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Condividere il cammino

Dopo aver ascoltato il testo della peccatrice che entra nella casa di Simone e rivela al fariseo i limiti della sua giustizia alla luce radiosa della misericordia, che è capace di guarire e dare profondità alla vita, il piccolo riassunto su quella che potremmo definire la “compagnia di Gesù” rischia di farci soffermare solo su quelle donne «che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità» (Lc 8,2). In realtà, prima di parlare delle donne che «servivano» Gesù «con i loro beni» (8,3), si evoca la presenza dei «Dodici» (8,1) che, a loro volta, vivono accanto al Signore un cammino di guarigione e di illuminazione interiore. Nella prima lettura, l’apostolo Paolo continua la sua catechesi al suo discepolo e collaboratore Timoteo e mette in chiaro quali siano le malattie non solo comuni ma anche specifiche di coloro che sono chiamati a un ministero nella e per la comunità: «accecato dall’orgoglio… maniaco di questioni oziose e discussioni inutili» da cui nascono, quasi in modo terribilmente naturale: «le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti…» (1Tm 6,4-5). Per comprende a quale cammino il Signore abbia chiamato e continui a chiamare tutti coloro che condividono la sua vita e il suo ministero di annuncio della salvezza, le parole che Paolo rivolge in modo appassionato a Timoteo possono rappresentare una sorta di mappa di orientamento per ricominciare, ogni giorno, a camminare nelle vie di Dio: «Ma tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza» (1Tm 6,11). Paolo non fa mistero del rischio di cadere nell’«avidità del denaro» (6,10). Nel Vangelo vediamo che queste donne che seguono il Signore hanno trasformato radicalmente l’avidità in generosa condivisione, che le ha guarite radicalmente dal bisogno di farsi valere sugli altri, dando loro la gioia e la pace di sentirsi in cammino con gli altri – e prima di tutto con Gesù – in una parità che sa portare tutte le differenze di genere, di vocazione, di storia. Questi tre versetti di Vangelo non solo ci parlano di guarigione, ma ci mostrano la via della guarigione. Essa è possibile perché il Signore Gesù ci accoglie alla sua sequela senza alcuna distinzione e ancora perché la sequela ci guarisca dalla paura delle nostre diversità che alla fine si rivelano essere delle “unicità”. La presenza di un gruppo di donne accanto a Gesù e assieme agli apostoli è una memoria fondante e fondamentale per la coscienza della Chiesa, perché possa rimanere dinamicamente fedele alle intuizioni del suo Signore. Potremmo dire che l’esortazione di Paolo a Timoteo, che viene invitato energicamente ad essere e a comportarsi quale «uomo di Dio» (1Tm 6,11), esige di comportarsi proprio come le donne che seguono e assistono Gesù e i suoi apostoli. Esse sono a servizio della comunità e con il loro modo di servire danno un tono al vivere insieme, rendendolo capace di testimoniare fattivamente e concretamente non solo la bellezza, ma pure l’efficacia dell’annuncio.

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Donne sotto la croce

Curiosamente il Vangelo della Passione secondo Giovanni fa quadrato ai piedi della croce del Signore. Appena prima del testo che leggiamo in questa memoria che prolunga la festa di ieri, si parla della tunica inconsutile del Signore, che viene divisa tra «quattro» soldati. A questi quattro soldati senza nome e senza volto, l’evangelista sembra avere bisogno di contrappore altre quattro figure di donne con un volto preciso, tanto a che – solo a loro – viene loro dato da un nome. Queste donne sembrano fare quadrato – nel senso militare del termine – perché la croce non venga come profanata dalla violenza della nostra umanità bruta abituata a prendere, ma sia compresa come luogo di nuova genesi e di fecondità nuova. Il quadrato delle donne mette in luce il mistero di quel discepolo amato che non è il rimasuglio buono dei Dodici, ma la promessa di ciò che ciascuno è sempre in grado di diventare. Le donne sotto la croce sembrano assicurare, come nel momento del parto, uno spazio adeguato per un parto ancora più doloroso di quello della nascita, eppure così importante per la nostra speranza e quella di tutta l’umanità.
Tra queste donne spicca la figura della Madre di Gesù, che nel vangelo di Giovanni compare per la prima volta proprio a Cana, dove sembra mettere al mondo il Figlio Gesù permettendogli – e quasi costringendolo – a manifestarsi. Sotto la croce Maria diventa simbolo della Chiesa e di ogni credente chiamato a restare fino all’ultimo sotto la croce, per accogliere gli inizi della nuova creazione che sgorgano dal cuore trafitto dell’Agnello immolato. Colei che lo accompagna nella sua prima tappa di rivelazione non può che accompagnarlo anche nella sua ultima tappa di piena rivelazione dell’amore. La presenza di Maria – e non solo di lei, ma quella di altre donne unitamente al discepolo, speciale perché amico – è come il vessillo che si leva attorno a quella croce di cui ieri abbiamo celebrato l’esaltazione e quasi il trionfo. Laddove la Chiesa costantiniana edificava basiliche che segnavano il trionfo della cristianità, con tutte le sue luci corredate da inevitabili ombre, una sottile pietà legata ai più poveri e, ancora una volta, alle donne cerca di rammemorare “quegli altri” e soprattutto “quelle altre” che furono capaci di sopportare il più crudo fallimento di Gesù senza che l’amore si incrinasse minimamente, anzi lo dilatò enormemente: «da quell’ora il discepolo la prese con sé» (Gv 19,27). La madre che sta sotto e presso la croce ci mostra l’amore invincibile che si fa indicibile. Maria ci ricorda che l’amore non intristisce neppure nel dolore più acuto e urlante, ma fiorisce ancora più vigoroso. Maria accompagna il suo Figlio fino all’estremo dono della sua vita, sapendo portare con lui il peso del fallimento e del ridicolo, fino a mescolare le sue lacrime materne al suo sangue effuso. La memoria di oggi non ci fa più stare, come la festa di ieri, di fronte alla croce ma, ben più umilmente, proprio e solo ai piedi di essa. Maria è quella piccola fiamma che tutto il tormentoso buio del Golgotha non può spegnere ed è capace di trapassare la notte più spessa come una spada di luce, non abbagliante ma lacerante. Il luogo del supplizio diventa, per la presenza di Maria e di quanti si stringono accanto a lei, un santuario, l’unico e vero tempio di cui aveva parlato Simeone, di cui aveva parlato il Signore Gesù. Come dice Charles Peguy: «impossibile che il soffio della morte la spenga». Il parto di Maria si compie sotto la croce e non c’è nessun travaglio di umanità che sia ormai estraneo alla vita e alla passione di Dio.

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La “strana” logica del dono

La solenne festa dell’esaltazione della croce ci riporta al mistero che è al cuore della nostra fede e della nostra vita cristiana: il mistero della croce “vivificante” di Cristo, il sacramento del legno della croce divenuto albero di vita, il “luogo” della morte di Gesù Cristo divenuto grembo che ha generato Cristo a una nuova vita di risorto e grembo generatore di vita anche per noi, morti con lui e conrisorti insieme a lui. Così dobbiamo tornare a rileggere la pagina della crocifissione narrata da Giovanni nel suo vangelo: non come una pagina morta che narra di un morto, ma come l’ultima parola d’amore narrataci da un amante della vita, Gesù, che volendo amare i suoi “non a parole … ma con i fatti e nella verità” (1Gv 3,18), li amò fino all’estremo. E cos’è l’estremo dell’amore se non l’amare fino al dono estremo di quello che è il dono per eccellenza, la vita? Tutto il brano è racchiuso in questa logica del dono della vita per amore. Una scena racchiusa tra due espressioni che trasfigurano il male subìto, preannuncio di morte, nel luogo di un amore attivo, generatore di vita: “Pilato consegnò Gesù” (Gv 19,16) e “Gesù, chinato il capo, consegnò lo Spirito” (Gv 19,30). Dunque il senso spirituale della pagina giovannea sta tutto dentro questo movimento: Gesù, nel momento in cui viene consegnato, consegna la sua vita. Tutto in questo brano parla di una disponibilità cosciente, di una tensione consapevole, di un sì alla consegna totale di sé. Un “sì” detto con pochissime parole. Un “sì” alla consegna di sé detto innanzitutto con il corpo, che diviene parola più eloquente di ogni alito pronunciato. Infatti è soprattutto nel suo corpo che Gesù, obbedendo al Padre, vive quel movimento di generazione del dono a partire dalla morte inflitta, subita, permettendo così al Padre di compiere in lui la sua opera: il suo corpo, su cui era stata gettata la croce, ora la assume e la porta su di sé (cf. Gv 19,17); il suo corpo, che fissato sulla croce passivamente viene issato in alto dai soldati, “Dio lo esaltò” al di sopra di tutto e di tutti (Fil 2,9); le sue braccia, inchiodate brutalmente al legno, si aprono divenendo immagine di un abbraccio universale, di un corpo offerto, di un amore attivo che non tiene più nulla per sé, ma diviene dono di vita nuova. Un “sì” detto, infine, con la relazione e con l’affetto. A chi, condannandolo a morte, gli toglieva la vita, e dunque quella preziosa rete di relazioni con coloro che “egli amava”, Gesù risponde ancora con un gesto di amore attivo e gratuito: affida le proprie relazioni familiari, tutte riassunte nella figura della madre, e le proprie relazioni di affetto, tutte riassunte nella figura del discepolo che “egli amava”, queste relazioni Gesù le affida al futuro, le fa rinascere aprendole a un futuro sganciato dalla sua presenza. Anche con questo gesto, accompagnato da pochissime parole, Gesù ci mostra cos’è l’amore, sempre, e non solo al momento epifanico della morte: l’amore è morire per l’altro, dare la vita affinché l’altro, che mi è stato accanto e che ho amato, viva più di me e oltre me. Questo l’amore che la croce di Cristo ha esaltato, cha ha sovraesaltato al di sopra di ogni altro amore.

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L’attenzione all’altro

Nella figura del centurione che domanda e ottiene la guarigione del suo servo in fin di vita, il Signore Gesù ammira una fede grande, di quelle che raramente si incontrano, persino in ambienti devoti e religiosi. Una fede bella, capace di ricevere tanto perché libera dalla paura di manifestare i propri bisogni. «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!» (Lc 7,9). La narrazione evangelica lascia intendere come questa robusta capacità di affidamento non sia né l’ostentazione di una virtù, né l’improvvisazione di una ammirevole disponibilità. Quest’uomo pagano, pur essendo estraneo alla sensibilità religiosa di Israele, si manifesta attento alla custodia delle sue tradizioni. Ne è limpida attestazione la voce di alcuni anziani Giudei, che sostengono la sua causa davanti a Gesù. «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga» (Lc 7,4-5). In realtà ciò che fa breccia nel cuore di Gesù non è tanto la questione del merito — categoria che il suo vangelo intende piuttosto azzerare — quanto quella dell’attenzione all’altro, che il centurione sembra aver maturato nei confronti di tutti, anche — e soprattutto — delle persone più deboli e indifese che vivono accanto a lui. Oltre ai sentimenti nutriti verso il suo servo, ne è conferma l’invio dei suoi amici, che vanno a informare Gesù di quanta serena umiltà c’è nel cuore di questo ufficiale romano. «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito» (Lc 7,6-7). La raccomandazione che l’apostolo rivolge al fedele compagno Timoteo sembra andare proprio in questa direzione. La preghiera è per noi esseri umani una priorità, con cui è necessario aprire e chiudere le giornate, attraversare tutte le cose che ci capitano, perché è la forma ordinaria con cui andiamo oltre noi stessi e avanziamo verso Dio. È il modo con cui incarniamo il desiderio di una vita piena, sana e santa. «Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini» (1Tm 2,1). Se da priorità diventa poi anche precetto, ciò non è dovuto a una qualche quintessenza morale che la preghiera porta con sé. Ma in forza di una bellezza che la colloca, senza alcuna forzatura, in cima alla lista delle cose da fare sempre. Senza stancarci mai. «Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,3-4).

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Lungo il cammino Gesù ci interroga

La pericope evangelica di questa domenica è tratta dalla sezione centrale del vangelo secondo Marco (Mc 8,27-9,13) e comprende anzitutto un dialogo tra Gesù e i suoi discepoli sull’identità di Gesù stesso, che culmina nella confessione di Pietro (Mc 8,27-30). Quindi troviamo un insegnamento di Gesù centrato sull’annuncio della sua passione, morte e resurrezione. Anche qui emerge la figura di Pietro ma in maniera negativa, come colui che si oppone a quanto rivelato da Gesù riguardo al suo destino di sofferenza (Mc 8,31-33). Infine abbiamo le parole di Gesù ai discepoli e alla folla circa le esigenze radicali della sequela (Mc 8,34-35). Da Betsaida (Mc 8,22), sulla riva del Lago di Tiberiade, Gesù, insieme con i suoi discepoli, si sposta verso nord, nella zona di Cesarea di Filippo (Mc 8,27). E “lungo il cammino” (en tê odô: cf. Mc 9,33-34; 10,32.52) Gesù poneva ai discepoli questa domanda: “La gente, chi dice che io sia?” (Mc 8,27). Se più spesso è Gesù a essere interrogato dai discepoli (cf. Mc 4,10; 7,17; 9,11.28; 10,10; 13,3), qui è lui stesso che interroga i discepoli ponendo loro una domanda decisiva che concerne la sua identità. Attraverso la pagina evangelica la domanda raggiunge il lettore che si trova a sua volta interpellato. È interessante che la domanda venga posta “lungo il cammino”. È cammin facendo, è nel concreto e quotidiano seguire Gesù che si chiarisce al discepolo l’identità di Gesù stesso. L’autentica confessione di Gesù avviene esistenzialmente. L’identità di colui che viene confessato, attrae e coinvolge l’identità di colui che la confessa: è nella sua vita che il cristiano confessa il Cristo. Ovvero: mentre diciamo che siamocristiani è importante aver coscienza che dobbiamo ancora diventare cristiani. L’obbedienza alla volontà di Dio si manifesta nel corpo e nelle relazioni, nell’esistenza e nella morte. Fino alla morte. È l’insegnamento dell’anziano vescovo di Antiochia, Ignazio, che, avviandosi al martirio, scrive ai cristiani di Roma: “Ora incomincio a essere discepolo” (Ai Romani V,3). La domanda posta da Gesù ai discepoli suggerisce anche al lettore e al credente di oggi che Gesù ci raggiunge come domanda. Ed è bene che per noi Gesù rimanga sempre anche una domanda, e non diventi mai solamente una risposta. Perché altrimenti si spegne il dialogo e noi ci chiudiamo nel monologo facendoci signori del Signore. Il Signore che chiama è anche il Signore che domanda e la vocazione è sempre anche una domanda, cioè un’offerta di amore: rispondere alla vocazione significa restare aperti all’amore e alle nuove domande che il Signore diverrà per noi durante il cammino della nostra vita. La risposta, anche di fede, deve lasciare aperta la possibilità di altre domande, altrimenti uccide il mistero e spegne l’amore. Anzi, proprio le risposte, le confessioni, i pensieri, i ragionamenti, insomma le nostre parole, rischiano di diventare un ostacolo alla sequela, di costituire la nostra difesa di fronte all’appello alla vita che il Signore ci rivolge. Spesso le nostre risposte null’altro sono se non difese contro la domanda. I discepoli rispondono a Gesù riferendo le opinioni della gente, opinioni che coincidono esattamente con quelle riferite in Mc 6,14-15. Si tratta di risposte che suonano deludenti per il lettore che sa che Gesù è “più forte” di Giovanni e che Gesù battezzerà in Spirito santo a differenza di Giovanni che battezza in acqua (Mc 1,7-8). Quanto a Elia, Marco l’ha già identificato con Giovanni Battista all’inizio del vangelo (Mc1,1-8) e lo ribadirà esplicitamente più avanti (9,9-13). Infine, se Gesù è certamente un profeta (Mc 6,4), tuttavia non lo è come un qualsiasi altro profeta. Egli è il profeta escatologico annunciato da Mosè in Dt 18,15.18. Ma Gesù, quasi mettendo in atto un procedimento iniziatico, incalza i discepoli, li mette all’angolo, specificando che loro stessi sono i destinatari della sua domanda: “Ma voi, chi dite che io sia?” (Mc 8,29). Dalla genericità delle opinioni della gente la prospettiva si restringe a ciò che sentono e pensano i discepoli. Ovviamente, con i discepoli, anche il lettore del vangelo viene sollecitato a una risposta personale. A questo punto è Pietro a prendere la parola e a rispondere a Gesù affermando: “Tu sei il Cristo” (Mc 8,29). Pietro riconosce in Gesù l’inviato escatologico di Dio. L’ordine di tacere che Gesù impone a tutti i discepoli (Mc 8,30) conferma la bontà di questa confessione di fede. Analoga annotazione troviamo in Mt 16,20: “Allora (Gesù) ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo”. Il silenzio imposto sulla sua identità messianica si può spiegare con ragioni prudenziali, vista la carica politica e nazionalistica di cui la figura messianica era carica. Si tratta di una figura che era compresa in maniere diversificate e Gesù stesso applicherà al Messia dei tratti che correggeranno, completandola, la visione di Pietro. Inoltre, l’ordine di silenzio e di non diffondere tra la gente la pur retta confessione messianica corrisponde a un tratto dell’agire e del sentire di Gesù, il quale non cerca consensi, non fa propaganda positiva di se stesso, non cerca di diffondere un’immagine vincente e forte di sé, non segue i propri successi né se ne serve per affermarsi. Se il discepolo realizza la piena conoscenza messianica di Gesù solo camminando dietro a lui fino alla croce, così Gesù stesso manifesta la sua messianicità nella sua pienezza rivelativa e salvifica quando si trova sulla croce. Non a caso Gesù, a questo punto, insegna ai discepoli che nel suo futuro vi è sofferenza, morte violenta e resurrezione (Mc 8,31). Questa dimensione va integrata nella figura messianica che lui vive e realizza. Marco, e solo lui tra i sinottici, annota che Gesù “faceva questo discorso apertamente” (Mc 8,32). Letteralmente: “Diceva la parola con parresía”, non in maniera enigmatica, non in disparte o in segreto, ma con crudo realismo. La realtà va guardata in faccia per poter affrontare il cammino di sequela fino alla fine. E quando Gesù dice che il Figlio dell’uomo “deve” soffrire, non fa che rivelare la sua obbedienza. Questo “dovere” non rinvia a un’imposizione dall’alto, a una volontà crudele di Dio e neppure a uno spargimento di sangue teso a soddisfare l’ira di un Dio incollerito con gli uomini peccatori. Quel “dovere” sgorga dall’incontro della libertà di Gesù con le esigenze della Scrittura, cioè della volontà di Dio espressa nella Scrittura (“Sta scritto che il Figlio dell’uomo deve soffrire molto ed essere disprezzato”: Mc 9,12). Da lì scaturisce il cammino messianico di Gesù. Cammino che lo porta a vivere gli eventi della passione e morte nella fedeltà a Dio, nell’amore e nella libertà. Invece che suscitare immagini perverse di Dio, quel “dovere” indica lo scandalo di un Dio che ha scelto di farsi conoscere agli uomini sulla croce (cf. Mc 15,39), luogo simbolico che raggiunge ogni uomo negli inferi esistenziali in cui può precipitare. E dunque paradossale luogo della salvezza universale. Questo annuncio suscita la reazione di rifiuto da parte di Pietro che rimprovera Gesù prendendolo a parte. Di contro, Gesù rimprovera a sua volta Pietro con le dure parole: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33). E aggiunge che il suo cammino doloroso dovrà essere seguito anche dal discepolo. Il cammino di Gesù diviene anche lo scandaloso cammino che il discepolo deve seguire: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuol salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà” (Mc 8,34). Il discepolo, dice Gesù con linguaggio forense, rinneghi se stesso, cioè ricusi la difesa, rinunci all’arringa difensiva, a spendere le proprie energie nel controbattere le accuse nel tentativo di salvarsi. L’espressione ‘prendere la propria croce’ si riferisce al momento in cui il condannato alla crocifissione si carica sulle spalle la trave trasversale della croce per compiere l’orribile itinerario tra la massa urlante che lo accompagna con ingiurie e imprecazioni. “Chiunque mi segue, dice Gesù, deve rischiare una vita altrettanto difficile quanto la via crucis di un condannato in cammino verso il patibolo” (Joachim Jeremias). Si tratta di rinunciare all’idolatria di sé, di uscire dai meccanismi di autogiustificazione e di abbandonarsi totalmente al Signore in una follia in cui risiede il segreto della libertà del discepolo del Signore. Anche Gesù nel processo non si difenderà, sulla croce non salverà se stesso, non darà risposte ma entrerà nel silenzio offrendo se stesso a un Dio silenzioso a cui si rivolgerà con una domanda: “Perché mi hai abbandonato?”. Anche il cammino di Gesù diventa un perdere la propria vita e un essere spogliato di risposte da dare e da dire. Resta solo la risposta che egli è, esistenzialmente, e che vive nella carne. E anche per noi, quando gli appoggi e le sicurezze umane vengono meno, quando il cammino che percorriamo diviene indecifrabile, allora l’atteggiamento evangelico del perdere la vita diventa essenziale per proseguire il cammino. E per divenire noi stessi, nella nostra carne, fino in fondo, fino alla morte, eco della domanda che il Signore pone a ogni uomo: “Chi dite che io sia?. Questa la martyría, questa la risposta che siamo chiamati a dare alla domanda di Gesù.

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Guardarsi dentro

Il tono piuttosto personale a cui Paolo ricorre per scrivere all’apostolo Timòteo potrebbe far apparire la prima lettura della liturgia odierna come un testo squisitamente autobiografico, quasi intimista, all’interno del suo ricco e variegato epistolario: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io» (1Tm 1,15). In realtà, l’apostolo non sta attirando su di sé l’attenzione allo scopo di rendere pubblica la sua personale esperienza di fede. È sufficiente proseguire nella lettura del testo per intuire quale sia l’intenzione comunicativa di Paolo: «Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna» (1Tm 1,16). Se esiste sempre la possibilità di vivere in modo narcisistico i passaggi di Dio dentro la nostra vita, è altrettanto vero che non si può dire di aver colto il senso del proprio battesimo in Cristo fino a quando non si è in grado di comprendere come la salvezza ricevuta possa diventare occasione perché altri abbiano accesso alla vita eterna. Per maturare questa consapevolezza e, soprattutto, per arrivare a essere sufficientemente liberi – da se stessi – da potersi offrire agli altri come «esempio», bisogna essere disposti a guardarsi dentro, fino ad approfondire e purificare le motivazioni con cui ci siamo messi in gioco con Dio. Come afferma lo stesso Gesù nel vangelo, l’uomo «buono», cioè colui che ha imparato a edificare la vita sulla bontà di Dio, «è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia» (Lc 6,48). Si tratta di edificare il cammino della fede non tanto sulla passione o sullo slancio con cui, in alcuni momenti della vita, siamo capaci di fare le cose e di stare dentro le situazioni, ma sulla granitica fedeltà con cui Dio si è mostrato capace di restare in relazione con noi fino a donarci l’amore più grande. Coltivare questo atteggiamento interiore, in cui al centro rimane sempre di più l’Altro, capace di dare consistenza alla nostra fragile volontà, significa accettare di morire a noi stessi molte volte e mai una volta per tutte. Non solo, significa anche fare esperienza di come, pur dentro situazioni che mai ci saremmo scelti o immaginati di poter vivere, sia possibile rimanere saldi e integri nell’adesione al nostro desiderio profondo: «Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene» (Lc 6,48). Questa parola del vangelo – così come quella scritta da Paolo — non può identificarsi con un destino assicurato a chiunque invoca «Signore, Signore» (6,46), tuttavia è una parola ugualmente «degna di fede e di essere accolta da tutti» (1Tm 1,15). Mentre noi pensiamo che per scavare a fondo le radici e le motivazioni del nostro essere discepoli di Cristo, rimanendo fedeli agli impegni battesimali, sia indispensabile fare e compiere molte cose, la provocazione dell’apostolo Paolo ci spinge a credere che le cose possano essere viste anche da un altro punto di vista. Se è vero, come dice il Signore Gesù, che «ogni albero si riconosce dal suo frutto» (Lc 6,44) è altrettanto vero che nessun albero – almeno in natura – si deve preoccupare di maturare quel frutto che arriva sempre con tanta puntualità e naturalezza al tempo opportuno. In armonia con questa metafora biologica, ciascuno di noi è chiamato non tanto a preoccuparsi di dover scavare a fondo, attraverso gesti con cui si può sempre cadere nell’insidia di coltivare l’amore per se stessi, quanto di consentire alla parola di Dio di scavare continuamente nelle profondità del nostro cuore percorsi di fede e pozzi di speranza. Solo dal cuore, in questo luogo così intimo eppure così aperto ai movimenti della grazia, possiamo diventare quell’uomo buono che «dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene» (6,45) e, così, benedice il nome del Signore. A lui, «incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen» (1Tm 1,17).

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Guarire dalle nostre cecità

La confessione di Paolo apre il cuore alla speranza di poter uscire dal circolo vizioso dell’ipocrisia che, normalmente, non è altro che un modo di affrontare l’esigente sfida di riconoscere e di accogliere la propria debolezza e vulnerabilità: «Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù» (1Tm 1,13-14). L’esperienza di Paolo è un reale cammino di purificazione interiore, un cammino che ha dovuto passare attraverso una vera destrutturazione della propria immagine. Questa destrutturazione sarebbe stata impossibile senza una pericolosa caduta dal cavallo della propria superbia spirituale. Tutti ricordiamo il particolare narrato dagli Atti degli Apostoli, secondo cui la visione della luce divina, unita all’ascolto di una voce – quella di Gesù che si identifica con i suoi fratelli perseguitati – coincide con una cecità che dura per ben tre giorni. Solo nel momento in cui Paolo sperimenta e riconosce la sua cecità, potrà diventare veramente una guida per i suoi fratelli, non senza prima aver accettato di lasciarsi fraternamente guidare e illuminare da Anania. Solo chi si conosce può avanzare nel cammino della vita e far avanzare gli altri offrendosi non tanto come guida, ma come compagno di cordata, attento prima di tutto al proprio passo e vigilando sul sereno cammino dei propri fratelli. Il segreto di una cordata che scala una montagna sta proprio nel fatto di avere una fiducia reciproca assoluta, che si basa su un patto di solidarietà in base al quale la propria prudenza e la propria perizia sono il primo passo per la sicurezza e l’incolumità dell’altro. Perché una vetta sia raggiunta, insieme e felicemente, è necessario legarsi profondamente attorno al desiderio di raggiungere la stessa meta e nella capacità non solo di unire le proprie forze, ma anche di tenere presenti le proprie debolezze cercando, in tutti i modi, di non farle diventare dei punti scoperti di vulnerabilità. Al contrario, un eccessivo amor proprio travia il modo di vedere e di valutare la realtà, tanto da mettere in pericolo la propria vita e quella degli altri.
La domanda posta dal Signore Gesù ai suoi discepoli non va accolta come un atto di sfiducia nelle nostre possibilità, ma come un avvertimento capace di metterci al riparo da errori di valutazione che possono porre,  noi stessi e gli altri, in situazione difficili non solo da gestire, ma da cui talora diventa impossibile uscire: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?» (Lc 6,39). La parola del Signore non si ferma qui: «Un discepolo non è più del maestro, ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro» (6,40). La differenza sta proprio nel grado di consapevolezza del lungo cammino che è stato necessario per ciascuno di noi, un cammino che non è mai finito! e che ci rende capaci non solo di comprendere, ma pure di solidarizzare con quello che è necessario agli altri. Il vero problema non è se si tratti di una «trave» o di «una pagliuzza» (6,42), ma che si abbia uno sguardo giusto su se stessi che ci permetta di avere uno sguardo attento e delicato verso gli altri. Chi conosce personalmente la fatica della purificazione interiore non può che comprendere quanto questo processo possa essere duro anche per il proprio fratello, tanto da testimoniare non la propria superiorità, bensì la gioia di essere stato accolto: «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte» (1Tm 1,12).

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Faticare per la carità

Possiamo prendere in prestito le parole dell’apostolo Paolo per riprendere quelle così esigenti che il Signore Gesù ci rivolge, ancora una volta, nel suo Vangelo. Paolo, continuando la sua esortazione ardente ai cristiani di Colossi, arriva a dire con tutta semplicità ed efficacia: «Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,14). Se rileggiamo il testo della prima lettura e lo mettiamo in relazione alle parole infuocate del Vangelo, possiamo veramente dire che ci viene posta innanzi la sfida, difficile e appassionante, di camminare ogni giorno per conformare la nostra vita a quello che potremmo definire “il modo perfetto”. Se ci lasciamo guidare dal modo di procedere sia di Paolo che del Signore Gesù, non ci resta che riconoscere come di «perfetto», nella nostra vita come pure in quella degli altri, c’è ben poco. Non ci sono dubbi se l’unica via resta quella indicata con queste parole: «sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro» (Col 3,13). Il Signore Gesù è ancora più “spietato” con i suoi discepoli, tra cui desideriamo essere annoverati e, si potrebbe persino dire, lo fa a più livelli. Prima di tutto, la parola del Signore è esemplare: «E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro» (Lc 6, 31). In questo modo il Maestro stronca, alla radice, la tendenza così naturale cui fa riferimento l’apostolo: «se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro» (Col 3,13). All’istinto di immaginare, fino a recriminare, a partire da quello che l’altro avrebbe o non avrebbe dovuto fare nei nostri confronti, bisogna opporre la scelta di esaminarci, attentamente e quasi severamente, su «come» avremmo desiderato si comportasse il fratello con cui siamo in conflitto o ci ha feriti. A pensarci bene, il primo, forse il più importante, elemento di un simile modo di reagire è il fatto di doversi rendere conto che non sempre è facile trovare il «come» che sia soddisfacente per tutti e sicuro per ognuno. Prendere coscienza della fatica della carità, che è prima di tutto la nostra fatica nella carità, smorza le amarezze e attutisce le aspettative, fino a dissolvere molte delle illusioni che ci facciamo su ciò che gli altri ci possono o ci devono dare. Così «il modo perfetto» di Paolo si invera nella prescrizione evangelica che sembra, fondamentalmente, avere a cuore di mettere in ordine la sequenza e la gerarchia: «Date e vi sarà dato…» (Lc 6,38)… il resto verrà.
Davanti a esigenze non certo facili, l’apostolo Paolo dà anche un consiglio che può sorprendere: «istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori» (Col 1,16). Un ricordo mi sembra poter aiutare a comprendere questa parola. Tempo fa ero in Africa e rientravo in città dal monastero per riprendere il mio aereo. Le difficoltà della strada, tra buche e polverone, mi erano già note. Ma ogni tanto si incontravano auto, o bus o camion in panne, con tutto ciò che questo comporta. Una pena per loro e un po’ di vergogna per me che viaggiavo in modo non comodo, ma mille volte più comodo. A un certo punto, tre giovani ci fanno segno di fermarci e ci chiedono di salire sul retro dell’auto per andare a soccorrere qualcuno la cui auto si era rotta durante il viaggio. Le prospettive di questi giovani non erano certo rosee e penso ci fossero tutti i motivi per essere arrabbiati o almeno scoraggiati. Senonché dal retro si è levato l’inizio di un canto, che ben presto si è trasformato in un vero concerto. Quei ragazzi per prima cosa si sono messi a cantare, quasi per raccogliere le forze e comunque non perdere il contatto con l’interezza della vita. Arrivati al punto in cui si trovava l’auto… in realtà c’era veramente poco da cantare, almeno a partire dai miei parametri. Chissà, forse prima di lanciarsi nella difficile opera del perdonare e del sopportare, sarà meglio cominciare a cantare… il resto verrà e sarà: «una misura buona, pigiata, colma e traboccante» (Lc 6,38).