
La parabola del Signore Gesù si conclude con una sorta di rassicurazione: «Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali» (Lc 14,10). Questa parola può essere intesa in modo ambiguo, tanto da poter diventare una buona giustificazione non solo della nostra innata ipocrisia ma, ancor più gravemente, uno stimolo a coltivare una sorta di tormento interiore. Il tormento di chi, apparentemente, si professa sempre l’ultimo e rasenta i muri per non disturbare e per non pesare. Mentre, in realtà, sta aspettando e desiderando continuamente non solo di essere riconosciuto e rispettato, ma anche di essere preferito ed elevato al di sopra di tutti gli altri. Non è a questo che il Signore Gesù ci esorta! Anzi, per tutta la sua vita, Gesù ha lottato, fino ad accettare pure la morte, contro ogni forma di ipocrisia. Sono tante le malattie di cui il Cristo si è fatto amorevole medico ma, tra tutte, quella da cui avrebbe voluto veramente curare la nostra umanità – soprattutto quella devota – è proprio dal male dell’ipocrisia. La parabola che il Signore Gesù racconta è il suo modo di dare una risposta a chi lo guarda per cercare di capire quale posto sceglierà al banchetto cui è stato invitato e a cui serenamente prende parte. Naturalmente l’intenzione dei farisei, che osservano ogni cosa, è quella di criticare comunque, proprio come avviene continuamente nei nostri salotti, in cui la maldicenza e la critica fanno parte del passatempo necessario: «Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano ad osservarlo» (Lc 14,1). Il Signore Gesù non solo si sente osservato, ma non ha nessun timore a lasciarsi osservare e smaschera coloro che cercano di coglierlo in fallo raccontando loro questa parabola. Il succo sarebbe questo: invece di guardare quale posto vado a occupare, chiedetevi quale posto mi date e se siete capaci di far passare davanti a voi qualcuno oppure tenete gelosamente le vostre posizioni? Il Signore Gesù non disprezza l’invito che gli è stato fatto, ma con questo non giustifica l’atteggiamento dei farisei, anzi la sua sola presenza si fa invito a una profonda conversione di sguardo e di cuore: «Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,11). Così esorta Girolamo: «Mettiti all’ultimo posto, fratello, quando siedi a mensa: così se arriva uno meno degno di te, sarai invitato a passare a un posto più degno. Su chi riposa il Signore, se non sugli umili, sui miti, su coloro che temono le sue parole? A chi è stato affidato di più, viene richiesto di più» (GIROLAMO, Lettere, 14, 9). Alla luce dell’insegnamento del Signore Gesù, possiamo forse comprendere meglio la riflessione, a tratti complicata, di Paolo sul «mistero» (Rm 11,25) di Israele: un passo indietro che ha permesso un passo avanti verso la salvezza universale, perché tutti si sentano «amati» (11,28). Tutto questo senza far troppo caso all’ordine dei posti e senza troppo indulgere alla logica dei privilegi e delle gerarchie.