la missione dei Dodici non possono essere disgiunte dallo stile di grazia e di sollievo dimostrato dal Signore Gesù nei suoi incontri ravvicinati con la sofferenza di quanti incrociano il suo cammino. Proprio perché l’annuncio sia fatto con grazia e arrechi sollievo, si rende necessaria una radicale povertà di mezzi, per evitare che questi offuschino la grazia del dono, che si fa sempre rinnovato perdono. Solo così, persino il rifiuto non sarà capace di turbare la radicale fiducia in Colui che invia non per imporre un pensiero, ma per dare la gioia di sperimentare una grazia che guarisce dalla tentazione di sentirsi inesorabilmente dei disgraziati.
Le parole del vangelo di oggi sono meno semplici di quanto appaiono. Certo, l’immagine di una lampada il cui destino è di venire accesa per illuminare è chiara e confortante. La sua simbologia altrettanto. Il Signore Gesù — la sua parola e la sua azione in noi — è come una luce che, nonostante le difficoltà e gli ostacoli, desidera brillare ed essere riconosciuta. «Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce» (Lc 8,16). Allora perché vengono prospettate situazioni tanto assurde, come quella di una lampada che finisce sotto un vaso, con la certezza di spegnersi? Oppure sotto un letto, con il rischio di incendiarlo? Chi di noi arriverebbe a compiere azioni tanto sconsiderate? Se il Maestro ce ne parla, la risposta è — ahinoi — abbastanza semplice: proprio noi corriamo il rischio di compierle! Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere (Lc 8,18). L’esortazione è intrigante. Letteralmente risuona così: «Guardate al modo con cui ascoltate». I due sensi — quello della vista e quello dell’udito — sono chiamati a cooperare per una migliore e più autentica esperienza di obbedienza al Dio che ci parla. Gesù sembra dire che non è sufficiente ascoltare, ma è necessario gettare gli occhi dentro il nostro orecchio, per vedere e valutare quale parola sta scivolando nel nostro cuore e, quindi, muovendo i passi della nostra vita. Potremmo correre il rischio di ascoltare senza vivere, rimandando (sempre) a domani il momento di offrire quello che siamo — i nostri beni e il tesoro della nostra umanità — affinché si accenda la luce di Dio a illuminare la sua casa. Che è la Chiesa, sempre bisognosa di essere ricostruita. Che è il mondo, ansioso di trasformarsi in un Regno di pace e di giustizia per tutti. Allora si levarono i capi di casato di Giuda e di Beniamino e i sacerdoti e i leviti. A tutti Dio aveva destato lo spirito, affinché salissero a costruire il tempio del Signore che è a Gerusalemme. Tutti i loro vicini li sostennero con oggetti d’argento, oro, beni, bestiame e oggetti preziosi, oltre a quello che ciascuno offrì spontaneamente (Esd 1,5-6).
Il vangelo odierno (Mc 9,30-37) mostra un Gesù preoccupato della formazione dei suoi discepoli. Lo stesso spostamento dalla casa in cui aveva conversato con i suoi discepoli (Mc 9,28-29) per rimettersi nuovamente in cammino, Gesù vuole che avvenga in incognito “perché insegnava ai suoi discepoli e diceva loro …” (cf. Mc 9,30-31). Nella casa i discepoli lo avevano interrogato sulla loro incapacità di scacciare il demone muto e sordo che possedeva il ragazzo il cui padre si era rivolto a loro per liberarlo (Mc 9,14-29). E il testo disegna una sequenza serrata intorno al verbo interrogare: in 9,28 i discepoli interrogano Gesù e sono preoccupati della loro mancanza di potere; poi non osano interrogare Gesù sulle parole che lui aveva appena pronunciato circa il suo destino di sofferenza e di morte (Mc 9,32). Ciò che si tace è ciò che si teme, e Marco annota che essi avevano paura di interrogarlo (9,31). Paura di ciò che può essere dischiuso anche per la loro vita, da quelle parole. Infine è Gesù che interroga i discepoli ed essi tacciono (Mc 9,33). Non solo per paura, ma anche per vergogna, senso di colpa e cattiva coscienza. Annota Marco: “Per via infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande” (Mc 9,34). Sicché Gesù ancora deve insegnare. Si siede, si mette nella posizione del maestro e consegna loro un insegnamento sulla vita comunitaria. Ma il suo primo insegnamento è sul suo prossimo destino di consegna nelle mani degli uomini e sulla sua morte violenta. Non si tratta di un’informazione, ma di qualcosa che deve essere imparato, perché riguarda da vicino la vita dei discepoli. L’insegnamento di Gesù è pratico: pratico, perché volto alla vita concreta che il discepolo deve seguire; pratico, perché connesso inestricabilmente alla vita che Gesù stesso vive. Che cosa insegna Gesù? Non cose che riguardino altri, ma il suo futuro. Un futuro che diverrà il presente dei discepoli, ciò che dovranno vivere. Facendo della sua consegna a morte un insegnamento, Gesù presenta l’esempio che diventerà norma di vita per ogni discepolo di Gesù e per ogni lettore del vangelo. E qui capiamo anche perché questo insegnamento sia ripetuto. Il passo di Mc 9,31 costituisce il secondo annuncio della passione, morte e resurrezione di Gesù. Queste parole di Gesù dischiudono il suo mistero profondo, il tragitto della sua vita, e costituiscono l’insegnamento per eccellenza che i discepoli devono imparare. Esse sono decisive per la formazione del discepolo. Formazione che trova nell’insegnamento sulla vita di Gesù obbediente a Dio e consegnata agli uomini il capitolo centrale e decisivo. Gesù, in questi insegnamenti sta dicendo che la sua vita consegnata è la regola per il comportamento dei discepoli, è la griglia alla cui luce leggere e porre gli eventi della vita, soprattutto gli eventi dolorosi e di contraddizione. E come sempre avviene nella formazione, questo insegnamento deve essere detto, ridetto, ripetuto. In Mc 8,31 si dice che Gesù “cominciò” a insegnare ai discepoli, qui che Gesù riprende quell’insegnamento che aveva scatenato l’opposizione decisa e risoluta di Pietro (Mc 8,32). Ci sono insegnamenti che richiedono di essere ripetuti, esemplificati, e in ultima istanza vissuti, perché possano fare breccia nelle menti e nei cuori di discepoli sempre lenti a credere. Ed effettivamente un mutamento nella ricezione delle parole di Gesù si verifica già qui. Nessuna reazione veemente, gridata, impulsiva, come dopo il primo annuncio, nessun rifiuto a priori, ma un silenzio che non vuole o non sa comprendere. E più avanti ancora nel cammino di salita a Gerusalemme si specifica dettagliatamente il senso della consegna nelle mani degli uomini che qui è ricordata: “lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, lo sputacchieranno, lo flagelleranno, lo uccideranno e dopo tre giorni risorgerà” (Mc 33-34). Anche allora non vi sarà comprensione da parte dei discepoli: la parola di Gesù comincerà a essere capita a partire dal momento in cui avrà raggiunto il suo punto di eloquenza massima: quando cioè sarà diventata realtà, tragica realtà nella carne di Gesù crocifisso, morto, sepolto e non più presente nel sepolcro il primo giorno della settimana. Insomma, Gesù sta dicendo che la sua vita consegnata è la regola di vita per i suoi discepoli. Possiamo anche supporre che Gesù ripeta tutto questo per i suoi discepoli ma anche per sé. Soprattutto nel vangelo di Marco dove Gesù, per quanto sappia ciò a cui va incontro, resterà turbato, angosciato e spaventato dal suo cammino verso la croce. Gesù ripete ciò a cui deve acclimatarsi, ripete ciò che deve assumere, ripete gli eventi che lo riguarderanno e che non basta conoscere per saperli anche affrontare. E Gesù appare certo di quanto deve succedere. Se anche si tratta di eventi futuri, il verbo utilizzato per esprimerli è un presente (“viene consegnato”: Mc 9,31), quasi a dire la certezza di questi eventi. Ma esprime queste cose che lo riguardano con lucidità, coraggio e dolcezza. Gesù sta qui insegnando ai suoi discepoli non solo la direzione del cammino, ma anche il come affrontarlo. E tre sono le indicazioni: lucidità, coraggio, dolcezza. Lucidità: niente illusioni, niente sogni, ma realismo. Coraggio: quello che traspare in Gesù, ma che è anche la risolutezza a cui è chiamato il discepolo, la forza che dovrà animarlo. E infine la dolcezza: nessuna amarezza da parte di Gesù; nessuna accusa, nessuna invettiva, nessuna recriminazione, nessuna minaccia o parola violenta verso quanti lo accuseranno. E forse non c’è testimonianza più convincente della sua buona coscienza e della sua giustizia che questa mitezza. Parole aspre e difficili per chi le pronuncia come queste che dice Gesù sono tanto più credibili perché espresse con dolcezza, pace e serenità, senza astio e risentimento. Gesù annuncia un’azione che subirà, anzi un’azione che ne comporta tante altre, sgradevoli, umilianti, dolorose, violente e ingiuste. Ma soprattutto Gesù intuisce che nel suo futuro c’è anche il non poter determinare e controllare gli eventi e l’accettazione di essere consegnato in balia degli uomini. Viene il momento in cui l’affidamento a Dio passa attraverso la consegna nelle mani degli uomini. Consegna dietro cui si profila la morte. Ma dietro quell’annuncio i discepoli intuiscono anche la possibilità della loro morte e questo spiega la loro paura e ritrosia a interrogarlo su quelle parole. Ecco allora che Gesù, di fronte alla paura dei discepoli di porre domande, prende lui l’iniziativa di interrogarli. E così prosegue quell’insegnamento che è momento importante della formazione dei discepoli. Dal cammino lungo la strada (en tè odò: Mc 9, 33) si passa alla casa (en tè oikía: Mc 9,33), al luogo del confronto e delle spiegazioni. Gesù pone la domanda: “Di cosa discutevate lungo la via?” (Mc 9,33). Il loro silenzio in realtà è eloquente e li smaschera: ciò di cui discutevano è indicibile, perché la discussione verteva su chi di loro fosse il primo e il più grande. Il loro silenzio dice anche la loro vergogna. Chiara, invece è la risposta di Gesù al loro silenzio imbarazzato. Gesù sveglia le menti dei discepoli con un paradosso. Le sue parole operano il passaggio dall’essere il primo all’essere l’ultimo di tutti e il servo di tutti. Di tutti: anche di chi per qualità intellettuali o per efficacia pratica o per capacità spirituali è manifestamente meno dotato. Gesù vuole che la logica delle beatitudini abiti anche il servizio dell’autorità nella comunità cristiana. E rende più chiara la sua volontà con un gesto simbolico. Prende un bambino e lo mette in mezzo, lo abbraccia e accompagna tutto questo con una parola: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Mc 9,37). Gesù doveva spezzare la logica chiusa e autoreferenziale di discepoli che discutevano su chi di loro fosse più grande e migliore. E li obbliga a cambiare punto di vista portando lo sguardo su un bambino. Attorno al gesto di Gesù che abbraccia il piccolo bambino si crea un nuovo centro: il gesto di tenerezza di Gesù è linguaggio che invita a passare dai toni dell’arroganza, della virilità che vuole imporsi, a quelli della dolcezza e dell’accoglienza. Gesù non rimprovera nemmeno i discepoli per il loro gretto discutere e neppure per averlo fatto nascostamente da lui e neanche per non avergli voluto rispondere quando li ha interrogati. Il suo parlare e il suo agire tolgono loro anche la vergogna di una confessione. Gesù sapeva. E le parole che usa e il gesto che compie riorientano i discepoli raggiungendoli là dove sono: “Se uno vuole essere il primo” (Mc 9,35), e lo fa riorientando il loro sguardo, insegnando loro ad apprezzare anche ciò che normalmente nemmeno vedono e a cui non danno importanza, come un bambino in un consesso di adulti. Così Gesù sta ancora insegnando, sta ancora formando i suoi discepoli e sta formando anche noi che ormai sappiamo che la presenza del Risorto è da riconoscere nel fratello, anche nel più piccolo, in chi non è né grande né primo.
Non si può comprendere la parabola che troviamo nella liturgia di quest’oggi senza tenere nel dovuto conto ciò che l’evangelista pone come introduzione e chiave di interpretazione: «poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città…» (Lc 8,4). Così pure non bisogna dimenticare i versetti immediatamente precedenti, che abbiamo letto nella liturgia di ieri: attorno a Gesù non c’è un gruppo segregante – ci sono discepoli e discepole – e la sua presenza non è offerta in modo settario, ma in modo assolutamente inclusivo e universale. Detto ciò, nel Vangelo non si respira aria di trasognata ingenuità o di irenico ottimismo, e per questo il Signore Gesù mette in evidenza quali possono essere le conseguenze di uno stile inclusivo: come il seme quando viene generosamente seminato non incontra solo della buona terra, o almeno non tutta la terra ha lo stesso grado di fecondità o di adeguatezza alle varie sementi, così pure la Parola di Dio, se viene donata incondizionatamente, non sempre potrà incontrare lo stesso grado di accoglienza. Tutto ciò che noi rischiamo di leggere come un problema nella ricezione del messaggio evangelico, lo stesso Vangelo ce lo fa cogliere come una normalità. Per questo l’evangelista non si accontenta, come gli altri evangelisti, di parlare del «seminatore» e dei vari tipi di terreno che, bene o male, lo accolgono, ma fa menzione in modo esplicito e assai particolare del fatto che «uscì a seminare il suo seme» (Lc 8,5). Tutti sappiamo che ogni seme porta in sé un potenziale di vita, è una promessa e apre a un possibile incremento e alla novità. Ben prima e ben aldilà di quello che noi possiamo recepire, c’è una sorta di estasiata ammirazione per il dono che viene elargito e che non è altro che «il suo seme»! Forse a ciò possiamo applicare quanto dice l’apostolo: «ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo» (1Tm 6,14). L’apostolo Paolo lo ricorda delicatamente, ma chiaramente al suo discepolo. La raccomandazione apostolica vale per ogni «seme» (Lc 8,5) che viene affidato alla terra del nostro cuore, di qualunque specie esso sia, purché sia capace di «ascoltare» (8,8). Non siamo semplicemente interpellati nel ritrovare e nel catalogare noi stessi in uno dei tipi di terreno di cui ci parla la parabola. In realtà, se guardiamo attentamente dentro la terra del nostro cuore, della nostra mente, delle nostre emozioni, dei nostri bisogni, facilmente riconosceremo che ora possiamo riconoscerci nell’uno e ora nell’altro, magari raramente lo siamo contemporaneamente, ma non è difficile ritrovare le diverse tipologie, esaminando le nostre reazioni e le nostre chiusure. Il fatto che Maria di Magdala scambi il Risorto per un giardiniere è segno che Gesù conosceva quest’arte e la mette a frutto nei confronti del nostro cuore e delle nostre vite, che forse sono ancora lontane dal tempo della semina e hanno bisogno ancora, e prima di tutto, di essere arate e concimate. Ma anche davanti a queste operazioni più faticose e sporchevoli il Signore non si tira certo indietro.