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Il vero “tu” è il “tu” che ama

Dopo una serie di controversie in cui Gesù ha fronteggiato dei gruppi di avversari (sacerdoti, scribi e anziani: Mc 11,27ss.; farisei ed erodiani: Mc 12,13ss.; sadducei: Mc 12,18ss.), si avvicina a Gesù un singolo. Membro sì di uno di questi gruppi che normalmente contestano Gesù (è uno scriba: Mc 12,28), ma si presenta solo. E si presenta con una disposizione non preconcetta e non pregiudizialmente negativa. Infatti, si avvicina a Gesù avendo “visto come aveva ben risposto” ai sadducei. E tra lui e Gesù si instaurerà una consonanza profonda. Udita la risposta di Gesù, lo scriba dirà: “Hai detto bene, maestro, e secondo verità …” (Mc 12,32). A sua volta, Gesù, “vedendo che (lo scriba) aveva risposto saggiamente” gli disse: “Non sei lontano dal Regno di Dio” (Mc 12,34). Lo scriba interroga Gesù su quale sia il primo dei comandamenti. Questa domanda implica l’idea che all’interno dei molti comandi veterotestamentari vi sia una gerarchia, un ordine, un comando principale obbedendo al quale si obbedisce a tutta la volontà di Dio. C’è un’unità nella volontà di Dio, e dunque il rapporto con Dio è qualcosa di semplice. Gesù sintetizza la volontà di Dio nei comandi di amare Dio e il prossimo. E la sintetizza riprendendo i due comandi di Dt 6,5 e Lv 19,18. A differenza dei testi paralleli di Luca e Matteo, Marco conserva la formula di introduzione di Dt 6,4: “Ascolta, Israele”. L’ascolto è già movimento di amore in quanto ascoltando mi apro all’altro e ospito in me la sua presenza. L’ascolto fonda un legame, una relazione in cui io esco dal mio isolamento e vivo in relazione a un altro. Anzi, le parole dello Shemà Israel (Dt 6,4-5) riprese da Gesù (Mc 12,29-30) disegnano un movimento – sempre da rinnovarsi – che dall’ascolto (“Ascolta, Israele”) conduce alla conoscenza (“Il Signore è uno”) e dalla conoscenza all’amore (“Amerai il Signore”). È un esodo, un movimento di liberazione che scaturisce da Dio e dalla sua parola. Marco distingue un primo comandamento (amare Dio) e un secondo (amare il prossimo). In particolare Gesù ripete il comando del Deuteronomio che chiede di amare Dio “con tutto il cuore”. L’antropologia biblica insegna che con il cuore si designa la persona stessa, il suo essere corporeo e psichico, razionale ed emotivo. Pertanto “amare Dio con tutto il cuore” è anzitutto un percorso, il cammino di tutta un’esistenza e un itinerario tutt’altro che scontato. Nel nostro cuore infatti abitano anche pensieri e desideri ben lontani da quanto ci chiede il vangelo. Dunque, passo preliminare per giungere ad amare Dio è riconoscere che ciò è tutt’altro che scontato. Perché l’espressione “amare Dio” abbia una qualche credibilità e praticabilità occorre rinunciare agli spiritualismi, ai discorsi che ripetono parole stanche e scisse dalla concretezza della vita e invece cercare di dare realtà a ciò che di per sé è quasi impossibile: come amare chi non si vede, quando è già così problematico ed enigmatico amare coloro che vediamo? Occorre dunque anzitutto accettare il lavoro diconoscenza di sé che ci porta a riconoscere, nominare e accettare le dimensioni di negatività e le carenze che abitano in noi, nel nostro cuore. Infatti, “Dal cuore umano escono i propositi di male …” (cf. Mc 7,21-23). Per amare Dio con tutto il cuore occorre il coraggio di affrontare il lavoro di conoscenza del proprio cuore: conoscenza che, normalmente, ci riserva sorprese sgradite. Questo lavoro è essenziale per arrivare a porsi in autenticità davanti a Dio. Conoscere i propri limiti morali e intellettuali, fisici e psicologici, emotivi e affettivi è essenziale perché venga abbattuto quell’io ideale che ci costruiamo e che offriamo agli altri e a Dio come protezione da noi stessi. Un “io” immaginario ma che ha tutta la potenza di inganno e fascinazione dell’idolo. Scopo di questo cammino di conoscenza di sé è l’adesione alla realtà, l’accettazione di quel particolare essere che noi siamo, con le negatività e le ricchezze che ci caratterizzano. Questo cammino lo possiamo chiamare “rientrare in noi stessi” (Lc 15,17) o “ritornare al proprio cuore” (Is 46,8: redite ad cor). In Dt 6,2 l’amore per il Signore è unito al timore (“Temi il Signore”), nozione questa che non è decaduta con la nuova alleanza ma che è essenziale per un equilibrio dell’amore: amare Dio senza temerlo rischia di essere un amare Dio come proiezione dei propri desideri, così come temere Dio senza amarlo è allontanarsi dal volto di Dio rivelato dalle Scritture e da Gesù Cristo. Il timore di Dio è rispetto dell’alterità di Dio, senso della distanza che intercorre tra uomo e Dio e che rappresenta lo spazio della relazione e della comunione possibile tra creatura e Creatore. Che l’amore poi sia comandato non stupisce, se si pensa che per la Scrittura Colui che comanda l’amore è anche Colui in cui risiede la fonte della salvezza. Per l’uomo biblico, il comandamento di Dio non è mai inteso in senso legalistico, ma nello spazio del dono e dell’amore. Come l’amato gioisce nel fare la volontà dell’amante, così il figlio d’Israele trova la sua gioia nel compiere la volontà di Dio. “Ricompensa per un comandamento è un altro comandamento” recita un detto rabbinico. E chi mai può comandare l’amore se non colui che ama? Se non l’amante? Così l’esperienza di essere amati da Dio è alla base del comando di amare sia Dio che il prossimo. Ed è fondamento della possibilità da parte dell’essere umano di adempierlo. “Solo l’anima amata da Dio può accogliere il comandamento dell’amore del prossimo fino a dargli compimento. Dio deve essersi rivolto all’uomo prima che l’uomo possa convertirsi alla volontà di Dio” (Franz Rosenzweig). Il comandamento poi non è solo “ordine”, ma anche rivelazione di una possibilità. Il comandamento dice “tu devi”, ma dice anche e prioritariamente “tu puoi”. Anzi, si basa sul “tu puoi”. Il comandamento diviene così luce sulla via dell’uomo, diviene offerta di senso e di vita fatta da chi crede alla capacità dell’uomo di metterlo in pratica e di trovarvi la propria gioia. Il comandamento è attestazione di fiducia di Dio nei confronti dell’uomo. Dio crede nell’uomo e nella sua capacità di amare, tanto che il comando suona anche come promessa: il testo evangelico, presentando il comando (Mc 12,28) di amare, lo formula come una promessa: “Tu amerai”. L’obbedienza al comando diviene ciò che plasma il cuore dell’uomo rendendolo più simile al cuore di Dio. Somiglianza che risiede nell’amare. Tu amerai: ovvero, tutto ciò che fai fallo per amore, agisci per amore, persegui l’amore. Tu amerai: ovvero, il tuo vero “tu” è il “tu” che ama. Tu amerai: ovvero, non scoraggiarti, perché l’amore che ora non vedi in te, il Signore potrà donartelo come grazia nel momento che tu non sai. Amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze e amare il prossimo come se stessi significa che il luogo dell’amore è la corporeità. L’ascolto della parola del Signore tende a inscrivere nel corpo, cioè nell’uomo intero e in tutte le sue relazioni, la parola divina. L’esegesi piena della Scrittura che chiede di amare Dio e il prossimo è una persona infiammata dall’amore di Dio e che brucia di amore per Dio e per i fratelli. L’ascolto, e dunque l’obbedienza alla parola di Dio, pone l’uomo nella situazione di relazione e di libertà che è essenziale per amare. Infatti, “il verbo shamà non ha solo il senso di udire, ma anche di credere e di ricevere” (Bahya Ibn Paquda). E credere è sempre credere all’amore (cf. 1Gv 4,16), accogliere l’amore, fare affidamento sull’amore di Dio che ci rende capaci di amare. Il comando di amare il prossimo è presentato come secondo (Mc 12,31) rispetto a quello dell’amore per Dio. La priorità del comando di amare Dio sottrae l’amore del prossimo all’essere semplicemente atto morale frutto della buona volontà dell’uomo, lo sottrae alla fragilità dello spontaneismo del sentimento e, soprattutto, gli evita di chiudersi nella polarità “io-tu”, sempre a rischio di fusionalità e di violenza, di assorbimento in me dell’altro e di mia dissoluzione in lui, e lo pone nell’ampio e liberante spazio del Terzo (Dio, appunto). La priorità del comando di amare Dio inserisce l’amore del prossimo in un orizzonte, da un lato, senza confini (ogni altro che incontro è “prossimo”), dall’altro, libera questo stesso amore dai rischi dell’amore grazie al terzo, il Signore mio e del prossimo, il Signore dell’altro e di me che, a mia volta, sono prossimo del mio prossimo. Al tempo stesso, il comandamento di amare il prossimo è secondo rispetto al comando dell’amore per Dio per non lasciare solo il primo, per evitare la solitudine del primo comandamento, una solitudine che potrebbe essere nefasta. È secondo per agganciare il primo e dargli la concretezza e la corposità che altrimenti lo lascerebbero in balìa del soggettivismo spirituale della persona. È secondo per dare verità e concretezza al primo: amare il Dio invisibile trova un suo inveramento nell’amare il fratello che è visibile, che è l’immagine di Dio nel mondo. Un’immagine non partorita dalla mia mente e dunque che non mi scomoda, ma già data, concreta, limitata, obbligante, scomodante. Forse, potremmo interpretare questa sequenza di primo e secondo comandamento alla luce di un’antica interpretazione rabbinica che così svolge il comando di amare il prossimo come se stessi: “ama il tuo prossimo come tu stesso sei amato da Dio”.

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L’ultimo posto

La parabola del Signore Gesù si conclude con una sorta di rassicurazione: «Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali» (Lc 14,10). Questa parola può essere intesa in modo ambiguo, tanto da poter diventare una buona giustificazione non solo della nostra innata ipocrisia ma, ancor più gravemente, uno stimolo a coltivare una sorta di tormento interiore. Il tormento di chi, apparentemente, si professa sempre l’ultimo e rasenta i muri per non disturbare e per non pesare. Mentre, in realtà, sta aspettando e desiderando continuamente non solo di essere riconosciuto e rispettato, ma anche di essere preferito ed elevato al di sopra di tutti gli altri. Non è a questo che il Signore Gesù ci esorta! Anzi, per tutta la sua vita, Gesù ha lottato, fino ad accettare pure la morte, contro ogni forma di ipocrisia. Sono tante le malattie di cui il Cristo si è fatto amorevole medico ma, tra tutte, quella da cui avrebbe voluto veramente curare la nostra umanità – soprattutto quella devota – è proprio dal male dell’ipocrisia. La parabola che il Signore Gesù racconta è il suo modo di dare una risposta a chi lo guarda per cercare di capire quale posto sceglierà al banchetto cui è stato invitato e a cui serenamente prende parte. Naturalmente l’intenzione dei farisei, che osservano ogni cosa, è quella di criticare comunque, proprio come avviene continuamente nei nostri salotti, in cui la maldicenza e la critica fanno parte del passatempo necessario: «Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano ad osservarlo» (Lc 14,1). Il Signore Gesù non solo si sente osservato, ma non ha nessun timore a lasciarsi osservare e smaschera coloro che cercano di coglierlo in fallo raccontando loro questa parabola. Il succo sarebbe questo: invece di guardare quale posto vado a occupare, chiedetevi quale posto mi date e se siete capaci di far passare davanti a voi qualcuno oppure tenete gelosamente le vostre posizioni? Il Signore Gesù non disprezza l’invito che gli è stato fatto, ma con questo non giustifica l’atteggiamento dei farisei, anzi la sua sola presenza si fa invito a una profonda conversione di sguardo e di cuore: «Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,11). Così esorta Girolamo: «Mettiti all’ultimo posto, fratello, quando siedi a mensa: così se arriva uno meno degno di te, sarai invitato a passare a un posto più degno. Su chi riposa il Signore, se non sugli umili, sui miti, su coloro che temono le sue parole? A chi è stato affidato di più, viene richiesto di più» (GIROLAMO, Lettere, 14, 9). Alla luce dell’insegnamento del Signore Gesù, possiamo forse comprendere meglio la riflessione, a tratti complicata, di Paolo sul «mistero» (Rm 11,25) di Israele: un passo indietro che ha permesso un passo avanti verso la salvezza universale, perché tutti si sentano «amati» (11,28). Tutto questo senza far troppo caso all’ordine dei posti e senza troppo indulgere alla logica dei privilegi e delle gerarchie.

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La sofferenza dell’altro

Nella prima lettura odierna possiamo notare che l’apostolo Paolo ha bisogno di essere non solo ascoltato, ma anche di essere creduto. Per questo si esprime in termini carichi di grande passione: «dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua» (Rm 9,1). La verità protestata, per così dire, da Paolo non è altro che la trasformazione profonda che il Vangelo e l’incontro intimo con il Signore Gesù ha operato nella sua vita: dall’orgoglio dell’elezione all’assoluta compassione. Ciò che è avvenuto per l’apostolo sulla via di Damasco è stato l’insorgere di una coscienza completamente nuova nel proprio modo di sentire la fedeltà a Dio. Mentre fino a quel viaggio, intrapreso per punire coloro che si erano discostati dalle usanze paterne, Paolo era abitato da un’immagine di Dio intransigente, da quel momento il suo cuore si apre alla compassione per ogni sofferenza umana, anche quando fosse incomprensibile o sconosciuta. Il dolore di Paolo si estende veramente a tutti, senza escludere coloro con i quali ha condiviso la prima parte del suo cammino di fede e di fedeltà: anche costoro rimangono sempre e comunque suoi «fratelli». Sulla strada di Damasco, Paolo ha scoperto il mistero della fraternità come criterio di autenticazione di ogni sincera religiosità. Da quel momento in poi, l’apostolo si adopererà per incarnare sempre più fedelmente quella voce che lo ha sconvolto fino a farlo cadere da cavallo per renderlo un umile pellegrino di senso come tutti e assieme a tutti. Da essere inquisitore, Paolo si trasforma in compagno, tanto da essere disposto a pagare in prima persona perché la grazia che ha cambiato la sua vita possa essere sperimentata da quanti rischiano di non avvertirne la fragranza: «Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne» (Rm 9,3). Il primo segno del profondo cambiamento vissuto da Paolo è la sua capacità di riconoscimento e di ammirazione attraverso cui è capace di esaltare tutto il bene che c’è negli altri: «sono Israeliti… hanno l’adozione a figli… il culto… le promesse… a loro appartengono i patriarchi… da loro proviene Cristo secondo la carne» (9,4-5). Alcuni sostengono che Paolo è il vero fondatore e persino l’inventore del Cristianesimo e talora quasi come una sorta di adulterazione dell’autentico spirito del Vangelo. In realtà, l’apostolo entra con tutta la sua intelligenza e la sua passione nello stile di Colui che gli si rivela sulla strada di Damasco come il fratello dei suoi fratelli perseguitati. Al cuore di questa conversione vi è proprio ciò che si rivela nella casa del fariseo, dove Gesù è stato invitato «per pranzare» (Lc 14,1). L’attenzione del Signore non è rivolta né ai commensali, né alle portate del banchetto, ma subito si posa su chi ha maggiormente bisogno di attenzione e di aiuto. La sofferenza concreta dell’altro diventa la preoccupazione principale: «È lecito o no guarire di sabato?» (Lc 14,3). Tutta la storia della Chiesa può essere ricondotta al tentativo, più o meno riuscito, di rispondere fattivamente a questa domanda del Signore Gesù, sempre che siamo capaci di un minimo di amore, come quello che si può avere per il proprio gatto.

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Il “piccolo” Regno

Siamo tutti invitati a partecipare al gioco lanciato dal Signore Gesù, come quelli cui ci hanno abituato gli shows televisivi dei quiz a premio: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare?» (Lc 13,18). Dovremmo nascondere per un attimo la risposta data dal Signore Gesù per due volte alla domanda e, prima di accogliere il suo insegnamento, correre il rischio di darne una noi stessi. Quando pensiamo al Regno di Dio, cosa ci viene in mente? Sarebbe utile annotare i nostri pensieri in merito, perché solo così potremo misurare la prossimità o la lontananza dalla sensibilità del Signore Gesù. Molto probabilmente una differenza possiamo registrarla subito. Mentre il Signore Gesù, quando deve paragonare il Regno di Dio a qualcosa di cui facciamo esperienza nella nostra vita quotidiana, pensa a delle realtà piccole e quasi insignificanti, noi rischiamo di pensare piuttosto a cose grandi con una buona possibilità di imporsi e di non passare inosservate. Confrontando le nostre parabole mentali nel pensare al Regno di Dio con quelle del Signore Gesù, saremo in grado di capire quanto cammino ancora ci resta da fare per essere, veramente, discepoli del Vangelo. Per ben due volte la risposta del Signore Gesù un po’ ci sorprende: «È simile a un granello di senape (Lc 13,19) e ancora «è simile al lievito» (13, 1). Mentre noi siamo inclini a pensare che le cose grandi e quelle con un valore di rilievo non possono che avere degli inizi altrettanto promettenti, il Signore Gesù ci chiede di pensare in termini di una fragilità capace di portare in sé una promessa. La parola dell’apostolo assume, alla luce del Vangelo, un significato ancora più chiaro: «ritengo che le sofferenze del momento presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi» (Rm 8,18). L’arte di «paragonare» del Signore Gesù ci insegna a trovare sempre un amabile nesso tra le sofferenze e quei sentimenti di fiducia che non spengono la speranza. L’anelito che anima tutta la nostra vita è condiviso con la «creazione» intera la quale è, come noi e con noi, «protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (8, 9). Quando il Signore Gesù cerca di introdurci nella logica del Regno di Dio, non lo fa con immagini trionfalistiche, ma evocando dei processi la cui legge fondamentale è regolata dalla crescita e dalla gradualità. Ogni crescita ha bisogno non solo di tempo, ma di una certa libertà di adattamento alle situazioni contingenti che sono sempre uguali, ma mai identiche. Ad essere un vero «oggetto di speranza» (8,24) è proprio questa nostra voglia di sorprenderci ed essere continuamente sorpresi di fronte al continuo miracolo della vita. L’ultima parala dell’apostolo non fa che rinsaldare la nostra fiducia e rafforzare il nostro impegno: «Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8,25). In tal modo la nostra stessa vita, con i suoi processi di crescita e di trasformazione continui, diventa una parabola vivente del Regno di Dio che attendiamo mentre già lo sperimentiamo presente, come il seme e il lievito.

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La sofferenza destabilizza

Possiamo notare nella prima lettura che l’apostolo attesta quasi a perdifiato la sua confessione di fede in Dio, parlando del nostro modo di essere tutti in relazione con Lui e tra di noi: «Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio» (Rm 8,16). Secondo Paolo, nel più profondo della nostra vita è attivo un dinamismo di cospirazione tra lo Spirito creatore e quella scintilla divina posta al cuore della nostra umana realtà, sia a livello dell’intima esperienza personale che nelle relazioni interpersonali. Lo statuto di figliolanza non vale soltanto a livello affettivo, ma è effettivo, tanto che la protesta apostolica si spinge assai lontano: «E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8,17). Dunque, il nostro essere «figli adottivi» (8,15) non corrisponde per nulla a una diminuzione, perché siamo pienamente «eredi». Siamo così «debitori» non «verso la carne», ma lo siamo nei confronti di quello «Spirito» che continuamente, con il suo soffio vitale, rinnova e rafforza la nostra divina parentela, in cui radica la nostra innegabile universale fraternità. A partire da questa magnifica riflessione dell’apostolo Paolo, la reazione del Signore Gesù diventa naturale: «E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame in giorno di sabato?» (Lc 13,16). Davanti all’infermità di questa donna, costretta a camminare curva come se fosse un animale, la reazione del Signore è spontanea per ristabilirla nella sua dignità filiale e ridarle la possibilità di camminare a testa alta, come si addice agli eredi: «Donna, sei liberata dalla tua malattia» (13,13). Restiamo meravigliati della reazione del «capo della sinagoga», il quale invece di rallegrarsi si mostra «sdegnato» (13,14). Questo capo non solidarizza con quanti nella sinagoga cercano non solo luce per la mente, ma pure conforto nelle loro sofferenze. Mentre il Signore sente la sofferenza come qualcosa che gli appartiene, il capo della sinagoga si sente disturbato dal fatto che la sofferenza diventa più importante del rituale e del culto. Non ci capiti di giudicare troppo in fretta questo «capo della sinagoga», perché forse assomigliamo di più a lui che non al Signore Gesù. Non raramente anche noi siamo più preoccupati del buon ordinamento del nostro sistema e molto meno ci lasciamo destabilizzare dalla sofferenza, la cui consolazione non può essere rimandata e rimane prioritaria persino sulla devozione. Possiamo veramente chiedere allo Spirito di imparare a regolarci non «secondo la carne», che tende a incurvare la nostra attenzione non avendo più occhi per gli altri se non per noi stessi, ma sempre «mediante lo Spirito» (Rm 8,13), sotto la cui spinta ci facciamo solidali delle «sofferenze» di tutti.

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Bar-Timeo

Nel cammino verso Gerusalemme, Gesù giunge a Gerico. E mentre riparte, insieme anche ai discepoli e a una folla numerosa, Marco fa entrare in scena un cieco che mendicava ai lati della strada. Di lui si ricorda il nome: Bartimeo, che significa “figlio di Timeo”. Significa forse figlio dell’impuro (se si ritiene che si tratti di un termine aramaico)? O figlio di Onorato (se si ritiene che il nome sia di origine greca: si pensi al dialogo platonico Timeo)? In questo secondo caso si tratterebbe di un patronimico pesante da portare e che stride clamorosamente con la condizione di mendicità di quest’uomo. L’azione che porta all’incontro tra Bartimeo e Gesù nasce da un’annotazione che potrebbe apparire periferica: “Sentendo che era Gesù Nazareno, (Bartimeo) cominciò a gridare …” (Mc 10,47). Se questa è la premessa che rende possibile l’incontro, questo si conclude con il riferimento alla fede di Bartimeo. Dietro a quel “sentendo” (akoúsas) dobbiamo pertanto intravedere la struttura narrativa della fede. Le narrazioni evangeliche presentano l’insorgere della fede in Gesù in persone che entrano in contatto con lui a partire da una voce carpita, da un sentito dire, da una chiacchiera. Vediamo esemplificato nella vicenda di Bartimeo ciò che i vangeli narrano di altre persone: una donna emorroissa tocca il lembo del mantello di Gesù “avendo udito parlare di lui” (Mc 5,27); una prostituta entra nella casa di Simone il fariseo e si avvicina a Gesù con gesti di affetto “avendo saputo che Gesù si trovava in casa di Simone” (Lc 7,37). E di entrambe Gesù sottolineerà la dimensione di fede (Mc 5,34; Lc 7,50). Sempre emerge la dimensione relazionale della fede che è anzitutto fiducia, l’umanissima fiducia nella persona di Gesù che conduce la persona a gesti e parole coraggiose di apertura e affidamento: il cieco Bartimeo grida e balza verso Gesù nella convinzione di poter trovare guarigione (Mc 10,47-50). La fiducia porta a vincere gli ostacoli dall’opposizione e dai rimproveri della folla che lo volevano zittire (Mc 10,48). E Gesù svela la fiducia che ha mosso Bartimeo e che gli consente di rendere operante la potenza di Dio che lo abita: “La tua fede ti ha salvato” (Mc 10,52). La fede in Gesù sorge in un contesto vitale differente per ciascuno a dire che, se la fede è “comune” (Tt 1,4), essa si personalizza in storie differenti e sempre nuove: la storia di una lunga malattia nel caso dell’emorroissa, la vergogna di una donna che si prostituisce nel testo lucano, la penosa condizione di un cieco costretto a mendicare nel caso di Bartimeo. È negli anfratti dell’esistenza quotidiana, solamente accennati nei testi evangelici, che si radica la storia della fede di ciascuno e la sua struttura narrativa. Senza quelle voci che, nella condizione di angoscia e bisogno di queste persone si trasformano in trasmissione di una notizia potenzialmente salvifica, l’accesso alla fede in Gesù non sarebbe stato possibile. Anche alla luce di quanto appena detto, appare evidente che il nostro testo evangelico, più che un racconto di miracolo, presenta un cammino esemplare di fede. Del resto, per Marco il cieco guarito è il tipo del discepolo, come è il tipo del catecumeno che, dopo essersi spogliato degli abiti (simbolicamente, dell’uomo vecchio: Mc 10,50), conosce l’immersione battesimale scendendo nel buio delle acque e riemergendo da esse alla luce che gli consente di vedere chiaramente per camminare nella vita nuova tracciata da Gesù Cristo (il battesimo era chiamato anticamente “illuminazione”: cf. Mc 10,52). Il cammino di fede nasce dall’ascolto (Mc 10,47), diviene invocazione e preghiera (Mc 10,47-48), discernimento e accoglienza di una chiamata (Mc 10,49), incontro personale con il Signore (Mc 10,50-52a), e infine, sequela di Cristo (Mc 10,52b). Questo cammino implica un dinamismo spirituale per cui l’uomo passa dalla stasi alla mobilità, dall’emarginazione alla comunione, dalla cecità alla fede. La salvezza poi, che consiste nella relazione con Gesù, viene esperita dal credente non tanto come stato a cui si perviene e in cui ci si installa, ma come cammino in cui si persevera. Al termine dell’episodio, Bartimeo è un discepolo che seguiva Gesù “lungo la strada” (Mc 10,52). I discepoli e la folla che si situano tra Gesù e il cieco divengono simbolo della comunità cristiana che ha ricevuto dal Signore il mandato di farsi ministra della sua chiamata (Mc 10,49: “Chiamatelo!”), ma rappresentano anche la possibilità per la comunità cristiana di divenire ostacolo all’incontro degli uomini, in particolare dei più emarginati e demuniti, come Bartimeo. Molti infatti sgridavano il cieco per farlo tacere (Mc 10,48). E così rivelano di essere loro i ciechi: credono di vederci, di sapere chi è Gesù e come devono comportarsi coloro che lo seguono, credono di difendere Gesù zittendo il cieco che grida. Ma la sequela di Cristo e l’ascolto della parola del Signore sono autentici se non sono scissi dall’ascolto del grido di sofferenza dell’uomo. Così, il sofferente, e in questo caso, il cieco, diviene il maestro che può aprire gli occhi a coloro che credono di vederci. Molte sono le situazioni di cecità dei discepoli. Vi è la cecità per desiderio di primeggiare (cf. Mc 10,35-40): cecità che produce una chiusura nel proprio progetto che diviene la lente che inficia la visione di tutto il resto e porta a scoprirsi anche in modo ridicolo davanti al resto della comunità, come appare dai dieci discepoli che si sdegnarono di fronte alle pretese sfacciatamente avanzate da Giacomo e Giovanni verso Gesù. L’ambizione rende ciechi. Inoltre vi è la cecità per non-ascolto della Parola e incomprensione di Gesù, per chiusura nell’ostinatezza delle proprie convinzioni e durezza di cuore (cf. Mc 8,14-21, dove c’è la discussione dei discepoli sui pani a cui Gesù reagisce dicendo: “Avete occhi e non vedete? Non capite? Non comprendete? Non vi ricordate?” e quell’episodio è seguito dal racconto di guarigione di un cieco: Mc 8,22-26). È la cecità di chi non sa ascoltare, vedere e comprendere da ciò che vede e ascolta in Gesù. Vi è poi la cecità per troppo zelo: in Mc 9,38-40 lo zelo diviene intolleranza verso chi opera guarigioni pur non facendo parte del gruppo dei discepoli, mentre in Mc 10,13-16 la cecità si manifesta come intolleranza verso i bambini che si avvicinano a Gesù. Vi è la cecità per ristrettezza di orizzonti e meschinità di vedute così che si diviene scrupolosi osservanti dei dettagli della Legge dimenticando le cose davvero importanti e basilari (cf. Mt 23,23-24, dove scribi e farisei sono apostrofati come “guide cieche” che pagano la decima delle erbe più insignificanti acquistate al mercato e si dimenticano della realtà più gravi e importanti della legge come la misericordia e la giustizia). Vi è poi la cecità di chi non ama il fratello (cf. 1Gv 2,11). Per quanto metaforicamente intesa, la cecità produce effetti spesso disastrosi nella comunità cristiana. Essa è all’origine di molti mali comunitari, di tensioni, di conflitti, di giudizi reciproci. E quando non si vede più il proprio male, ma si proietta il male e la causa del male sempre e solo sugli altri, allora si esce dall’adesione alla realtà e dall’umiltà. Insomma possiamo vedere sintetizzate nella cecità due atteggiamenti che oscillano tra la stupidità e l’acquiescenza inconsapevole. La stupidità è la fiducia irragionevole posta in se stessi: chi rimprovera il cieco perché taccia, chi rimprovera i bambini perché non disturbino il Maestro, chi critica la donna perché ha sprecato il prezioso olio di unzione, chi non sa discernere che le decime sono meno importanti della giustizia e della misericordia, è in situazione di stupidità. Che si manifesta come certezza indubitabile del proprio agire e parlare. Agire e parlare che è sempre contro un altro a nome di un terzo. Contro il cieco in nome di Gesù, contro i bambini in nome di Gesù, contro la donna di Betania in nome dei poveri. Dove la radice della cecità stupida è nell’estraniamento della persona da sé, nell’inconsistenza di chi riesce ad agire solo a nome di altri. Al tempo stesso colpisce che coloro che hanno speso energie e zelo nel rimproverare Bartimeo, obbediscano poi immediatamente e senza fiatare quando Gesù li smentisce apertamente dicendo loro: “Chiamatelo”. Ecco allora che gli zelanti che stavano rimproverando, diventano i docili esecutori dell’ordine, e dicono al cieco: “Coraggio! Alzati, ti chiama”. Con sconcertante cambiamento di tono e di attitudine essi, come se niente fosse, si adeguano a ciò che Gesù dice ma come se questo fosse solo un ordine da eseguire e non un’indicazione per scoprire il buio interiore che li abita e che impedisce loro di vedere. Quando poi Bartimeo si sente chiamato da Gesù, la disperazione che lo aveva spinto a gridare si muta in prontezza di risposta, in decisione nell’obbedire al Signore sbarazzandosi di tutto ciò che poteva intralciare l’incontro con lui. Al contrario dell’uomo ricco che non ha saputo liberarsi della zavorra della ricchezza (cf. Mc 10,21), il cieco getta via il mantello su cui erano le monete ricevute in elemosina e così mostra la sua disponibilità a seguire il Signore nel cammino del dono di sé. Esattamente come avverrà per Paolo, quando la chiamata del Signore lo renderà cosciente della sua cecità (cf. At 22,11-13) e lo condurrà a gettare via tutto ciò che prima costituiva per lui un guadagno per seguire Cristo in modo risoluto (cf. Fil 3,7-14).

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Camminare…

Fissare lo sguardo su Gesù significa per noi ritrovare sempre la via di una profonda adesione alla volontà del Padre. Essa esige un quotidiano e mai facile processo di discernimento. Questo comporta la capacità e talora il coraggio di dire dei «sì», ma anche dei «no». Se, normalmente, dire di «sì» sembra più facile e, talora, persino gratificante, dire dei «no» comporta una fatica e una consapevolezza che a volte ci paralizzano e ci fanno indietreggiare. L’apostolo Paolo afferma: «Il figlio di Dio Gesù Cristo, non fu “sì” e “no”, ma in lui vi fu il “sì”» (2 Cor 1,19). In tal modo la parola del Signore ci aiuta a comprendere come il “sì” non può mai identificarsi con l’attitudine ad assentire per evitare il conflitto, ma rappresenta una disponibilità ad acconsentire alle sfide della vita, assumendo l’onere di dover dire di “no” in talune e non sempre evidenti situazioni. Il “sì” di cui ci parla Paolo, come cifra cristologica imprescindibile, non va inteso come il semplice e servile assenso, bensì come il dramma del consenso, mai definitivamente consumato. Nella prima lettura l’apostolo ci mette in guardia: «Quelli che vivono secondo la carne, tendono verso ciò che è carnale; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, tendono versò ciò che è spirituale. Ora, la carne tende alla morte, mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace» (Rm 8,5-6). Mentre alcuni si presentano «a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei…» (Lc 13,1) per autocertificarsi come migliori visto che non hanno subito una sorte simile, il Signore dice un “no” secco e tondo alla logica perversa che induce a giudicare aspramente gli altri per giustificare allegramente se stessi. Accanto alla rivolta indignata del Signore Gesù, possiamo accostare la professione di fede di Paolo con cui comincia la Liturgia della Parola di quest’oggi: «ora non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù» (Rm 8,1). Essere «in Cristo Gesù» significa scegliere sempre la compassione e la condivisione, senza mai cadere nel tranello della tentazione di mettersi fuori dai drammi della storia, rimanendo a guardare dal comodo balcone della propria sufficienza. Un simile atteggiamento non sarebbe altro che «vivere secondo la carne, tendendo verso ciò che è carnale» (Rm 8,5), mettendo al primo posto la salvaguardia della propria serena sopravvivenza senza farsi minimamente toccare dai drammi altrui. Per «piacere a Dio» (Rm 8,8) bisogna essere disposti a pagare il prezzo – talora carissimo – della propria differenza e della propria coscienza senza paura di contrapporsi, talora duramente.

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Un’accordatura necessaria

Nella prima lettura l’apostolo Paolo ci consola con la sua onestà intellettuale e spirituale. Non ha infatti paura di scandalizzare i suoi lettori, perché gli sta a cuore di annunciare quel Vangelo che è stato capace di liberare il suo cuore dalla paura di gestire la sua più profonda intimità: «Io so che in me, cioè nel mio cuore, non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo» (Rm 7,18). Proprio riconoscendo la sua intima fatica, Paolo si fa nostro fratello nel combattimento spirituale. Al contempo, l’apostolo si fa nostro amabile compagno nella lotta contro la tentazione di negare «il desiderio del bene che ci abita» solo a motivo della fatica che facciamo a realizzarlo. Potremmo dire che Paolo si fa nostro compagno nel fallimento, senza smettere di essere nostro compagno nel desiderio. Non esita l’apostolo a dire: «Me infelice!» (7,24). Senza però smettere di credere che «per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» sia possibile che si compia l’impossibile nella nostra vita e in quella dei nostri fratelli e sorelle in umanità. Il bene non è un’operazione in cui riuscire o fallire, è un anelito verso la vita che necessariamente deve farsi carico di tutte le fatiche, le lentezze, le contraddizioni e le ambiguità senza mai disperare. Paolo sembra trovare una via d’uscita non per deresponsabilizzarsi, ma per poter continuare a sperare nonostante l’evidenza di tutto ciò che nel suo cuore, come in quello di ciascuno di noi, fa fatica a pagare il prezzo di una disposizione al bene che comporta la rinuncia a ogni forma, più o meno sottile, di egoismo. Ecco, dunque, il salvataggio da noi stessi: «Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me» (Rm 7,20). Nella stessa logica del racconto della Genesi (Gen 3), Paolo evoca la presenza di un principio diverso che, se non deresponsabilizza, allo stesso tempo ci libera dal senso di colpa. L’annuncio di salvezza potrebbe risuonare in questi termini: «il peccato che è in me» non è la totalità della mia identità poiché rimane, comunque e sempre, «il desiderio del bene». A questo punto la domanda del Signore Gesù si rivela ancora più forte: «E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12,57). Mentre gli scribi e i farisei cercano di caricare sulle spalle del Signore Gesù la responsabilità di decidere ciò che è bene e ciò che è male, naturalmente con l’intento di coglierlo in fallo, questi rimanda ciascuno alla propria capacità di leggere gli eventi e di decidere i comportamenti da adottare. Il frutto di ogni discernimento è la maturazione di trovare sempre il modo di trovare «un accordo» (Lc 12,58) con tutti e con tutto ciò che sembra avversare il nostro cammino. Pur nella consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre fatiche, siamo così richiamati a esercitare l’arte dell’accordatura continua degli eventi con il nostro più profondo desiderio. Le competenze metereologiche evocate in apertura del testo evangelico, si trasformano in arte musicale di trovare sempre l’accordo giusto, per non smettere di suonare la nostra intima melodia in una sempre più ricca sinfonia per la vita. Allora possiamo rileggere lo “sfogo” dell’apostolo non più come l’espressione di un’opera incompiuta, ma come l’arpeggio di un accordo tutto da ascoltare e tutto da interpretare.

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Il fuoco acceso

L’apostolo Paolo ci dà una chiave per uscire dall’imbarazzo nell’accogliere le parole con cui il Signore Gesù ci raggiunge con il Vangelo di quest’oggi. Paolo sembra quasi giustificarsi: «parlo un linguaggio umano a causa della vostra debolezza» (Rm 6,19). Il Signore Gesù non si giustifica, ma per parlarci delle esigenze del Regno di Dio ci riporta alle dure esperienze delle nostre relazioni, al cuore dei nostri irrinunciabili legami familiari: «D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre» (Lc 12,52-53). L’annuncio sembra catastrofico: «Si divideranno…». Come sempre, il linguaggio apocalittico usato dal Signore, in linea con la tradizione dei profeti, usa il nostro umano linguaggio con cui esprimiamo il timore che qualcosa di brutto ci accada. Proprio in questo modo estremo il Signore cerca di far arrivare al nostro cuore un messaggio di speranza e di vita. La divisione che sperimentiamo come fonte di dolore è, in realtà, la condizione di ogni creazione e, ancora di più, di ogni rinnovamento nelle relazioni. Si tratta di accogliere un Dio che, dopo aver provocato la vita, provoca continuamente alla vita. Questa non comincia da noi stessi né finisce su noi stessi: «padre e figlio, madre e figlia, suocera e nuora» (12,53) e così via, e così avanti. Il Signore Gesù si premura di portare la «divisione» (12,51) laddove si rischia la morte per assorbimento o per rassegnazione allo strapotere di qualcuno a scapito di altri. In particolare, di quanti si trovano in posizione più debole, come avviene nella successione delle generazioni. Nella drammatica notizia «d’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre» (12,53) si cela la bella notizia che la vita è in movimento e il vivo confronto permette il conforto di guardare all’avvenire inglobando il passato e affrontando coraggiosamente le sfide del presente. Non si dice “due contro due” ma «due contro tre»! Quando noi fondiamo la pace – la nostra pace – sulla parità, sugli accordi, sui compromessi, il Signore inserisce il mistero della disparità – il mistero stesso di quella vita trinitaria nel cui dinamismo radicalmente vitale siamo invitati a entrare. Una pace “alla leggera” non è degna di questo nome, perché la pace è il coraggio attinto alla fonte che zampilla interiormente. Essa incoraggia a resistere e a lottare per evitare ogni forma di fissazione e di mummificazione. La nostra vita discepolare radica in quel battesimo di fuoco di cui Gesù dice: «sono angosciato finché non sia compiuto» (Lc 12,50). Il Signore Gesù ci indica la via della pace dei forti e non dei meschini, dei viventi e non degli zombi. Il Signore Gesù non viene a gettare acqua sul fuoco delle nostre tensioni, delle nostre ansie, delle nostre lotte. Al contrario, egli viene a soffiare sulle braci morenti per ravvivarle: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso» (Lc 12,49). Noi siamo in realtà solo ciò che diventiamo attraverso l’infuocato battesimo del «crogiuolo» della vita, nel suo perenne conflitto di interpretazioni e di relazioni. In questo processo l’unica cosa necessaria – che non ci sarà mai tolta (Lc 10,42) – è pagare di persona, come il nostro Signore e Maestro. Parlando nel nostro umano linguaggio, il Signore ci fa intendere la sua logica divina.